1975 BRATISLAVA

Sono passati quasi sessant’anni dal 1968, da quando Henry Lefebvre, filosofo e sociologo francese, pubblicava le seguenti parole : “Tutti hanno il diritto di appropriarsi della città usandola senza esclusioni, e tutti hanno il diritto di partecipare alle decisioni circa le trasformazioni e il governo della dimensione urbana”. E nel 1974 ribadiva “Esiste il dritto alla vita urbana, all’abitazione, ai luoghi di incontro e scambio, secondo i tempi  e i ritmi necessari per un uso corrispondente ai bisogni dei cittadini”. Questi concetti filosofici di “diritto” alla città sottolineano la facoltà di poter incidere sulle politiche di cambiamento della città stessa, di intervenire con cognizione di causa sulle decisioni relative alla sua organizzazione, estendendo la modalità di partecipazione pubblica anche alle scelte relative alle nuove costruzioni, all’uso dello spazio pubblico e privato, alla pianificazione. Il tutto per la buona qualità della vita, in nome di una governance urbana condivisa con i cittadini. Concetti espressi in piena coerenza con l‘Art, 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, che recita “ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità…” Bellissime teorie, poi nella realtà, nel quotidiano, ognuno si trova a dover mettere  in pratica tattiche e strategie individuali di esistenza e resistenza, con nuovi e continui adattamenti.  Tutte le città hanno evidenti bellezze, non solo quelle ereditate dal passato, godibili nell’armonia delle forme artistiche o architettoniche, ma anche quelle che si connotano nei rapporti con la natura e nelle relazioni tra le persone e il costruito. L’esperienza della città è un mutare continuo di stati d’animo. Con un breve salto temporale leggiamo nella Carta di Lipsia sulle Città Europee Sostenibili, del 2007,    che ogni città possiede caratteristiche uniche di tipo culturale  e architettonico e che per questo ogni città richiede particolari strategie e azioni coordinate che creino equilibrio tra ambiente, sviluppo e diritti, da attuarsi con il coinvolgimento di cittadini e istituzioni, considerando per ogni caso particolare gli aspetti antropologici e culturali tipici, l’ecologia  e la geografia particolare del luogo.

Per perseguire organicamente i programmi di sviluppo le Nazioni Unite hanno approvato nel 2015 l’Agenda 2030, in cui sono previsti i 17 obiettivi (Sustainable Development Goals – SDGs) per lo sviluppo sostenibile,  da raggiungersi (preferibilmente) entro il 2030.

Gli obiettivi sono ambiziosissimi. I principali (a mio avviso non facilmente raggiungibili) sono :

  • L’abolizione di ogni forma di povertà, la sicurezza alimentare, l’agricoltura sostenibile e la salute e il benessere per tutti a tutte le età, la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico- sanitarie

Ma gli altri non sono meno importanti, tra cui :

  • assicurare a tutti un’educazione di qualità, l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili e sostenibili, ridurre la diseguaglianza all’interno di e fra le Nazioni, rendere le città inclusive e sicure, promuovere azioni per combattere il cambiamento climatico, la PACE.

2016 MILANO

Su questi parametri, articolati in 169 target e 240 indicatori, l’ONU ha il compito di vigilare e di stilare valutazioni periodiche che riguarderanno ciascun Paese. Si tratta, come si può ben capire, di una sfida complessa, che comprende la capacità di gestire problematiche che riguardano l’ecologia, l’economia, i sistemi sociali, energetici, educativi e sanitari a livello generale. Riguardano ogni ceto sociale e ogni generazione, e il fine è garantirci un dignitoso futuro. Raggiungere questi obiettivi comporterà soprattutto cambiare stili di vita, modificare i modi stessi di vivere lo spazio e di consumarlo, attuare modelli di comportamento che rendano più “culturali” i diversi utenti della città (residenti, pendolari, city users, businnesman, turisti, etc). Bisognerà prestare anche diversa attenzione ai nuovi bisogni e alle preferenze delle nuove configurazioni famigliari che abitano le città: single, single con figli, famiglie numerose, famiglie allargate, persone sempre più anziane, realtà multietniche. Tutti questi progetti partono inoltre spesso da realtà multiculturali, città che includono tradizioni e culture differenti e spesso aggregano persone senza comprenderne le logiche, creando fratture sociali, problemi di convivenza civile, di sicurezza urbana e di difficili gestioni di spazi privati o pubblici, con scarsa attenzione alle condizioni di vita e ai fattori di rischio. Per una migliore qualità delle politiche urbane, ponendo le città e il territorio al centro dell’interesse, si dovranno definire nuove linee di condotta e nuovi orientamenti, e mettere in atto strategie, strumenti e logiche che considerino la partecipazione di soggetti pubblici ma anche rispettino le decisioni e le partecipazioni di attori privati, in uno sguardo d’insieme di relazioni e interdipendenze. Ma la governance urbana non è un processo semplice, gli interessi sono spesso divergenti, i tempi di contrattazione e di mediazione allungano i tempi di attuazione dei programmi, i comportamenti opportunistici non producono quasi mai vantaggi collettivi. Ad aggravare la situazione chi dovrebbe decidere è spesso politicamente debole o ostacolato, il sistema delle norme è complicato, la visione spesso non è molto lungimirante perché legata ai tempi politici ed elettorali. Perché la città è un “oggetto complesso”, piena di incertezze e indeterminazioni, fatta di ordine e disordine, e il suo tutto, citando De Toni e Comello, non è la somma delle sue parti.