A pochi giorni dall’elezione di Papa Leone XIV, il dibattito pubblico è tutto rivolto alle aspettative che circondano il nuovo Papato, sui grandi temi dell’umanità, da quelli etici alla pace, a quelli della Chiesa, dalla fede alle riforme. A testimoniare l’aspettativa globale riposta sul nuovo Pontefice, chiamato a rappresentare la massima autorità morale riconosciuta, corrisponde la copertura mondiale che i media hanno riservato alla trepidante attesa dell’apertura del conclave e alla proclamazione del nuovo Pontefice. Ad accentuare l’attenzione anche il profilo del nuovo Pontefice, che ha acceso i riflettori in aree del mondo tradizionalmente meno attente alle questioni del cattolicesimo.
Partendo da un’esperienza personale, citata più avanti, nell’ambito dello “Speciale” che il nostro sito web riserva all’avvenimento, vorrei dedicare, da un’angolatura non specialistica, di osservatore e cattolico, alcune considerazioni a corredo.
La prima è che la Chiesa sembrerebbe aver trovato – per le modalità di svolgimento del Conclave, al tempo stesso breve e sorprendente – un punto di ripartenza o, se si vuole, di equilibrio, abbastanza vicino al magistero di Papa Bergoglio, consapevole che il nuovo Papa sarebbe stato al contempo il successore di Pietro e di Francesco. Per dire che il nuovo Papa succede sì all’Apostolo – come molti avevano sottolineato alla vigilia, quasi a volerlo sottrarre all’urgenza della continuità – ma anche al Pastore argentino. Ossia a un Papa popolarissimo, che ha saltato i protocolli vaticani rivolgendosi direttamente al suo popolo, sceso, non solo metaforicamente, tra la gente, abbracciato gli ultimi (si pensi ad esempio al ricovero allestito sotto il colonnato berniniano) e affiancato i sofferenti per la “diversità” del loro essere e del loro sentire, come nel caso delle aperture alla comunità gay e alle coppie irregolari, che ha privilegiato le periferie del mondo (come ha fatto con i viaggi e con le nomine dei nuovi cardinali), che si è messo al passo di chi si era smarrito per cercare di ritrovarlo in Cristo (come testimoniano le visite e la vicinanza ai carcerati e la richiesta di amnistie). Papa Francesco è stato il Pontefice che ha indetto ben due Giubilei, per ricondurre il popolo di Dio alla sua Chiesa. Che ha voluto caratterizzare il proprio pontificato già con la scelta del nome. Di rottura e di una forza inaudita. Mai prima un Papa si era richiamato a San Francesco. E al suo messaggio. Coerentemente interpretato nel proprio stile di vita (dalle scarpe alle stoffe modeste, alla rinuncia ai paramenti, alla croce d’argento con il buon pastore…). Si commetterebbe un errore se si derubricassero tali scelte a fatti simbolici, a problemi minori, destinati a essere superati ed oscurati dall’avvento di un nuovo stile pontificio, perché esse sono penetrate nel profondo, in modo irreversibile. Questo ovviamente non significa che il nuovo Papa debba replicarle, perché ognuno ha il suo stile e la sua cifra. Importante è la sostanza del messaggio comunque declinato. Quelle scelte sono, schematicamente, il segno – a modesto parere di chi scrive – dell’azione del pontificato di Papa Francesco: contrastare il declino della Chiesa in Occidente, recuperando credibilità – attraverso il richiamo alle gerarchie a una maggiore semplicità dello stile di vita – rilanciando il dialogo e le aperture verso mondi che, nel corso degli ultimi anni, si erano allontanati dal cattolicesimo, e disegnare, con maggiore e coerente incisività, una nuova dimensione universale per la Chiesa, nel Sud del mondo e in Oriente.
Si tratta, a ben vedere, di un’azione che si pone in continuità con quella che Paolo VI definiva “la meditazione secolare della Chiesa”, ed è da una parte l’attualizzazione del magistero di Giovanni XXIII (tante le similitudini: il contesto internazionale funestato da guerre e minacce di nuove tensioni internazionali, la bonomia, l’ecumenismo retto da una speranza forte e indefinita nella forza della fede, il coraggio delle scelte, le novità nelle nomine cardinalizie, l’esigenza di avanzare riforme), ma anche di Paolo VI, il primo Papa a intraprendere i grandi viaggi (dalle Americhe al Medio ed Estremo Oriente, dall’Asia all’Oceania, all’Africa) e a trovarsi di fronte alla crisi della fede nell’Occidente secolarizzato, in cui la teologia rincorre la scienza, e di Giovanni Paolo II, il Papa venuto dalla cortina di ferro, animato da una forza incrollabile nella grazia della speranza per un nuovo Avvento capace di sovvertire gli equilibri del mondo e affermare ovunque la verità della fede. È in questo solco che cresce la predicazione di Papa Francesco di fronte alla povertà degli emarginati e degli immigrati; delle esortazioni all’accoglienza; dell’invito a essere misericordiosi e compassionevoli verso chi è in difficoltà; e alla cancellazione del debito dei Paesi poveri. La continuità dovrà farsi carico di superare l’avversità che ha accompagnato il suo verbo includente, anche nella Chiesa universale, che fatica a farsi una e a cogliere il messaggio di grandezza insito nella speranza della fratellanza tra gli uomini, tra tutti gli uomini ovunque dispersi, dall’Oriente all’Occidente, in una Chiesa pellegrina e missionaria.
L’opera di Papa Francesco, tanto complessa da sembrare contraddittoria e sfuggire alle classiche categorie del pensiero contemporaneo – progressista, conservatore, destra, sinistra, tradizionalista, moderno, così che da diverse angolazioni ciascuno vi si è riconosciuto – si contestualizza nello sforzo di apertura e accoglienza operato alle frontiere, di apertura di nuovi spazi, nella certezza di radicamento per la Chiesa di domani nelle aree più popolose del mondo, aperta in un abbraccio accogliente, generoso e definitivo. Il Pontefice che condanna l’aborto è lo stesso che offre dialogo e comprensione, seppur limitati, verso la comunità omosessuale e LGBT (con quell’inaudito “Chi sono io per giudicare”), che si prodiga per l’accoglienza degli immigrati e si oppone ai respingimenti, che apre al ruolo delle donne e predica una Chiesa aperta al confronto con la complessità moderna. Che, nelle scelte di governo e di consacrazione di Vescovi e Cardinali, guarda al mondo che bussa alle porte della storia, reclamando più partecipazione. Andando al cuore del messaggio cristiano di compassione, di misericordia e di amore, mettendosi di fronte ai non credenti per accogliere; di fronte al peccato e ai peccatori, per esercitare il perdono nella comprensione di una dimensione connaturata all’uomo e capace di generare nuovi frutti; rigenerando la Chiesa con la dottrina sociale del fare in mezzo alla sofferenza, una Chiesa che si fa missione e predicazione, abbracciata alla Croce.
Un Papa, Francesco, che ha fatto i conti con la demografia, con il declino dell’Occidente opulento ed egoista, chiuso e prigioniero del proprio benessere, secolarizzato, laico, radicato su valori che progressivamente si sono allontanati dalla morale cattolica – beati gli ultimi, essi saranno i primi – e rischia di marginalizzare la Chiesa di domani. A ben vedere si muove lungo una linea che già Paolo VI, non ancora Papa, evoca nella messa in suffragio di Giovanni XXIII in Duomo a Milano, quando afferma che il successore dovrà proseguire la linea del pontificato giovanneo sull’internazionalizzazione della Chiesa insieme all’ecumenismo e alla ricerca della pace.
Di fronte alla crisi di fede, che già angosciava Papa Montini, Francesco ha allargato la rappresentanza della Chiesa, creando porporati in ogni angolo della terra, cercando di operare non solo esortazioni morali ma direttive di governo per la Chiesa futura, con l’abbraccio che supera le differenze e accoglie nuove comunità, sostanziando la testimonianza di fede con la vicinanza e la cura diretta. Ebbene, tutto ciò appare come la continuazione del pensiero millenario della Chiesa di Roma.
Leone XIV, a lungo collaboratore di Bergoglio, a cui ha dedicato i suoi ringraziamenti, ha subito stabilito una linea di personale continuità e di novità. La continuità nell’impegno sociale a favore delle fasce di popolazioni più disagiate, l’amore universale che non conosce gerarchie, l’impegno “perseverante” per la pace ribadito subito con quell’espressione “La pace sia con tutti voi”, la predicazione per l’accoglienza – costruire ponti e non muri – e la critica alla politica trumpiana delle espulsioni, l’impegno a salvaguardare l’ambiente come creato. Ma anche innovazioni, partendo dal nome. Richiamandosi a quello di Pontefici antichi, l’ultimo dei quali, Leone XIII, ricordato per l’enciclica “Rerum Novarum” del 1891, considerata la base della dottrina sociale della Chiesa. Che esibisce la mozzetta rossa e i paramenti indossati sulla talare bianca, uno stile più meditato, che lascia meno spazi all’improvvisazione, più adesione all’ortodossia ecclesiastica, che può far intuire un discreto ritorno alla considerazione della centralità del governo della Chiesa e alla sinodalità, con un “ricentramento” della gerarchia vaticana. Anche sui temi etici e dei diritti civili Leone XIV appare più ancorato alla tradizione e a un’attenta misurazione delle necessità del dialogo. Resta, anche come tratto biografico, la centralità dell’evangelizzazione del Sud del mondo, con la scelta di una Chiesa missionaria in mezzo alle difficoltà.
L’intelligenza del conclave ha regalato, ancora una volta, una mirabile sintesi alle questioni della Chiesa, con una figura chiave per l’affermazione di una visione universale capace di sovvertire equilibri geopolitici – come già con Wojtyła – o di affrontare le frontiere tracciate/alzate dal sovranismo in America come in Europa. Un Papa, come già osservato, con un forte profilo internazionale, con spirito missionario, a cavallo tra più mondi, chiamato ad affrontare la crisi della fede, spinta fino all’irrisione: Leone XIV conosce bene – per la sua biografia – sia la società americana che quella europea, ma anche le altre aree del mondo, essendo stato a capo del Dicastero dei Vescovi. Conosce la macchina della Chiesa nel mondo e la potente energia della fede e dell’impegno sociale come declinazione del “Per Cristo, con Cristo, in Cristo” della preghiera per la consacrazione del pane e del vino.
E qui torna l’esperienza personale, di cui parlavo in apertura, che mi sembra racchiuda bene il messaggio di Papa Bergoglio. Ritornano le immagini dell’iniziativa dei panificatori di Confesercenti, con cui tra gli altri ho collaborato per molti anni, nell’anno del Giubileo della Misericordia, nel giugno 2016, quando si mobilitarono in Piazza per “accogliere” e “donare” il pane ai pellegrini, organizzando l’iniziativa “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. In quell’occasione, che vide, in Largo Giovanni XXIII, l’allestimento del ‘villaggio del pane’, in prossimità del Gazebo della Misericordia, il Papa li ringraziò pubblicamente per l’opera svolta. Fu una settimana intensa in cui gli operatori dell’arte bianca distribuirono per una settimana i pani d’Italia, ogni giorno di una Regione diversa, per dare un servizio a sostegno dei pellegrini, unendo l’alto valore simbolico del pane nella narrazione cattolica con il valore della produzione, che in Italia conosce ben 220 tipologie, declinate in 1500 varianti. Al termine di quell’iniziativa, con una delegazione, consegnammo al Santo Padre una copia della Madonna del Crivelli e il ricavato delle offerte fu destinato all’Opera di Carità di Papa Francesco per il Giubileo della Misericordia, consistente nella costruzione di una scuola di agraria nel Burkina Faso. Il Papa in quell’occasione ricordò alla delegazione la nobiltà del fare pane, il valore simbolico rivestito per la Chiesa, l’importanza di esso per la condivisione, per la convivenza tra gli uomini, ricordando che “il pane non si taglia ma si spezza con le mani e lo si offre”. Ecco, in quell’esperienza, come del resto in altre nelle quali incontrammo Papa Francesco, è racchiusa la disponibilità al confronto e al dialogo con tutti, il pensiero costante al Terzo Mondo e la testimonianza di vicinanza fattiva e includente. Questo oggi mi sembra il lascito più importante alla Chiesa di domani.


