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    Home»Diritti»L’estate dei desideri: bruco o farfalla?
    Diritti

    L’estate dei desideri: bruco o farfalla?

    Maria Teresa CaccavaleDi Maria Teresa CaccavaleAgosto 19, 20251 VisualizzazioniLettura 4 min.
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    L’estate sfuma, lasciando dietro di sé il calore che acceca e spesso  l’illusione di una pausa, i bagagli tornano negli armadi, e il tempo della mietitura ha già detto chi ha raccolto e chi no. In troppi campi, solo gramigna.

    Sul fronte del mondo, nessuna tregua: in Ucraina e a Gaza la pace resta un miraggio. Alle guerre di sangue che continuano a sottrarre vite e ad affamare le popolazioni, si aggiungono quelle economiche, come i dazi americani: mine silenziose pronte a esplodere ovunque. La terra trema, e non solo sotto i piedi: c’è un terremoto dell’anima che l’uomo non riesce a domare. I diritti cedono terreno, tornando verso epoche in cui la forza era legge e la dignità un lusso.

    Viviamo divisi: chi prova a guardare oltre i muri, e chi li alza ancora più alti. Chi osa sognare un orizzonte più ampio, e chi preferisce stringere spazi e libertà. La politica, ancora una volta, ha tradito le attese. Ma la speranza – la più testarda delle virtù – resiste.

    Eppure, mentre molti contano giornate di mare e cene d’agosto, c’è chi conta i morti. Nei luoghi dove la vita dovrebbe essere protetta, il vuoto di responsabilità uccide. In carcere, soprattutto. Al 14 agosto: 53 suicidi. Altri morti ancora senza nome e senza spiegazione. Centinaia di atti di autolesionismo. Sono numeri freddi, ma dietro ognuno c’è un volto che non vedremo mai più.

     In carcere, l’estate non è una stagione: è una condanna nella condanna. L’aria si ferma, i muri bollono, le celle diventano forni. L’inverno non porta sollievo: allora si congela, si respira umidità e muffa. Le stagioni, dietro le sbarre, amplificano la pena e riducono la dignità.

    A chi sta fuori sfugge questo dettaglio: il caldo non è solo caldo, il freddo non è solo freddo. Sono armi silenziose. Nelle stanze sovraffollate, l’ossigeno finisce presto e resta solo un odore acre di corpi e disperazione. L’acqua scorre a intermittenza, i ventilatori sono un lusso, il riscaldamento un miraggio.

    E poi ci sono i “morti viventi”: uomini e donne che camminano nei corridoi con lo sguardo spento, incapaci persino di immaginare un domani. Si consumano lentamente, fino a diventare ombre. Non compaiono nelle statistiche, ma sono la prova che il carcere, così com’è, non rieduca: spegne.

    Ogni volta che entro in una sezione, li vedo. Giovani che hanno perso la rotta e aspettano un imprevisto, un gesto che ribalti la traiettoria della loro vita. Sognano una stella cadente, non per evadere, ma per tornare liberi dentro. Per ritrovare la parte di sé che non hanno ancora del tutto perso.

    Non è questione di buonismo: è un tema di civiltà. La privazione della libertà non può tradursi in annientamento. La legge dice che i diritti fondamentali non vanno sospesi, eppure accade ogni giorno. L’omissione di atti d’ufficio (art. 328 c.p.) è scritta nei codici, ma nei corridoi delle istituzioni spesso resta lettera morta. Dove sono i braccialetti che avrebbero consentito a molti di scontare la pena in modo alternativo al carcere? Dove sono le attività rieducative, formative, ricreative, sanitarie, ecc. durante i mesi estivi? Tutto tace, tutto è sospeso in carcere, tutti sono in ferie e tutto viene rimandato come ogni anno .Il Ministro Nordio, il quale ,nonostante gli sforzi profusi dalla sua task force, non è riuscito ad emanare nessun decreto che riducesse il sovraffollamento carcerario, concludendo le sue attività sul tema carcere con l’affermazione  che il numero dei suicidi è in diminuzione rispetto agli anni precedenti per cui non c’è emergenza. Che dire? Che bisogna controllare la rabbia e trovare soluzioni contro questa barbarie politica e umana.

    Forse un giorno capiremo che il carcere, così come lo conosciamo, è parte del problema. Che serve aria, luce, lavoro, cura. Che nessun muro potrà mai contenere la disperazione senza trasformarla in tragedia.

    Quante stelle cadenti dovremo ancora aspettare prima che un bruco trovi il coraggio – e lo spazio – per diventare farfalla?

    Autore

    • Maria Teresa Caccavale
      Maria Teresa Caccavale

      Maria Teresa Caccavale è un’esperta di tematiche carcerarie, avendo insegnato economia aziendale per quasi trent’anni nel carcere Di Rebibbia. Dal 2011 si dedica anche al volontariato attraverso l’Associazione Happy Bridge di cui è Presidente.

      La sua vocazione per il sociale è ben nota a chi la conosce e la segue sui social. Con uno sguardo attento e azioni concrete, si dedica alla difesa dei diritti degli ultimi e degli emarginati, sensibilizzando l’opinione pubblica e le istituzioni sulle diseguaglianze sociali, i diritti umani e il sistema penitenziario.

      Dal 2017 è ambasciatrice Erasmus/EPALE in qualità di esperta di educazionedegli adulti, promuovendo l’apprendimento permanente come strumento di crescita e riscatto.

      È inoltre membro della United Peacers per un Nuovo Umanesimo.

      La sua è una battaglia quotidiana per un mondo più giusto e inclusivo.

    Carceri giustizia carceraria morti in carcere poesia
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