L’elezione del nuovo Papa ha rilanciato la programmazione in sala di “Conclave”, di Edward Berger, a cinque mesi dalla sua uscita natalizia. Caricato parallelamente su Sky, raggiunge ora sulle piattaforme i due che negli anni scorsi avevano messo in scena l’elezione di un Pontefice: “Habemus Papam” (2011, Amazon Prime e altre), di Nanni Moretti, e “I due Papi” (2019, Netflix), del brasiliano Fernando Meirelles (2019). Tre film molto diversi: più coinvolgente il terzo, più linguisticamente originale il secondo, più mainstream il primo (chiaramente privilegiato dagli incassi).
Tre film.

Figura 1 – Nanni Moretti e Renato Scarpa, Camerlengo anche ne “I due Papi”
Fuga a teatro. In “Conclave” un tormentato Decano del Collegio Cardinalizio (Ralph Fiennes) conduce una sua personale inchiesta alla scoperta di misteri e intrighi fra Porporati e suore (anche, ma non solo, nel senso che si può facilmente immaginare), non escluso il defunto Pontefice. In “Habemus Papam”, “consegnati” nelle stanze del Collegio senza saper perché, in una surreale reclusione vaticana – vagamente ispirata a “L’angelo sterminatore” di Bunuel – Camerlengo, Cardinali e suore allentano le difese personali per tornare seminaristi (e novizie) nelle mani di uno psicanalista con la vocazione e l’estro dell’animatore da villaggio turistico. In fuga per le strade di Borgo e d’Oltretevere, a inebriarsi di una romana dolcezza del vivere ignota a tanti quiriti, c’è il nuovo Papa (un monumentale Michel Piccoli), l’unico che sa come stanno le cose. Francese dal cognome suggestivo (Melville) e nessuna fama, attore in gioventù – conosce Cechov a memoria – non se la sente proprio di affacciarsi a quel balcone. Ha mezzo Vaticano alle calcagna; l’altro mezzo tiene la posizione facendo finta di niente, con un diavolo per capello. Ma come quelle dei piccoli eroi di Mark Twain, la sua è la tenera fuga di qualcuno che in fondo spera di essere ritrovato. Magari in un teatro. Del resto, nelle sue condizioni, come dicono a Roma, “’ndo vai?” (“Quo vadis?”). Se i toni sono spesso da commedia, il film di Moretti è il più personale e profondo dei tre. Deve essere piaciuto molto anche a Fernando Mireilles, il bravo regista brasiliano di “I due Papi”, dove le immagini del Conclave sono poco più che introduttive e chiaramente ispirate a quelle di “Habemus Papam”: dal ruolo del Camerlengo, affidato allo stesso attore (Renato Scarpa), all’interminabile serpentone degli “ora pro nobis” all’ingresso in Cappella; dal concerto delle penne nervosamente picchiettate sul banco ai pensieri di scongiuro di molti cardinali (“Non io, Signore, fa che non sia io.”) davanti al cartoncino bianco su cui segnare il nome del prescelto. Persino le prospettive di ripresa si rispecchiano e in colonna sonora c’è Mercedes Sosa. Con un’altra canzone: “Cuando tenga la tierra” (al posto di “Todo cambia”) in un centone che va da “Dancing Queen” degli Abba a “Blackbird” dei Beatles, a “Bella ciao” cantata dalle danesi “Swingle Sisters”. Citazioni, attestazioni di stima in sequenze un po’ tirate via rispetto a quelle, esemplari, del Conclave morettiano. “I due Papi” cerca altrove i suoi motivi.

Castel Gandolfo. Dal Vaticano a Castel Gandolfo: è il Palazzo Pontificio delle vacanze estive la scena del dialogo fra un Benedetto XIV stanco di guerre vaticane e il Cardinale Jorge Bergoglio, provinciale dei Gesuiti argentini. Deluso il primo (“Sono uno studioso, non un manager”), disilluso il secondo, che vede avanzare gli anni e allontanarsi la prospettiva di una stagione di grandi cambiamenti nella Chiesa; entrambi tentati dalle dimissioni. Come sappiamo, solo il primo le darà. Il confronto è teatrale nell’impostazione drammaturgica (alla base c’è una commedia di due anni prima: “The Pope”, di Anthony McCarten) e classicamente “cinemattografico” nelle scelte linguistiche: in alto sul lago, a rubarsi battute e motteggi su quello splendido scenario, ci sono infatti due mattatori come Anthony Hopkins e Jonathan Pryce. Difficile (oggi impossibile) sapere quanto di reale e quanto di immaginario ci sia in questa due giorni ai Castelli, da cui riemergerà il passato di ognuno dei due e dalla quale entrambi usciranno cambiati, ma la drammaturgia (poche o nessuna concessione al teatro della chiacchiera) è davvero ammirevole. Chi pensa che Dio abbia bisogno degli uomini ne uscirà come da un grande film. A chiuderlo (e racchiuderlo), un’idea di sceneggiatura che non parla solo ai cattolici: la reciproca confessione in cui ognuno dei due risponderà alla richiesta di assoluzione dell’altro e qualcosa del commosso, cordiale, sottile umorismo del gesuita argentino si farà strada anche nel tetragono “Pastore tedesco” (si avverte l’omaggio – in un film brasiliano! – al titolo con cui “Il Manifesto” accolse l’elezione al soglio pontificio di Joseph Ratzinger). Del resto, perché negarsi il piacere di pensare che sia andata davvero così (non starò a rivelare l’esito del confronto) se giusti sono comunque i termini del conflitto che ha visto idealmente rappresentate, nei due Papi, due visioni della Chiesa e della sua missione nel mondo?

Conclave. Cinque piccoli indiani.

Figura 2 – Edward Berger e Ralph Fiennes
Come “I due Papi”, anche “Conclave” ha una base letteraria. Per usare una terminologia da Oscar, la sua è una “sceneggiatura non originale”, categoria cui appartiene l’unico Oscar assegnato, su sei candidature, a questa riduzione dall’omonimo romanzo di Thomas Harris. Artefice di un’intensa e fortunata panoplia di thriller storici e (fanta)politici (è una sorta di “zio serio” dell’americano Dan Brown), Harris ha visto negli anni molti suoi romanzi diventare film. In questo campo vanta uno “sponsor” di eccezione in Roman Polanski, che da due suoi romanzi trasse due grandi film: “L’uomo nell’ombra” (da “The ghostwriter”) e “L’ufficiale e la spia”, sul caso Dreyfus. Ma Polanski è Polanski. Il film dell’austro-svizzero Edward Berger (già premio Oscar per “Niente di nuovo sul Fronte Occidentale”) è un thriller che avvince ma non convince, e detta così pare la versione applicata al thriller di uno dei celebri “Quelli che…” di Jannacci (“Quelli che non si divertono neanche quando ridono”). Sembra di vedere qualcuno in punta di sedia, preso dalla tensione, che alla fine scuote la testa e dice: “Tutto qui?”. Ma forse non è così strano.
Scandali all’ombra. A molti “Conclave” è apparso un film “profetico” e questo è il motivo più evidente del suo successo; successo che non è piccolo (tutt’altro) e va evidentemente considerato. Ma va detto anche che di profetico non c’è molto. Non è che fosse difficile pronosticare una fine abbastanza ravvicinata al Pontificato di Francesco e quindi la prossimità di un Conclave. Si chiama marketing, e non occorreva un genio del settore per capire che il momento era propizio per un film del genere e che quel romanzo costituiva lo spunto ideale per una pellicola di successo. Duemila anni di storia turbinosa del Papato hanno offerto ottimi spunti a centinaia di scrittori e registi interessati al genere “scandali, corruzione e intrighi fra le berrette rosse di Santa Romana Chiesa”. E’ forse in assoluto il tema che “tira” di più nella storia dell’arte e della letteratura occidentali, da molto prima che nascessero le comunicazioni di massa. “Conclave” resuscita addirittura un termine, “simonia”, da tempo confinato all’esegesi dantesca o, più recentemente, al teatro di Dario Fo. L’idea di un Cardinale che compra i voti al Conclave (e tiene anche i registri) è quanto di più patetico ci sia, nel suo derivare dalla cronaca tangentizia più che da quelle medioevali sui Papi simoniaci e la vendita delle indulgenze.

Figura 3 – Bozzetto di Dante Ferretti per la grande palla di ferro di “Prova d’orchestra” di Fellini
Né particolarmente geniale è quella del porporato con un pesante scheletro sessuale nell’armadio (neanche tanto pesante, il ragazzino). E che dire di un Papa che prima di morire: 1) impone di dimettersi a un Cardinale per motivi ignoti e misteriosi (molti vi hanno visto riflesso e anticipato il caso del Cardinale Becciu); 2) ne nomina “in pectore” (cioè senza renderlo pubblico) un altro, a cui finanzia un misterioso intervento in una clinica svizzera; infine 3) fa trasferire a Roma una suora africana che non lo ha chiesto e non conosce l’italiano, al solo scopo di affossare un papabile a cui è avverso? La bomba nella Cappella Sistina evoca maldestramente la metafisica palla di piombo del felliniano “Prova d’orchestra”. Quella di una rete di attentati in giro per Roma, sulfurea provocazione surrealista in mano a un Bunuel (“Il fantasma della libertà”), qui serve solo a supportare la polemica anti islamica, in chiave di guerra di civiltà, del Cardinale interpretato da Sergio Castellitto. Linguisticamente, è uno spargere simboli a caso.
Cinque piccoli indiani. Politicamente Berger non si compromette: dà ragione e torto a tutti. Il Papa defunto ha molti caratteri di Francesco, ma qualche oscurità di troppo. I papabili sono scelti un po’ come in certe barzellette: “c’è un inglese, un americano, un nigeriano, un canadese, un italiano”. Lo stesso per i caratteri: l’inglese è tormentato, il nigeriano poco chiaro (non è una battuta), il canadese è ambiguo, l’americano corrotto, l’italiano è un fanatico anti islam. Quest’ultimo, drammaturgicamente parlando, è il “vilain”, il nemico di tutti, l’inassimilabile. Il Decano agisce come un Poirot-suo-malgrado, violando cassetti, facendo interrogatori che sono però confessioni e gli servono solo a far sapere a chi di dovere che lui sa; preoccupato di troncare e sopire (fosse facile!), sopire e troncare. Già prima del Conclave pensava alle dimissioni, figurarsi dopo. Ma anche lui è in fondo un personaggio classico di queste storie. Come nei dieci piccoli indiani della grande Agatha, si parte da 5 papabili, che diventano 4, poi 3, 2, 1. Meno male che all’ultimo momento salta fuori quello a cui nessuno aveva pensato. E come dice la signora Coriandoli: “Tutto è bene quel che finisce bene!”. (Anche se tutto lascia prevedere un superlavoro in arrivo per la terza persona della Trinità. Non si può mai star tranquilli.)

Figura 4 – Jean Paul Sartre
A porte chiuse. Se il tema religioso non sembra interessare il regista, scorrendo in parallelo questi tre film il cacciatore di connessioni rimarrà probabilmente sorpreso rintracciando quella squisitamente filosofica proprio in un film facile e acchiappaconsensi come questo, dove i protagonisti hanno più di qualcosa in comune con i quattro di “A porte chiuse”. Come nel dramma di Sartre, anche loro, in certo senso, sono all’inferno. Si tormentano l’un l’altro senza potersi distruggere (magari potessero, ma sono già morti), imparano che “l’inferno sono gli altri” (cosa che oscuramente intuivano) e che non potranno correggere gli errori fatti vivendo. L’apertura del portone li lascerà, con le loro palandrane, più nudi e soli di quando sono entrati. Meno uno, forse. Che ha rinunciato ad essere diverso da come Dio l’ha fatto e ha qualcosa di importante da dire ai vivi là fuori. (Chi ha visto il film sa che cosa intendo.)
Né marketing, né Nostradamus.

Figura 5 – Michel Piccoli “Habemus Papam”
Chi uscisse scontento da questo Jeu de massacre, fra sciagurati pronti a tutto per diventare Papa e poveracci disposti a favorirli per un compenso in biglietti di banca; chi, credente o miscredente, la trovasse una visione un po’ banale e cercasse forme più esigenti di cinema e di approccio al cuore delle cose, può rivedersi “Habemus Papam”, dove Chesterton ha la meglio su Sartre, o “I due Papi”, dove i Cardinali che sperano non tocchi a loro (non per ignavia, per paura di non essere all’altezza), e dove un Papa in odore di dimissioni e chi gli succederà confrontano due visioni forti del mondo e della Chiesa. Dove un Cardinale appena eletto Papa può affacciarsi dalla Loggia delle Benedizioni dopo una settimana parlando così:
“In questi giorni vi sarete domandati: ‘Ma perché il nostro Papa non viene a darci il suo saluto? Non deve preoccuparsi, se il Signore lo ha scelto non ha potuto sbagliare’. Sì, sono stato scelto. Ma questo, invece di darmi forza e consapevolezza, mi schiaccia, mi confonde ancora di più.
In questo momento, la Chiesa ha bisogno di una guida che abbia la forza di portare grandi cambiamenti, che cerchi un incontro con tutti. Che abbia per tutti amore e capacità di comprensione. Chiedo perdono al Signore per quello che sto per fare, e non so se Lui potrà perdonarmi. Io però devo parlare a Lui e a voi con sincerità.
In questi giorni ho pensato molto a voi e purtroppo ho capito di non essere in grado di sostenere il ruolo che mi è stato affidato. Io sento di essere fra coloro che non possono condurre, ma che devono essere condotti. In questo momento posso dire soltanto: “Pregate per me”. La guida di cui avete bisogno non sono io. Non posso essere io.”
Di lì a pochi giorni, per la seconda volta nella storia, un Papa avrebbe detto davvero qualcosa del genere. In latino, quindi nella più assoluta assenza di pathos, nel perplesso chiedersi “cos’ha detto?” dei più. E un altro gli sarebbe succeduto con questo programma.
Il cinema non è necessariamente marketing e neanche Nostradamus. Ma può cogliere davvero l’aria dei tempi, e con essa qualcosa del nostro destino.

Figura 6 – Tango, guida l’esperto.
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