L’ultimo cineclub. L’8 maggio del 2001, quinto mese del nuovo secolo, nasceva a Roma un cineclub, l’“Alphaville”. Nasceva al Pigneto, quartiere di memorie cinematografiche eccellenti (da “Roma, città aperta” a “Bellissima”), a due passi dal bar Stracci di “Accattone” (1961). E Stracci sarebbe stato il nome del sottoproletario che muore in croce – improbabile Gesù di un film sulla Passione – ingozzato di ricotta, in uno dei capolavori di Pasolini (“La ricotta”, episodio di “Rogopag – Laviamoci il cervello”, 1962). Altri stracci (minuscolo) campivano allora la sua poesia, a partire da quel “rosso straccio di speranza” che chiudeva “Il pianto della scavatrice” (1956). Una parola cara.
Come l’”Angelus Novus” di Paul Klee citato da Benjamin, il nuovo cineclub nasceva con lo sguardo rivolto al passato: agli anni delle avanguardie, all’epopea del muto e del grande cinema europeo e americano, al neorealismo italiano, ma soprattutto ai movimenti (le “nouvelles vagues”) degli anni ’60 e ’70: europee, asiatiche (allora solo quella giapponese) e americane del Nord e del Sud. Si partiva dai dioscuri della NV francese: Jean Luc Godard, da cui l’Alphaville traeva il nome, e l’amico/nemico François Truffaut. Alphaville era il pianeta computerizzato, in cui ogni emozione individuale è bandita in quanto illogica, in “Agente Lemmy Caution: missione Alphaville”, commovente film godardiano di fantascienza, oggi commoventemente invecchiato. “Fantacoscienza”, l’avrebbe chiamata Callisto Cosulich parlando di “Solaris”, di Andrej Tarkovskij.

Nel 1984 era morto Truffaut, all’ospedale israelita di Parigi, per un tumore al cervello. A 52 anni lasciava due figlie adolescenti e una di pochi giorni. Di Fanny Ardant, l’ultima compagna. Finiva un periodo di irripetibile fervore, una smania di cinema che aveva prodotto, fra mille forme di schermo selvaggio, una fioritura mai vista di quei circoli per patiti della settima arte detti “cineclub”. Solo Roma ne aveva dieci o quindici (Raffaele Meale). Per uno che chiudeva, due nascevano: Il “Filmstudio 70 “ (il capostipite), “L’occhio, l’orecchio, la bocca” (poi “Misfits”), il “Sadoul”, “L’Officina”, “Il Politecnico, “Il Detour”, “Il labirinto”, ecc. ecc. L’Estate Romana di Renato Nicolini li chiamò tutti a raccolta. Fu la loro epopea creativa e organizzativa: elaborare, articolare e proporre nuovi raccordi critici fra le varie componenti di tutto ciò che è cinema: muto e sonoro, colto e popolare, a colori e in bianco e nero, di genere e d’autore.
I “ciné-club” parigini degli anni venti erano palestre e strumenti dell’avanguardia cinematografica. Quelli degli anni sessanta a questa funzione ne avrebbero assommate altre due: una di supplenza del mercato – poco o nulla interessato a far circolare, attraverso i suoi normali circuiti, le novità più radicali – e un’altra, fondamentale, di promozione della cultura cinematografica. Nel pendolo fra avanguardia e restaurazione, avrebbero svolto un compito di ricucitura critica. L’avanguardia è una frattura violenta, breve e scomposta, con il mondo di prima. Nulla è più uguale a quel che era. Ciò che viene dopo, e che chiamiamo restaurazione (ma non è “ancient regime”, congresso di Vienna, quella roba lì; quella dura poco), è la sua ricomposizione, lunga e altrettanto difforme, in una realtà diversa che nei casi migliori ne mantiene i tratti fondamentali. E’ Chaplin che passa dai cortometraggi degli anni 10 ai meravigliosi lungometraggi successivi senza perdere nulla di Charlot. E’ Bunuel che porta la rivoluzione surrealista dei primi film sperimentali (“Un chien andalou” e “L’age d’or”) nel graffio supremo dei capolavori messicani e francesi che verranno. E’ un’avanguardia che evolve per durare.Ma è anche la luna di Méliès che diventa “Invasione degli ultracorpi” e poi “Guerre stellari”. Tutto questo si chiamò Massenzio, l’epopea di quei cineclub e delle loro Estati Romane. Artefice, e artificiere, Renato Nicolini.

Nel 2001 tutto questo era già storia, ma qualche segnale positivo i tempi lo davano ancora. Non c’erano ancora i DVD (che adesso non ci sono più) e le piattaforme digitali che li avrebbero falcidiati. Qualche mese prima aveva riaperto il “Filmstudio”, dopo 15 anni di chiusura; per altri 15 ci avrebbe regalato le sue bellissime rassegne. C’era ancora “Il Labirinto” in via Pompeo Magno. Al Flaminio il “Politecnico” aveva riaperto ad opera della “Fandango” di Domenico Procacci (il produttore di Moretti, Muccino e tanti altri). Il “Grauco” dell’argentino Roberto Galve – marionettista e presentatore, nella TV dei Ragazzi dei primi anni 70, di una trasmissione Rai di cartoni animati – resisteva dal 1975, almeno per chi non avesse problemi con gli incensi (marchio olfattivo del locale). Silvano Agosti aveva affiancato al suo “Azzurro Scipioni” (a suo modo un cineclub, e fra i più duraturi) l’“Azzurro Méliès” in via Faa di Bruno, dedicato al cinema muto (sarebbe durato poco). Nel giro di qualche anno avrebbero chiuso tutti. Molto prima del Covid, che spazzò via gli ultimi, incerti refoli, come l’”Apollo 11” di via Bixio.
Oggi l’avanguardia la fanno le tecnologie. Tutte le cineteche del mondo, dagli anni 80, sono impegnate in un meraviglioso lavoro di restauro e riproposte; in particolare, da noi, quella di Bologna. Festival come “Il cinema ritrovato” e le “Giornate del cinema muto” di Pordenone attirano giovani e meno giovani da tutta Europa, ricchi di bellissime proposte che molto stentatamente superano lo stadio dell’evento. E gli eventi si moltiplicano.
In un bel libro di tre anni fa, “La bella confusione”, Francesco Piccolo ha raccontato le storie parallele di due film straordinari, girati negli stessi giorni: “Il gattopardo” e “Fellini 8 ½”. Due film del 1963, l’anno magico in cui il nostro cinema conquistò tutti i festival competitivi del mondo. Tutti. Erano sette. Il diavolo Sei furono gli “ori” conquistati: Venezia (“Le mani sulla città”), Cannes (“Il gattopardo”), Berlino (“Il diavolo”, un Sordi minore), San Sebastiano (“Mafioso!”, un Sordi maggiore), Mosca (“8 ½”, che l’anno dopo avrebbe vinto l’Oscar), Mar del Plata (“I compagni”,Monicelli). Manca l’”argento”: la Vela d’argento di Locarno a “I basilischi”, l’esordio di Lina Werthmuller. Nel 1963 i festival competitivi nel mondo erano sette, sei in Europa e uno in Argentina. Vogliamo aggiungere al conto quelli non competitivi (in Inghilterra e altrove)? Non arriveremmo probabilmente a 20. Quelli che rischia di avere, fra qualche anno, una media regione italiana. Pieni come uova di accreditati e di curiosi, che sciamano con i loro badge al collo fra i cinema, le mostre e i fast food di quelle città. Piccole e grandi, da Roma a Giffoni, da Torino a Pesaro, da Venezia a Cattolica (e siamo ai classici). E’ la forza trascinante dell’Evento. Ma… il pane quotidiano?

Questa rubrica si era già occupata, per un debito d’affetto, dell’”Alphaville” in un suo triste momento di svolta, quando in pieno Covid – ma non per Covid – era scomparso uno dei due fondatori, Pino Palazzolo. Di lì un anno, un ictus avrebbe ucciso la moglie Patrizia Salvatori, lasciando il cineclub acefalo. Ma, come si dice, “quando il gioco si fa duro…”. Finita l’emergenza Covid, nella nuova sede inaugurata da Patrizia pochi mesi prima di morire, un pugno di soci ardimentosi ha ripreso in mano l’attività dei due amici fondatori. All’inizio di ogni mese il migliaio di soci in mailing list riceve il programma, che giorno per giorno appare peraltro regolarmente sui giornali e i siti dedicati (My Movies, ecc.). In rete, a saperlo cercare, si trova ormai quasi tutto. Oggi a Roma, a lavorare su quel “quasi”, proiettando classici e meno classici della storia del cinema sono rimasti loro, quelli dell’Alphaville. Superati lutti e pandemie, ormai padroni a casa loro (una casa rinnovata ed accogliente), tutte le settimane, dal venerdì alla domenica, affrontano quel “quasi” . Prima con lo sguardo un po’ retrodi chi amministra un patrimonio, di recente un po’ meno.
Avrebbero potuto fare dell’Alphaville un ridotto di vecchi pionieri, come il garibaldino rincoglionito di Verdone. Laceri portatori insani di una supposta superiorità culturale, o romantici divulgatori di un cinema che non c’è più. In entrambi i casi scomparire, con i loro “Jules et Jim” e “Pierrot le fou”. Per ora resistono. Fra mille difficoltà, perché le leggi impongono anche ai circoli privati le stesse condizioni di noleggio dei cinema. Ma resistono (o resiliano, se piace). Guardati con cipiglio da esercenti e distributori, che a volte ricordano i cacciatori di cui parlava Michele Serra: quelli che ammazzano i gatti, piccoli cacciatori in proprio, come se fossero fastidiosi rivali, elementi di disturbo. Idioti.
Qualche giorno fa, in un altro 8 maggio, una quarantina di noi hanno affrontato impavidamente un venerdì sera di movida al Pigneto per ritrovarsi a festeggiare i 25 anni dell’Alphaville, che un po’ sono anche nostri. E, brindando, a voltare pagina. “Eh già / sembrava la fine del mondo ma / siamo ancora qua…”. Si va.
“ A mille ce n’è, sullo schermo di fiabe da narrar… ”



