Negli ultimi giorni sono circolati online dei video in cui si vedono persone nel Donetsk occupato esultare per l’arrivo di una cisterna d’acqua. I canali Telegram russi filobellici denunciano da tempo una catastrofe umanitaria nella città e recentemente hanno diffuso un video con un “appello dei bambini del Donbas” a Putin, chiedendogli di dare loro dell’acqua.
Fino al 2014, Donetsk — città ucraina — era una metropoli sviluppata, che ospitava nello stadio da 400 milioni di dollari le partite del Campionato Europeo di calcio, nonché concerti di Beyoncé e Rihanna. Oggi, nella Donetsk occupata dalla Federazione Russa, non c’è l’acqua (!).
La Federazione Russa ha “liberato” la popolazione russofona non solo dagli “ucronazisti”, ma anche — letteralmente — dai beni essenziali della civiltà.
Ricordiamo com’è iniziato tutto. I cittadini di Donetsk volevano davvero entrare a far parte della Federazione Russa? E si trattava davvero di abitanti del posto?
Lo abbiamo chiesto a un professore dell’Università di Donetsk, che fino al 2014 viveva e lavorava lì, fu testimone diretto dell’inizio della guerra nel Donbas e conosce ciò che è accaduto non dai telegiornali, ma dalla propria esperienza.
Iryna Medved
Undici anni fa sono stato costretto a lasciare la mia città natale, Donetsk, a causa della sua occupazione di fatto da parte della Russia. Lo stesso destino è toccato a quasi due milioni di miei connazionali, che hanno abbandonato le loro case e trovato rifugio in diverse regioni dell’Ucraina. Eppure, molti in Occidente (e persino alcuni in Ucraina!) continuano a credere che la guerra russa contro l’Ucraina sia iniziata il 24 febbraio 2022. In realtà, l’invasione moscovita è cominciata nel febbraio 2014, con l’occupazione della Crimea. In seguito ha preso il via quella che fu chiamata la “Primavera russa”, cioè la realizzazione del progetto imperiale del Cremlino noto come “Novorossija” [Primavera russa» («Русская весна») – è il nome dato dalla propaganda del Cremlino alla fase iniziale dell’aggressione russa contro l’Ucraina nel 2014, che ha incluso manifestazioni pilotate, disinformazione, infiltrazioni di agenti russi e azioni violente nei territori orientali e meridionali dell’Ucraina, con l’obiettivo di destabilizzare il paese e promuovere la secessione da Kyiv.
Il Progetto Novorossiya
Il Progetto «Novorossiya» («Новоросія») – è un piano geopolitico lanciato da Mosca per creare una nuova entità statale filo-russa nei territori sud-orientali dell’Ucraina (tra cui Donetsk, Luhansk, Kharkiv, Kherson, Mykolaiv e Odessa), con l’obiettivo di smantellare l’Ucraina come stato unitario.
Il 1° marzo 2014 si sono svolte manifestazioni in otto capoluoghi dell’Ucraina orientale sotto i tricolori russi [il tricolore è il termine colloquiale per la bandiera russa] e slogan anti-statali. Nella maggior parte di queste regioni l’avanzata di Mosca è stata fermata. Tuttavia, non si è riusciti a diffendere Donetsk e Luhansk.
All’epoca si ebbe la sensazione che nella mia Donetsk il primo giorno di marzo del 2014 fosse stato schiacciato una specie di interruttore. Nella piazza centrale della città si erano radunate centinaia di persone, con gli occhi brillanti e le bandiere russe in mano. Gridavano: “Putin, vieni!”. Per me e per molti abitanti di Donetsk fu uno shock. Sono assolutamente convinto che nella mia città non ci fosse mai stato alcun fondamento per un separatismo politico (a differenza, ad esempio, della Crimea). Certo, a livello quotidiano esistevano simpatie verso la Russia, ma nulla di più.
L’organizzazione non riconosciuta “Repubblica di Donetsk”, fondata nel 2005, aveva organizzato occasionalmente piccoli raduni nel centro città, guardati dai residenti come manifestazioni di un gruppo di esaltati. Ma il 1° marzo 2014 tutto cambiò. Tuttavia, anche allora, i registi dei servizi segreti russi non avevano certezze sulla partecipazione popolare alle manifestazioni anti-ucraine. Proprio per questo motivo furono portati nella regione cittadini provenienti dall’oblast di Rostov, in Russia. Le guardie di frontiera ucraine lasciavano passare senza problemi gli autobus con queste persone. Furono loro a costituire il nucleo delle manifestazioni anti-ucraine a Donetsk nella prima metà di marzo 2014. Si distinguevano per la pronuncia, per la scarsa conoscenza della geografia urbana. Era diffuso un test popolare: alla domanda “Che ore sono?” i cosiddetti Russian tourists davano una risposta con due ore di differenza (all’epoca tra Mosca e Kyiv c’era proprio questo scarto di fuso orario).
Loro strappavano simboli ucraini e non solo. È noto l’episodio della profanazione della bandiera della squadra di calcio “Shakhtar-Donetsk”. Un atto assolutamente inconcepibile per gli abitanti della regione di Donetsk, gran parte dei quali tifava proprio per quella squadra. Era impossibile che gesti del genere provenissero da abitanti della regione: la stragrande maggioranza di loro erano tifosi del FC locale e atti simili verso i simboli della squadra non potevano sicuramente essere caratteristici dei residenti locali.
La Repubblica di Donetsk
Tra marzo e aprile, con il coinvolgimento di elementi locali marginali, furono occupati diversi edifici amministrativi. Va detto, però, che alla fine di marzo si riuscì temporaneamente a liberare l’Amministrazione statale regionale di Donetsk, ma solo per poco tempo.
Ci furono alcuni tentativi di resistenza contro l’avanzata russa. La società civile filo-ucraina organizzò grandi manifestazioni a sostegno dell’unità dell’Ucraina: il 4, 5 e 13 marzo. Dopo l’ultima manifestazione, fu ucciso l’attivista locale Dmytro Cherniavskyi. La polizia e il Servizio di sicurezza ucraino assunsero una posizione apparentemente incomprensibile; si disse che i vertici erano da tempo stati infiltrati dai servizi segreti russi e alcuni funzionari delle forze dell’ordine speravano addirittura in futuri stipendi alti come quelli in Russia! In pratica, durante le manifestazioni la polizia non solo non proteggeva i cittadini pacifici filo-ucraini, ma stava lì ad osservare passivamente mentre miliziani russi attaccavano gli abitanti del posto.
L’amministrazione municipale cercava di fare finta che nulla di grave stesse accadendo e invitava al dialogo. Entro la fine di marzo la simbologia ucraina era del tutto sparita dalla città. All’inizio di aprile fu proclamata la cosiddetta “Repubblica popolare di Donetsk” (DNR). Allora avevo ancora la possibilità di parlare apertamente in televisione locale, affermando che la “DNR” era un assoluto fake, un progetto interamente orchestrato da Mosca. Alla fine di aprile era ormai impensabile dire una cosa simile pubblicamente.
Circolava l’informazione sull’esistenza di “liste nere” di professori universitari da “mandare nello scantinato” [l’autore si riferisce a una pratica diffusa nei territori occupati dell’Ucraina da parte dei servizi speciali russi, quando le persone vengono rapite, intimidite o costrette a confessare o a fare delle denunce. “Mandare nello scantinato” significa detenzione illegale e reclusione della persona in uno scantinato o in altro locale chiuso senza accuse ufficiali, accompagnata da torture, pressioni psicologiche per costringere alla collaborazione]. Naturalmente anch’io ero in quelle liste. Restare a Donetsk diventava ogni giorno più pericoloso.
Nelle zone occupate dell’oblast di Donetsk nel maggio di quel anno non si tennero le elezioni presidenziali ucraine. In compenso, fu organizzato un cosiddetto referendum sull’indipendenza della “DNR”.
Gli infiltrati russi “in vacanza” e l’emarginazione degli ucraini
Fin dall’inizio di questa invasione ibrida russa, molti abitanti di Donetsk riponevano ingenue speranze nell’oligarchia locale, in particolare in Rinat Akhmetov l’uomo più ricco dell’Ucraina. Il buon senso suggeriva che l’occupazione russa non fosse affatto nei suoi interessi. Tuttavia, i fatti dimostrarono quanto fossero passivi questi oligarchi e quanto fossero incapaci di opporsi all’occupazione strisciante.
Dopo la presa di Donetsk da parte dei cosiddetti “separatisti” — in realtà russi, tra cui anche forze cecene di Kadyrov — il gruppo “System Capital Management” di Akhmetov si limitò a una blanda iniziativa simbolica: il “fischio per la pace” [Nel maggio 2014 Rinat Akhmetov ha promosso l’iniziativa “colpo di sirena per la pace”, invitando fabbriche, ospedali e persino chiese del Donbas a far suonare sirene e campane per un “Donbas senza armi e senza passamontagna”].
Nel corso degli otto anni successivi, alla Russia conveniva mantenere le autoproclamate e non riconosciute “DNR” e “LNR” (Repubblica Popolare di Luhansk) come strumento di pressione costante sull’Ucraina attraverso i cosiddetti Accordi di Minsk, preparando nel contempo l’invasione su larga scala. All’epoca Mosca si presentava non come parte in causa, ma come osservatore esterno del conflitto. Ufficialmente, affermava che “non ci sono russi nel Donbas” e sosteneva — con assoluta serietà — che l’enorme quantità di carri armati, superiore persino a quella della Bundeswehr tedesca, era stata “trovata nelle miniere”… [l’autore usa qui un tono sarcastico, riferendosi alla narrazione russa sull’insurrezione dei presunti “ribelli locali” e alla negazione ufficiale da parte di Mosca della presenza dell’esercito russo nell’Ucraina orientale nel 2014].
Almeno in due occasioni le forze armate russe sotto le sembianze di “volontari in vacanza” entrarono e combatterono sul suolo ucraino: nell’estate del 2014 e nell’inverno del 2015. Dunque tutti, compresi gli alleati occidentali dell’Ucraina, comprendevano perfettamente che senza l’intervento diretto della Russia, la guerra nel Donbas non sarebbe mai esistita.
