Di fronte agli sconvolgimenti del panorama  politico e sociale in forte accelerazione  in questo ultimo periodo, Popper direbbe che stiamo assistendo a un vertiginoso ritorno alla società  chiusa e tribale che nel contesto internazionale  si identifica con l’affermazione delle autocrazie e il progressivo recesso delle democrazie.
Paradossalmente la grande potenza  americana si comporta come il principale oppositore di quell’ordine internazionale costituito a sua immagine e somiglianza dopo la seconda guerra  mondiale, mentre le potenze revisioniste per eccellenza i Brics, con Cina e Russia in testa, si propongono come difensori del ibero commercio  e delle istituzioni  internazionali, cercando di assicurarsi nel contempo il controllo dell’ONU e delle sue agenzie specializzate, sempre di più dominate da Paesi del “global south”.
In realtà ci troviamo di fronte a una radicale trasformazione delle relazioni internazionali, dove alla rule of law e al rispetto dei principi fondamentali  contenuti nella carta delle Nazioni Unite si sostituisce la legge del più  forte. Ne sono un esempio lampante  i due conflitti in corso in Ucraina  e in Medioriente, per i quali la prospettiva di pace o perlomeno di cessate il fuoco e’ destinata a protrarsi nel tempo, fin quando prevarrà la logica della sopraffazione totale dell’avversario. Dopo la sceneggiata di Anchorage che gli   aveva consentito  il ritorno con tutti gli onori sulla scena internazionale, Putin  rifiuta di incontrare  Zelensky e avverte i cosiddetti volenterosi che eventuali  truppe inviate sul suolo ucraino , verranno considerate un obbiettivo militare ,suscettibili di essere attaccate.
Intanto da Tanjiin il  SCO (Shangai cooperation organization) manda segnali minacciosi  mostrando i muscoli nella grande parata militare  organizzata a Pechino da Xijinping alla presenza di un folto numero di autocrati a partire da Putin e Kim Jong-un. In una simile congiuntura della politica  internazionale, resta solo l’Europa come baluardo dei valori e dei principi  della convivenza pacifica, a condizione che, come affermato dal Presidente  Mattarella a Cernobbio, abbia la determinazione e il coraggio di proporsi come attore autonomo nel palcoscenico  internazionale. Analogo protrarsi  delle operazioni  militari si profila nella guerra di Gaza, dove l’attuale  governo  guidato da Netanyahu  mira,  dietro la spinta degli ultraortodossi BenGvir e Smotrich, a liquidare definitivamente  la questione  palestinese, con la deportazione  forzosa o volontaria degli abitanti  di Gaza e  la progressiva occupazione della Cisgiordania, che ormai molti in Israele chiamano con i nomi biblici  di Samaria e Giudea.”Questa terra e’ nostra da sempre”,vanno ripetendo gli ultraortodossi e gli estremisti dell’attuale compagine israeliana, invocando i passi della Bibbia che attribuiscono al popolo eletto tutta la Palestina  dal fiume al mare e oltre. Nel perseguire questo obbiettivo, Israele non si ferma di fronte a nulla e risponde sfrontatamente a ogni iniziativa della Comunità  internazionale volta ad arrestare il massacro che si consuma giornalmente.
Non bastano le risoluzioni di condanna e in sostegno dei due popoli e due  Stati del Parlamento  europeo, del Consiglio di Sicurezza, dell’Assemblea  delle Nazioni unite, le iniziative umanitarie come la flottiglia, lo sdegno suscitato in tutto il mondo dal massacro giornaliero di civili inermi a fermare la furia devastatrice dell’IDF.Israele e ‘ ormai in guerra con tutti i suoi vicini.Bombarda il Libano, la Siria, lo Yemen, l’Iran, tiene sotto controllo l’Iraq. Agisce ormai impunemente in violazione di tutte le norme  internazionali senza ritegno e ponendosi al livello degli stati canaglia messi al bando dalla Comunità  internazionale. Cosa possa fermare questa spirale di morte e distruzione innescata dall’esecrabile eccidio del 7 ottobre e’ difficile a dirsi.Certo e’che l’attacco condotto in territorio qatarino mentre erano in corso i negoziati per un cessate il fuoco e il rilascio  degli ostaggi ha determinato  una grave frattura all’interno del mondo arabo, mettendo in discussione il percorso degli accordi di Abramo sostenuto dagli Stati Uniti.
In effetti se e’ vero che la causa palestinese non ha mai riscaldato i cuori dei paesi arabi moderati a partire dell’Arabia  Saudita  e’ anche vero che questi ultimi devono tener conto delle rispettive opinioni pubbliche per quanto cloroformizzate dai petroldollari. I movimenti wahabiti, salafiti, della fratellanza musulmana che serpeggiano nelle società  arabe sono motivo di preoccupazione per le monarchie del Golfo, come lo è il pericolo della destabilizzazione  che potrebbe  comportare una nuova Nakba con la diaspora di milioni di  palestinesi pronti a tutto pur di vendicarsi dei torti subiti.Forse solo la pressione dei Paesi arabi potrebbe  indurre Trump a un atteggiamento  meno conciliante con Netanyahu, nel momento in cui si apre a New York la  Conferenza  sulla Palestina nel quadro dall’Assemblea delle Nazioni  Unite che si preannuncia infuocata con oltre due terzi dei suoi membri che hanno riconosciuto o stanno per riconoscere  lo Stato palestinese e la condanna quasi unanime delle politiche  israeliane che si traducono  nella uccisione sistematica  e nella deportazione  della popolazione  gazawi e palestinese.
Tuttavia la Conferenza  di Doha ,alla quale hanno partecipato la maggiorparte dei Paesi Arabi ha prodotto  solo una generica condanna delle azioni condotte da Israele,Intanto i carri armati  avanzano e i bulldozer spianano le macerie .Come scrisse Tacito   “Desertum fecerunt et pacem appellaverunt”