Arriviamo da Da Nang a Ho Chi Minh City, che molti continuano a chiamare Saigon, nel tardo pomeriggio. All’aeroporto di Tan Son Nhat, il principale scalo aereo del paese, ci attende la nostra nuova guida, Nguyen, giovane e simpatico, laureato in Economia con stage a Milano. Quando arriviamo ci viene incontro con il cartello e un bel sorriso. Dopo i convenevoli comincia a illustrarci il programma della nostra visita nel sud del Vietnam. È orgoglioso della sua città e del suo paese, ci fornisce le prime informazioni durante il trasferimento verso l’hotel, a circa mezz’ora, per una decina di chilometri. Un tragitto che offre un primo spaccato della metropoli, che con i suoi 12 milioni di abitanti si preannuncia come l’area metropolitana più dinamica del Vietnam, con strade larghe, traffico intenso, edilizia moderna ad accompagnare l’occhio curioso del turista appena sbarcato.

Vedremo le principali attrazioni della città, mentre la memoria rincorre le vicende storiche dell’ex capitale del sud, le cronache dei giorni di guerra e quelli della liberazione ad opera dei vietcong, narrate dai TG in bianco e nero e da schiere di giornalisti. Tra loro Tiziano Terzani che, dal tetto della terrazza dell’hotel Caravelle, divenuto l’affollato osservatorio della guerra, all’epoca il punto più alto nel centro della città, descrive la fuga patetica degli americani sulla via Tu Do, oggi via Dong Khoi, con le telecamere delle televisioni di tutto il mondo che seguivano in diretta l’andamento bellico e le ultime ore della vecchia Saigon.

Il nostro hotel è in centro città, la guida ci fornisce le indicazioni per la cena e il dopo cena, mostrandoci la mappa e il cuore della metropoli vietnamita, i viali e i siti principali. A sera l’autista ci conduce al ristorante attraversando la città in un brilluccicare di luci, di palazzi illuminati, di insegne pubblicitarie che rimandano i loghi dei grandi marchi internazionali, di hotel lussuosi, di banche, di auto e motorini che disegnano linee luminose senza soluzione di continuità. Molte persone sono sedute ai tavoli dei locali o per godere il fresco della sera, altre passeggiano. Il centro di Saigon e il suo Skyline descrivono una metropoli in perenne movimento. Una città piena di gente, di giovani e di vita. Dopo cena, ci sediamo al tavolo di un caffè sulla piazza della Posta Centrale, proprio vicino all’hotel Caravelle che, alto, illuminato ed elegante, sta lì a testimoniare il fluire incessante e inarrestabile della storia, osservatore silente dei tragici giorni della guerra e di quelli della rinascita odierna.

A Cu Chi nel “Parco per la lotta d’indipendenza”

Piazzale del Museo dei residuati bellici

L’indomani inizia la visita come da programma. Ma non si comincia da Saigon. Si va, a circa 60 chilometri, al complesso di tunnel di Cu Chi. La visita parte con un documentario sulla lotta per la resistenza e la vittoria contro gli americani. Costruititi negli anni 60, ampliando la rete di cunicoli preesistenti, dell’età coloniale, realizzati contro i francesi, i tunnel sono un vero e proprio monumento al Vietnam, alla  forza di volontà di un popolo coralmente in guerra per la sua indipendenza. Si tratta di  una vera e propria città sotterranea, con circa 250 chilometri di camminamenti scavati in profondità, con diramazioni e sovrapposizioni, fino a scendere sotto i 100 metri, dove vivevano i Vietcong. Si vedono ingressi ai tunnel piccolissimi, dove è possibile entrare una persona- di statura piccola- alla volta. Sottoterra poi c’erano ambienti per cucinare, per vivere, combattere, lavorare, curare; con uffici, depositi di armi e ambienti per riposare; con un sistema elementare e geniale per areare gli ambienti, ossigenati da canne di bambù mimetizzati nella vegetazione o tra le rocce. Entrando in questo che possiamo definire un vero e proprio “Parco per la lotta d’indipendenza” si possono vedere gli ingressi angusti dei tunnel, da togliere il fiato, le discese nei cunicoli stretti e bui, che lasciano all’immaginazione i sacrifici e le privazioni, l’eroismo di un popolo in lotta per anni, che ha sacrificato oltre tre milioni di morti, tra civili e militari. È un sito che racconta la grande storia, dove si sono affrontati Davide e Golia, eserciti dalla forza impari, il super tecnologico ed equipaggiato esercito statunitense e il popolo contadino vietnamita, con i sandali ricavati da pneumatici consunti e poche armi a disposizione, fornite da russi e cinesi. Qui, sotto i nostri piedi, si sono consumate vite, tra sofferenze e aspirazioni, accesi e alimentati sogni di libertà. In questi tunnel sono persino nati bambini e nuove speranze.

Ingresso del tunnel a Chu Chi

In questo immenso parco di combattimento è possibile imbattersi in decine di trappole disseminate dai Vietcong, raccolte in un’area per illustrarne il carattere manuale ma efficace: lance acuminate in fossati mimetizzati, trappole a botole con ferri appuntiti, finti camminamenti nella vegetazione; o ritrovarsi di fronte al cratere di una bomba di un B52. A Cu Chi l’ingegno e la determinazione della guerriglia artigiana, accompagnata dal sostegno di una vasta mobilitazione internazionale, ha vinto contro l’industria bellica più potente del mondo. Durante la visita rimbombano i colpi di pistola di un vicino tiro a segno contro sagome di cartone: ed è come se quei fragorosi colpi di arma da fuoco aggiungessero oltre misura realismo a quei luoghi di battaglia, strappandoli per un attimo al vociare disincantato del tour turistico. È una visita che segna il viaggio, che racconta la storia dal vivo, quasi come toccarla con mano, laddove realmente si è svolta. È un luogo che  realizza l’ammirazione e la compassione, nell’emozione di momenti ad alta intensità che resteranno nella memoria.

Saigon, il fascino di una metropoli moderna alimentato dalla storia

Il traffico di Saigon

Si torna a Saigon e dopo la pausa pranzo si comincia la visita alla città. Si fiancheggia il grande parco di Tao Dan, un bel e ben tenuto giardino pubblico, tra i più grandi della città, realizzato con gusto europeo sulla fine dell’Ottocento dai francesi, dove centinaia di cittadini fanno ginnastica o passeggiano tra i viali alberati. Si parte dal Palazzo della Riunificazione, in centro città. È un grande edificio governativo anni 60, che le guide descrivono con imponenti sale, ma disadorno. È circondato da grandi giardini con palme reali, dove  il 30 aprile 1975 entrarono i carri armati nord vietnamiti annunciando la liberazione di Saigon,  ponendo fine alla guerra. La vista non offre molti spunti se non questo senso di grandezza e, insieme, di incompletezza, che lascia lo spazio all’immaginazione di quello che poteva essere stata questa residenza negli anni dell’imperialismo americano. Percorriamo tutta la strada Nguyen Du, tra edifici moderni e palazzi storici, negozi eleganti e locali pubblici affollati, ci fermiamo per una pausa caffè nelle ampie ed eleganti sale del piano terra dell’hotel Caravelle. Si prosegue con una visita alla Posta Centrale, costruita in stile coloniale tra 1886 e il 1891. È tra le principali attrazioni, dove è possibile fare acquisti filatelici e/o numismatici insieme ad altra oggettistica turistica. Ha un bel pavimento piastrellato d’epoca e un ingresso con volta a botte, all’interno un grande mosaico a raffigurare Ho Chi Minh. Di fianco al Palazzo delle Poste sorge la cattedrale di Notre Dame, purtroppo completamente ingabbiata nelle impalcature dei lavori di restauro. Costruita nel 1887, con materiali fatti arrivare dalla Francia, è liberamente ispirata alla più celebre cattedrale parigina, con due campanili gemelli e una bella facciata neoromantica con mattoncini rossi. Riprendiamo la visita verso il teatro dell’Opera, costruito anch’esso a fine ‘800. Il complesso restituisce l’idea di come era organizzata la vita nell’antica colonia al tempo del dominio francese. Un pezzo di Belle Époque trapiantato nel cuore della penisola indocinese. Proseguiamo sull’Hai Bai Trung arrivando fino al Saigon River, ammirando lo Skyline della città, decisamente modernista, con decine di grattacieli che si stagliano all’orizzonte, riflessi nel fiume, a rimandare l’immagine di una città che ha voltato pagina, messa alle spalle l’esperienza coloniale e quella, ancor più drammatica, dell’imperialismo americano e guarda al futuro.

Facciamo poi un breve salto al principale mercato della città, quello di Ben Thanh, costruito nel 1914. Qui è possibile comprare di tutto sulle quasi 1.500 bancarelle che affollano il sito commerciale. Una leggenda metropolitana dice che i cittadini di Saigon raccontano che a Ben Thanh c’è tutto quello che si cerca, quello che non c’è è perché non l’hanno ancora inventato. Subito dopo si va alla Pagoda dell’imperatore di Giada. È un tempio tra i più significativi di Saigon, costruito nel 1919, dedicato al Taoismo, nella tradizionale architettura religiosa, con un bell’ ingresso sul cui tetto spiccano ricche decorazioni in piastrelle, con all’interno tante statue della tradizione buddista e taoista. Molto frequentata dai fedeli che si affollano intorno alla statua dell’imperatore di Giada.

Piazzale delle poste

Andiamo poi, fuori programma, a visitare il “Museo dei residuati bellici” della guerra con gli USA. Si tratta di un grande edificio anni 60, annunciato da un grande piazzale dove è possibile vedere, abbandonati in seguito alla fuga degli americani, blindati, pezzi di artiglieria, carri armati, elicotteri. All’interno, una vasta e toccante documentazione sulle atrocità di quella guerra che segnò indelebile la coscienza del mondo civile. Ci sono foto che fanno rabbrividire, come quelle sui postumi dei bombardamenti chimici, con bimbi nati con malformazioni raccapriccianti, uomini e donne con mutilazioni dolorose, foreste arse, villaggi in fiamme. Ci colpisce uno striscione. Unico. È in lingua italiana. È esposto nel grande salone a piano terra. Dice: Il Vietnam è la nostra coscienza. E sotto sono riportate foto in bianco e nero delle grandi adunate pacifiste organizzate all’epoca in tutto il mondo. Ce n’è anche una, tra le tante, tenuta nel nostro paese: a Roma.

Per capire l’atrocità e l’inutilità delle guerre basterebbe visitare questo museo. Quante decine di migliaia di giovani americani e milioni di vittime vietnamite ci sono volute per comprenderne l’assurdità, di fronte all’inarrestabile forza della libertà e dell’indipendenza, della volontà di autodeterminazione di quel popolo? soprattutto da parte di quel mondo che si pretendeva (e si pretende oggi in altri scenari) campione di libertà e civiltà, con tutti i suoi alleati? Se la storia fosse assunta davvero come maestra di vita dovrebbe far riflettere, soprattutto oggi, in quei teatri di guerra che insanguinano l’Europa in Ucraina e la Palestina in Medio Oriente, ma anche in Africa e in Asia.

Tutti i potenti del mondo prima di insediarsi dovrebbero passare da questo museo per prevenire errori ed atrocità. E questa è stata la nostra dedica sul libro delle firme dei visitatori. Poche guerre come quella (paragonabile oggi alla lotta del popolo palestinese) hanno lasciato una tanta impressione di ingiustizia che pesa sulla coscienza del mondo.

Delta del Mekong

Imbarcazioni sul Mekong

L’indomani si riparte da Saigon alla volta di Ben Tre, a due ore di auto, sul delta del Mekong. Un fiume che corre per 4.180 chilometri, che attraversa Cina, Birmania, Laos, Thailandia e Cambogia, prima di entrare in Vietnam. Scesi dalla macchina si va al molo. Saliamo su un’imbarcazione tipica e si salpa nel labirinto d’acqua  che si apre davanti a noi, alla scoperta dei luoghi e delle attività che vi si svolgono intorno all’ enorme distesa acquatica, attraversata continuamente da imbarcazioni grandi e piccole, circondata da una vegetazione fittissima e ricca di frutti tropicali; scendiamo e visitiamo la fornace di mattoni prodotti ancora (per poco) in forma tradizionale; un laboratorio artigiano di cocco, dove il frutto viene utilizzato nella sua interezza, dalla polpa bianca al guscio esterno verdastro a quello legnoso e scuro, per diverse lavorazioni, sino alla confezione- a mano- di caramelle e altri dolci, in molte forme, mentre risuonano melodie di musica tradizionale e vengono riproposti, per i turisti in visita, balli in costume. Poi trasbordiamo su una piccola barca a remi, condotta da una giovane donna con il tipico copricapo a cono, per addentrarci lungo un canale laterale, in mezzo alla fitta vegetazione di palme che si distendono a formare lunghe gallerie, mentre ai lati dei canali si alzano rigogliosi alberi di cocco. La guida ci racconta che durante le piene le strade vengono sommerse e la popolazione si muove lungo gli innumerevoli canali. Un po’ come a Venezia. Poi si torna al molo di An Thanh per rientrare a Saigon.

Il delta ci consegna l’idea di un paese fatto per tre quarti da montagne e foreste, che vive in stretta correlazione con l’elemento acquatico, compresso tra il mare e i monti attraversato da grandi fiumi che alimentano miti e leggende di questa terra stretta e lunga come un grande petalo di loto, dalla Baia di Halong al delta del Mekong.