Se nel dibattito pubblico è diventata una possibilità reale che il Nobel della pace venisse attribuito a Donald Trump vuol dire che l’assegnazione più prestigiosa del mondo accademico ha perso il suo magico appeal. Ironizzando si potrebbe scrivere che non ci si potrebbe aspettare di più da un Premio inventato da un mecenate nel nome dell’invenzione della dinamite. Mentre per le attribuzioni scientifiche i motivi di polemica spesso latitano sono i riconoscimenti per la pace e la letteratura quelli che alimentano stigmi e recriminazioni. Lo scampato pericolo della mancata attribuzione a Trump non devi farci dimenticare che in sua vece il premio è stato assegnato a sua una fervente ammiratrice. Marina Corina Machado è la donna coraggiosa che ha cercato di rovesciare il regime di Maduro ma, ovviamente, appoggiandosi inevitabilmente all’ennesimo tentativo di colpo di stato statunitense.
La Machado si dichiara di centro ma ideologicamente appare quanto meno spostata sul centro-destra se predilige Milei e ha goduto per il Nobel dell’appoggio lobbystico del segretario di Stato americano Marco Rubio. Significativo il tributo che le è venuto proprio da Trump che, bontà sua ha parlato “di scelta politica”. La Machado si è fatta largo in una congerie di 338 candidature nel cui elenco, almeno formalmente, non rientrava quella di Trump per i limiti di tempo di una lista chiusa. Il Nobel le riconosce nella motivazione “di aver mantenuta accesa la fiamma della democrazia in uno stato brutale e autoritario e di essere uno dei più straordinari esempi di coraggio in America Latina negli ultimi tempi”. Ma non tutti le riconoscono questa forte connotazione simbolica: la buona Machado contro il cattivo Maduro sembra uno schema simil western a misura degli Stati Uniti e del proprio interesse per le materie prime del Venezuela.
Meno ideologica e sostanziale la contestazione per l’attribuzione del Nobel della letteratura a uno sconosciuto scrittore austriaco. Se il criterio dominante per questo premio dovesse consistere in una vasta e universale popolarità buon parte degli ultimi nominati uscirebbero dall’albo d’oro. Alzi la mano chi conosceva prima di questa sorpresa Laszlo Krasznahiorkai la lettura del cui cognome è stata definita più difficile di uno spelling di un codice Iban. Un buon affare per l’editore Bompiani che dalle modeste tirature attuali ha trovato spunto per far girare vorticosamente le rotative delle tipografie appaltate con il sovrappiù della fascetta editoriale che ricorderà questa consacrazione. Ovviamente queste nomine fanno ricordare chi ha avuto ingiustamente il premio e chi l’avrebbe meritato ma è rimasto escluso. Nel primo ambito- quello della pace- un nome degno di nota è quello di Obama la cui candidatura sembra ribadire il motto: “Se vuoi la pace prepara la guerra” dato che sotto la sua presidenza gli Stati Uniti hanno rinfocolato conflitti più che sedarli. Obama aveva creato aspettative più che ottenere concreti risultati. E che vergogna nel mondo dei libri aver dimenticato l’autorevolissimo Philip Roth che per quantità e qualità ha lasciato un grande segno nella letteratura a cavallo dei due secoli. Fu foriera di polemica anche l’assegnazione del riconoscimento a Bob Dylan: era la prima volta che un folk singer riceveva questo premio. Ma sul piano del riconoscimento ibrido anche l’Italia fu toccata dalla contestazione quando fu preso in considerazione Dario Fo, un teatrante di cui fu valorizzata la personalità più che la bibliografia dato che è l’azione in scena, l’improvvisazione, il suo marchio di scena più che la parola scritta. Naturalmente in quell’occasione era divisiva la sua spiccata posizione di parte, sull’estrema sinistra.


