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    Home»Mondo»G7 e altri Vertici: l’impotenza della diplomazia dei Grandi e dell’Ue asservita a Trump e a Netanyahu
    Mondo

    G7 e altri Vertici: l’impotenza della diplomazia dei Grandi e dell’Ue asservita a Trump e a Netanyahu

    Giampiero GramagliaDi Giampiero GramagliaGiugno 20, 20259 VisualizzazioniLettura 5 min.
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    Parte zoppa la stagione dei Vertici dell’Occidente, mentre il Medio Oriente s’infiamma per l’attacco di Israele all’Iran: parte zoppa perché il presidente Usa Donald Trump lascia il G7 in Canada a metà lavori, confermando la sua idiosincrasia per le assisi multilaterali; e perché tutti gli europei gli fanno da zerbino, non mettendo in dubbio le motivazioni di Israele contro l’Iran (e, anzi, avvalorandole: il cancelliere tedesco Friedrich Merz dice che Israele “sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”).

    Tutti si sono già dimenticati l’invasione dell’Iraq nel 2003 decisa perché Baghdad non doveva avere armi di distruzione di massa e avallata da Gran Bretagna, Italia, Spagna e altri – Francia e Germania lo osteggiarono -, salvo poi scoprire, a invasione compiuta, regime rovesciato e centinaia di migliaia di morti fatti, che le armi di distruzione di massa non c’erano.

    Per l’intelligence Usa, l’Iran, prima dei bombardamenti, era tre anni lontano dalla bomba atomica, ammesso che volesse dotarsene (Teheran nega). Trump la zittisce. E, dopo avere inutilmente cercato di indurre il premier israeliano Benjamin Netanyahu a dare una chance ai negoziati in corso tra Usa e Iran, si accoda all’aggressione israeliana e progetta di salire sul carro del vincitore: vuole piantare la sua bandierina sull’annichilimento d’un Paese di 90 milioni di abitanti e intima al regime degli ayatollah, con la tracotanza di un maramaldo, “RESA INCONDIZIONATA”, tutto maiuscolo sul suo social Truth.

    Con altro sfoggio di protervia, Trump ricorda che solo lui ha bombe capaci di colpire in profondità laboratori e impianti nucleari iraniani; ed aggiunge che sa benissimo dove si nasconde l’ayatollah Ali Khamenei, ma che non vuole ucciderlo “per ora”.

    Senza contare che l’attacco di Israele all’Iran, che non è un’operazione chirurgica –centinaia i morti in Iran, decine quelli in Israele vittime dalla inevitabile ritorsione-, è un’ ‘arma di distrazione di massa’ efficacissima a favore di Netanyahu, ma anche del presidente russo Vladimir Putin: nessuno si occupa più di quanto avviene nella Striscia di Gaza, dove le stragi del pane sono quotidiane –solo martedì, oltre 50 morti ammazzati alle distribuzioni dei viveri della Fondazione israelo-americana, vere e proprie trappole letali–; o in Ucraina, dove la Russia intensifica i bombardamenti notturni sulle principali città. Con buona pace per gli sforzi di pace del presidente Trump, di cui il G7 fa “servo encomio”.

    E dire che la garanzia che l’Iran non si dotasse della ‘bomba’ era stata acquisita nel 2015, quando Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania avevano definito un accordo con Teheran: controlli sulle attività nucleari iraniane in cambio della progressiva levata delle sanzioni. L’intesa, rispettata da tutti i contraenti, venne però denunciata nel 2017 da Trump divenuto una prima volta presidente: della denuncia di quel patto, portiamo adesso tutti le conseguenze, in termini d’insicurezza e di costi, senza averne ricavato alcun beneficio.

    Dopo il G7, il trittico di Vertici proseguirà con la Nato dal 24 al 26 giugno, all’Aja, e con l’Ue il 26 e 27 giugno, a Bruxelles. Appuntamenti che dovevano servire a discutere delle prospettive di pace in Ucraina e nel Medio Oriente, oltre che della ‘guerra dei dazi’ e del nuovo ordine mondiale, dell’aumento delle spese per la difesa e di una maggiore integrazione europea tra politica estera e sicurezza.

    Tutte agende ora subordinate agli sviluppi della guerra di Israele all’Iran; e pure al ‘fattore Trump’: accelerazioni, spesso estemporanee e contraddittorie, imposte ai vari dossier. Il confronto collettivo al G7 con il magnate presidente doveva essere “un primo vero test” per gli altri leader europei, scriveva Euronews. E’ parzialmente mancato.

    Per l’Europa, Kananaskis, nell’Alberta, teatro per la seconda volta d’un Vertice del G7 – la prima fu nel 2002 -, è stata, anzi, la scena di uno sfacelo: una proposta di compromesso sui dazi avanzata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è stata respinta da Trump (l’idea era dazi del 10% su tutto l’export europeo negli Stati Uniti). Tra l’altro, non si capisce perché l’Ue debba accettare a priori di ‘penalizzarsi’, con il risultato che gli Usa ora considerano il 10% acquisito e chiedono di più. Invece, il premier britannico Keir Starmer sarebbe riuscito a chiudere con Trump la trattativa commerciale (ma Stati Uniti e Gran Bretagna erano un bel pezzo avanti).

    Sul Medio Oriente, gli europei sono andati in ordine sparso. Merz, con la sua sortita agghiacciante, ha fatto un esordio inadeguato a un cancelliere tedesco. Il presidente francese Emmanuel Macron è riuscito, senza nepure volerlo, ad attirarsi le contumelie di Trump, ma ha almeno messo in guardia che un cambio di regime a Teheran non è scontato e che, se ci fosse, non è affatto sicuro che migliorerebbe la situazione.

    La premier italiano Giorgia Meloni se n’è uscita tutta tronfia per il micro ‘tete-à-tete sulla panchina’ con Trump e sbandiera soddisfazioni per le conclusioni sull’immigrazione. L’europeo migliore – e non è stata la prima volta – è stato il premier canadese: Mark Carney, all’esordio, ha gestito senza soggezione il rapporto con Trump, che ha persino rinunciato a battute di spirito sul 51° Stato dell’Unione. Viene quasi voglia di offrirgli un posto nell’Ue.

    Autore

    • Giampiero Gramaglia
      Giampiero Gramaglia

      Giornalista dal 1972, professionista dal ’75, impara il mestiere alla Provincia Pavese e alla Gazzetta del Popolo di Torino, dove copre fra l’altro gli Anni di Piombo del terrorismo brigatista. Nel 1979, apre l’ufficio di corrispondenza della Gazzetta a Bruxelles.
      Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue Cee e Nato per dieci anni. Nel 1989 è a Roma come caporedattore Esteri; dal ‘90, è caporedattore centrale e dal ‘97 è vicedirettore.
      Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile del Nord America, con sede a Washington. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 è direttore dell’Ansa.
      Lasciata l’Ansa, dirige fra l’altro l’Agence Europe a Bruxelles, collabora con il Fatto Quotidiano, è direttore dei corsi e delle testate dell’Ifg, la scuola di giornalismo di Urbino. Attualmente, è docente presso l’Ifg e tiene corsi di giornalismo alla Sapienza; gestisce un suo sito e collabora con regolarità
      a media tradizionali e online; è sovente ospite di programmi radiofonici e televisivi e co-gestisce la rassegna stampa internazionale di Radio Radicale; è senior advisor per l’Italia di NewsGuard; ed è attivo in diverse Associazioni e Fondazioni.

    Benjamin Netanyahu Donald Trump G7 Unione Europea
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