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    Home»Europa»L’Unione Europea ha un problema di “azione collettiva”
    Europa

    L’Unione Europea ha un problema di “azione collettiva”

    Andrea MairateDi Andrea MairateAgosto 19, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 6 min.
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    Nel suo recente discorso di Aquisgrana, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen si è espressa per una Europa indipendente. Nei fatti, il concetto di autonomia strategica, proposto dal presidente Macron si è rivelato privo di sostanza. L’Europa teme infatti di essere indipendente in aree cruciali, soprattutto in materia di politica estera e di sicurezza dove vige la regola dell’unanimità.

    La risposta a questa domanda, per quanto irriverente possa sembrare, è che l’UE ha  un problema di ‘azione collettiva’,- problema teorizzato da Olson nel 1971-  laddove gli individui ( in questo caso gli Stati) starebbero in una situazione più vantaggiosa se decidessero di cooperare, ma non lo fanno a causa di conflitti e di interessi contrapposti che ne limitano l’azione comune. Nella letteratura economica questa situazione viene descritta come la ‘tragedia dei beni comuni’ in cui gli individui (gli Stati)   perseguendo i propri interessi finiscono col distruggere risorse condivise. Eppure, il modus operandi dell’UE – definito dal Trattato sul funzionamento dell’UE meglio conosciuto come Trattato di Lisbona- non permette di affrontare questo problema.

    La guerra commerciale con gli Stati Uniti ne costituisce un caso emblematico. Praticamente tutti gli economisti che hanno commentato la risposta dell’UE all’offensiva dei dazi americani hanno sottovalutato il problema di ‘azione collettiva’. Non è sorprendente il fatto che il cancelliere tedesco abbia spinto la Commissione ad evitare misure di ritorsione e quindi alzare la bandiera bianca nei negoziati perché un tutt’altro scenario (come il ricorso allo strumento anti-coercizione) sarebbe catastrofico per l’industria tedesca nel breve periodo.Tuttavia, nel breve periodo, ci saranno degli effetti negativi sull’ economia tedesca e di conseguenza quei paesi dell’UE come la Polonia e l’Italia che sono fortemente dipendenti dall’industria tedesca.

    Di fatto l’accordo di principio siglato tra la Commissione europea (che ha condotto i negoziati per conto dell’UE) et gli Stati Uniti il 28 luglio in Scozia costituisce un cattivo risultato per gli europei. Molti esponenti politici ed analisti considerano che sia una vera capitolazione da parte dell’UE nei confronti degli Stati Uniti. Se analizziamo la questione in termini economici, si tratta in realtà di un gioco a somma negativa nel senso che i dazi americani (15% come base che comprende il 4,8% pre-esistente quindi analogo a quello imposto al Regno Unito) avranno un duplice effetto. Da un lato, colpiranno le aziende e i consumatori americani attraverso un aumento di prezzi, a meno che le prime non accettino di ridurre i loro margini di profitto e il governo non imponga un controllo dei prezzi, essendo entrambi i casi molto improbabili; dall’altro, le imprese esportatrici dell’UE dovranno far fronte ad un rincaro dei loro prodotti per effetto cumulato dei dazi e dell’apprezzamento dell’euro (circa il 10% da gennaio), quindi in totale un costo maggiorato del 25%.  Ciò potrebbe portare alcune aziende a rilocalizzare una parte degli impianti produttivi negli Stati Uniti: questa è in fondo l’unica cosa che interessa Trump, cioè attirare 600 miliardi di investimenti provenienti da governi e imprese europee. La Commissione europea può fare ben poco per garantire un tale impegno perché sono scelte che dipendono dalle singole aziende. Il rischio è che qualora questo obiettivo non si realizzasse, Trump potrebbe minacciare altri dazi sulle importazioni di beni europei.

    Quindi è sul piano strategico che l’UE ha perso. La posta in gioco va oltre i dazi perché si estende al cuore della sovranità europea – l’energia, la difesa, gli investimenti strategici- che ci renderà ancora più dipendenti dagli Stati Uniti in un gioco asimmetrico, non cooperativo dove prevale solo il rapporto di forza tra potenze ormai rivali.

    L’Unione europea ha mostrato la sua fragilità strutturale legata al suo modello economico dipendente dai surplus della bilancia corrente. La versione europea del mercantilismo è fragile perché si basa su input che non provengono da fonti interne – mentre la Cina ha costruito il suo mercantilismo attorno all’idea di indipendenza delle supply chain nazionali. L’Europa non è ricca di risorse naturali come la Cina e la Russia, né ha un clima o caratteristiche geologiche favorevoli alle energie rinnovabili. In cambio, l’Europa dispone di una forza lavoro molto qualificata, e in particolare delle competenze ingegneristiche che non hanno pari nel mondo.  Gli Stati Uniti e la Cina sfruttano spietatamente i loro monopoli – gli Stati Uniti sulla finanza globale e la Cina riguardo le terre rare. L’UE non è costruita per sfruttare i suoi vantaggi nello stesso modo. Ma anche senza un chiaro disegno geopolitico, l’UE potrebbe fare di più di quanto non faccia oggi, come costruire relazioni strategiche con paesi terzi, far passare l’accordo con il Mercosur e sviluppare un partenariato ‘funzionale’ con la Cina su temi comuni come il clima e la difesa del multilateralismo. Anche senza monopoli sulle risorse naturali, ci sono accordi da fare nel mondo facendo a meno del beneplacito degli Stati Uniti.

    Di fronte a queste sfide esterne sempre più complesse, vi sono delle opportunità per cambiare di modello economico. Sarebbe assurdo rimanere legati alla mondializzazione come se dovesse durare in eterno mentre i mercati tendono sempre di più a chiudersi. Per questa ragione, la realizzazione di un’unione economica più integrata diventa sempre più necessaria – come richiamato con forza nei rapporti Letta e Draghi. La storia ci insegna che l’Europa può trasformare l’avversità in un vantaggio. L’UE ha fatto notevoli progressi sul piano dell’integrazione degli scambi tra i suoi stati membri, ma rimangono ancora molti ostacoli. Come ha dimostrato una ricerca recente condotta dal FMI, le barriere interne sono stimate ad un costo equivalente al 44% per i beni manifatturieri e al 110% per i servizi, costi ( o dazi) che gravano sui consumatori e aziende sotto forma di prezzi più alti e minore produttività. Un mercato unico pienamente integrato – accompagnato da una politica industriale rivolta alle sfide del 21emo secolo- potrebbe rafforzare la resilienza economica dell’Europa in quanto potenza economica in un mondo pericoloso, sempre più imprevedibile.

    Allo stato attuale, l’UE non è in grado di combattere una guerra commerciale, ma dispone degli strumenti idonei per difendersi da atteggiamenti predatori da parte delle potenze rivali. La debolezza non è uno stato naturale delle cose; è anche una scelta politica. Più che mai, l’UE deve prendere in mano il proprio destino per garantire il futuro delle giovani generazioni. E lo può fare risolvendo il suo problema di azione collettiva attraverso riforme urgenti nel modo di funzionamento dell’UE.

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