L’idea di: “due popoli due stati” rimarrà a lungo tale e la Palestina è una costruzione intellettual-geografica intrisa di storia e di risentimento che passa dalla Bibbia al Deicidio, da Herzl a Balfour e al King David, sino alle chiavi della casa perduta al collo dei profughi. Ciò detto, il riconoscimento dello stato della Palestina è a questo punto un atto politicamente dovuto per la comunità internazionale. Non perché è eticamente o ideologicamente necessario come ciancia qualcuno, ma innanzitutto per rendere chiaro il rifiuto di condonare ulteriormente una volontà imperiale di espansione aggressiva verso territori che all’aggressore non appartengono, mentre appartengono alla popolazione che si vuole cacciare. Se genocidio non è il termine corretto pulizia etnica lo è, per descrivere ciò che accade. Tale riconoscimento è importante per spostare il discorso sul piano della politica internazionale, così da attribuire piena legittimità a una entità e a un popolo cui è negata e che invece è fondamentale per qualsiasi soluzione (dai due stati, alla colonizzazione della “piccola grande Israele”, allo spettro di Masala che si muove dietro le quinte). che sia diversa da quella della distruzione reciproca. La Palestina è uno stato finto ma necessario, come lo sono state altre costruzioni non troppo dissimili altrove, a partire dal Kossovo. L’ANP è screditato e Hamas, che Israele ha covato e nutrito, non è un interlocutore immaginabile. Ma non lo sono neanche i coloni e la pressione della comunità internazionale deve servire proprio a questo, far maturare altri interlocutori. Israele – come tutti noi – è una democrazia vincolata alle regole del diritto internazionale che vanno rispettate nei confronti di tutti, se non vogliamo pensare che siano tornati i tempi del taglione. Anche il King David fu terrorismo, ma la comunità internazionale seppe gestirlo politicamente. Quattro israeliani su cinque sono d’accordo per obliterare Gaza e i suoi abitanti: credere a Haaretz fa bene alla coscienza, ma non risolve i problemi.
Herzl aveva pensato all’Uganda e forse anche all’Argentina, per la nuova terra degli ebrei, togliendo di mezzo le motivazioni religiose che sono invece alla base delle isterie bibliste dei coloni e dei loro alleati, più o meno succubi. Cosa ne pensassero ugandesi o argentini all’epoca nessuno se lo chiese, ma anche ciò detto fra le idee di Herzl e i piani di oggi c’è una differenza di fondo: in quel caso si trattava di territori scelti proprio perché desertici o quasi. In questo, si tratta di un territorio i cui abitanti sono lì legittimamente da millenni e hanno pieno diritto di restarvi.


