Il vertice del 15 agosto ad Anchorage in Alaska rappresenta solo l’ultimo di una serie di summit tra potenze contrapposte tenutisi dal secondo dopoguerra mondiale.

Da Reykjavík al crollo dell’URSS

Il più rilevante del passato si svolse a Reykjavík l’11 e 12 ottobre 1986 tra Reagan e Gorbačëv e segnò l’inizio del disgelo tra Stati Uniti e URSS.

Ronald Reagan e Michail Gorbačëv durante il summit alla Höfði House a Reykjavik, Wikimedia Commons

Sullo sfondo del progetto di scudo spaziale (la SDI, Strategic Defense Initiative) e del riarmo nucleare degli Stati Uniti in antagonismo con «l’impero del male» il vertice, apparentemente terminato con un nulla di fatto, portò invece per la prima volta ad affermare una nuova sensibilità sovietica sul tema dei diritti umani e all’accettazione dell’URSS di ispezioni finalizzate a verificare l’adempimento degli accordi sulle armi nucleari, aprendo la strada ai successivi trattati sulla limitazione degli armamenti INF (1987) e START I (1991).

Nel 1988 si ebbe la dichiarazione sovietica di non ingerenza negli affari interni dei Paesi alleati e nel 1989 l’URSS si ritirò dall’Afghanistan, mentre nei Paesi un tempo satelliti si aprì quello spazio per l’indipendenza e la libertà politica che avrebbe portato alla fine della «cortina di ferro» e, nel 1991, della guerra fredda e dell’Unione Sovietica, ma avrebbe segnato anche una svolta problematica, con l’inizio del predominio degli Stati Uniti sulla scena mondiale anche attraverso la leva economica dei capitali occidentali soprattutto americani e una rinnovata iniziativa militare in vari scacchieri mondiali.

Si riapre il confronto Ovest-Est

Le riforme di stampo liberale promosse dall’Occidente (in primo luogo Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale) nella nuova Federazione Russa nata dalla dissoluzione dell’URSS aumentarono fortemente il tasso di povertà e i contrasti sociali, mentre all’interno cresceva il separatismo di alcune regioni russe e le guerre iugoslave vedevano contrapposti gli Stati della NATO e la Russia.

Allo stesso tempo l’impegno occidentale di non avanzamento della NATO nei Paesi dell’ex Patto di Varsavia, più volte affermato da presidenti e funzionari americani ma mai riportato in un trattato, si rivelò una vana promessa, con il tentativo di cooptare la stessa Russia, Paese dove nel frattempo si era affermato un uomo forte del vecchio establishment sovietico, Vladimir Putin.

Il confronto tra Occidente e Federazione Russa segnò una nuova contrapposizione strategica, prima latente poi aperta e favorita soprattutto dalle rivoluzioni liberali promosse in diversi Paesi dell’ex Unione Sovietica ancora sotto l’orbita russa.

L’Ucraina fu strategicamente lo Stato più importante di questo processo e la sua caduta sotto l’influenza occidentale accentuò il conflitto tra separatisti filo-russi nelle regioni russofone e il governo ucraino, portò all’annessione russa della Crimea, ai trattati di Minsk, rimasti lettera morta, quindi alla drammatica invasione russa.

Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen all’Eliseo nel maggio 2024, Wikimedia Commons

Un mondo multipolare

L’attuale tentativo del presidente americano Donald Trump di percorrere la via, già intrapresa da diversi presidenti repubblicani con la Cina e l’Unione Sovietica, di appeasement con la Federazione Russa partendo dalla guerra ucraina, sembra oggi molto più irto di ostacoli che in passato.

Eppure, se si esaminano le cause del conflitto, considerando le ragioni storiche che abbiamo appena riassunto, le posizioni di entrambe le parti non possono che essere prese in considerazione: da un lato il legittimo interesse della nazione invasa alla propria libertà e indipendenza, dall’altro il reale obiettivo della Russia, cioè l’interesse di stabilire un ordine internazionale basato su nuovi equilibri geo-politici che ne salvaguardino la sicurezza.

Le scelte degli Stati Uniti, d’altra parte, sono contraddittorie, determinate da una  rinnovata affermazione di potenza, giocata sia verso gli alleati (dazi commerciali), sia verso gli avversari (vendita di armi all’Europa per sostenere l’Ucraina e appoggio all’iniziativa militare israeliana  a Gaza), nello stesso momento in cui comprendono che è necessaria la pace per evitare un conflitto mondiale, mentre sullo scenario globale si affermano nuove potenze (Cina, India, Brasile, Arabia Saudita, Sudafrica), espressione di un mondo ormai multipolare.

In queste ore il presidente francese Macron, uno tra i capofila di quell’Europa che ha sempre visto nella rigida contrapposizione alla Russia l’unica via da percorrere, ha  scritto sulla piattaforma X: «Sarà essenziale trarre insegnamento dagli ultimi 30 anni, in particolare dalla consolidata propensione della Russia a non rispettare i propri impegni».

La storia degli ultimi trent’anni ha dimostrato esattamente il contrario e cioè che è stato l’Occidente a più riprese, per conservare la propria supremazia, a non mantenere gli obblighi assunti non solo con promesse non scritte ma anche in veri e propri trattati, innescando conflitti e rivoluzioni con l’obiettivo dichiarato di disarticolare la Russia.

Questa analisi non può certamente giustificare l’invasione dell’Ucraina ma conferma che le guerre nascono spesso in un contesto di provocazioni e ritorsioni, nei casi peggiori, come potrebbe essere anche la situazione attuale, fino a un punto di non ritorno.

Immagine di apertura: Vladimir Putin e Donald Trump dopo la conferenza stampa del 15 agosto 2025 ad Anchorage, in Alaska, Wikimedia Commons