Da una parte milioni di cittadini, in Europa e nel mondo, che manifestano per il cessate il fuoco e la pace a Gaza. La mobilitazione crescente dell’opinione pubblica internazionale per la causa palestinese e la spedizione della Global Sumud Flotilla, che focalizza l’attenzione dei media mondiali. Le piazze che si riempiono, anche spontaneamente, e rimbombano di slogan contro la guerra e contro Israele. La progressiva divaricazione delle posizioni dei paesi occidentali dagli Usa, anche all’interno della Nato. L’allargamento all’Onu della base dei paesi che riconoscono lo Stato di Palestina. La decisione di molti paesi europei, compreso Regno Unito, Francia, Spagna Portogallo e Belgio di procedere nella stessa direzione. Le frequenti tensioni con il Vaticano, che già riconosceva lo Stato palestinese dal 2015. L’accusa di genocidio formulata dall’Onu e il mandato d’arresto contro Netanyahu della Corte penale internazionale. Insomma, la considerazione che “Oggi Gaza è la coscienza del mondo”, come lo fu il Vietnam negli anni 60 e 70 del secolo scorso, ha costituito un insieme preoccupante, segnalando l’isolamento politico e diplomatico di Israele, con il rischio di trascinare in un angolo anche gli Usa, nel momento più delicato del confronto con la Cina.
Dall’altra, le continue violazioni del diritto internazionale da parte di Netanyahu, che non ha esitato a svolgere atti di guerra verso Libano, Yemen, Siria e Iran, sfociate il 9 settembre nell’attacco al Qatar, paese chiave della strategia Usa e sede della più importante base aerea americana in Medio Oriente, nel mezzo delle trattative per la ricerca del cessate il fuoco. Infine, ma non per ultimo, la coesistenza e il consolidarsi nell’area di enormi interessi strategici, energetici, turistici e immobiliari di primaria importanza, più volte evocati dallo stesso Presidente Usa, che salda i diversi interessi in campo in un intreccio finanziario, politico e militare. In definitiva, ci sembra sia un quadro complesso di concause quello all’origine dell’accelerazione del piano Trump, presentato il 29 settembre e accettato dal Governo israeliano e da Hamas, tra blandizie e minacce.
Se le preoccupazioni politiche, per una Presidenza come quella di Trump, allergica alle relazioni tra pari e più sensibile alle autocrazie e votata al neo imperialismo, sembrerebbe abbiano avuto un peso contenuto, ma dal nostro punto di vista così non è, quelle militari, causate dall’attacco israeliano al Qatar, hanno messo in fibrillazione il sistema di difesa e gli apparati militari, avendo allarmato gli alleati dell’area, preoccupati degli obiettivi del governo israeliano di ridisegnare i confini e inseguire la grande Israele. Tanto da costringere il Presidente americano- per rassicurare i paesi arabi partner – ad emettere un ordine esecutivo in cui dichiarava che qualsiasi attacco futuro al Qatar sarebbe stato considerato un atto di guerra verso gli Usa e a convocare Netanyahu a Washington, per farlo scusare pubblicamente con l’emiro del Qatar Al Thani. Non proprio una gran bella figura in mondo visione per il premier israeliano che, dopo aver esposto il proprio paese all’isolamento politico, di fatto ha dovuto accettare un piano di cessate il fuoco che lo riporterebbe fuori dalla striscia di Gaza e a rinunciare ad ogni proposito annessionistico, con buona pace dei suoi Ministri oltranzisti Smotrich e Ben-Gvir.
Hanno pesato anche le concomitanti ambizioni economiche: dalle consistenti riserve di idrocarburi nelle acque di Gaza, che fanno gola ai grandi gruppi petroliferi, agli appetiti immobiliari sulla riviera, agli interessi turistici che potrebbero maturare. Tutte prospettive che hanno bisogno di un territorio rappacificato, di un’area condotta finalmente ad una accettabile normalità di convivenza civile e di stabilità: condizioni che non possono prescindere, per ovvie ragioni, dalla partecipazione attiva e positiva dei cittadini palestinesi, che non possono non essere soggetti partecipi dello sviluppo. Una condizione che si realizzerebbe- come dice il piano- solo con i benefici della pace.
Il piano, concentrato su Gaza più che sulla questione palestinese, elaborato con un pragmatismo più prossimo al mondo degli affari (come emerge al punto 10) che a quello diplomatico, anomalo perché senza la partecipazione diretta delle parti in causa, generico nella definizione dei vari passaggi da una fase all’altra, costituisce una cornice per la logica del work in progress e delle mani libere. In esso la Palestina non viene mai citata, si parla di popolo palestinese. Solo al penultimo punto, si riconosce la legittima aspirazione del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla statualità, ma solo dopo “l’attuazione fedele del programma di riforme dell’Autorità Palestinese” che lascia nell’aleatorietà il futuro dell’area che sarebbe governata da “un comitato palestinese di tecnici…. sotto il controllo di un nuovo organismo internazionale di transizione…guidato e presieduto dal presidente Trump, con altri membri e capi di Stato da definire” mentre “Israele non occuperà e non annetterà Gaza” e lascerebbe, secondo un calendario non preciso di tempistica e condizioni, alle forze internazionali di stabilizzazione il controllo dell’area, in parallelo alla smilitarizzazione e consegna delle armi da parte di Hamas. Presupposti tutti da verificare- dal disarmo dell’organizzazione islamista all’abbandono dell’IDF- alla prova dei fatti.
Intanto, registrato il cessate il fuoco e lo stop alla strage di civili, con la restituzione degli ostaggi e la consegna dei prigionieri palestinesi, un primo passo- eccezionale date le condizioni- è stato compiuto. Subito dopo dovrebbe aprirsi la gestione della fase del periodo post-bellico e della transizione verso una normalità che si annuncia drammatica per la mancanza di case e di infrastrutture di base, come acqua, cibo, gas, sanità, fognature. Una realtà che richiederà da subito aiuti umanitari e ingenti risorse per fronteggiare l’emergenza. Il piano, che si iscrive nella strategia degli accordi di Abramo, volge tendenzialmente al coinvolgimento di gran parte della comunità araba, preoccupata della crescente aggressività israeliana. Bisognerà vedere se le forze in campo (Stati Uniti, Egitto, Turchia e Qatar, con gli altri paesi presenti a Sharm el-Sheikh, tra cui l’Italia) schierate per il mantenimento della tregua, e interessate alla ricostruzione, saranno effettivamente in grado di controllare le controspinte di entrambe le parti, portando alla marginalizzazione delle frange estreme e più radicali, e avviare davvero il processo di pace. Sullo sfondo sembrerebbe emergere la convinzione, molto trumpiana, che la priorità è avviare il processo di riedificazione, mettere in circolo denaro, perché quello creerà opportunità e progresso economico, convincendo tutti che la pace è un buon affare e, in ogni caso, preferibile alla guerra.
Ad oggi, seguendo la logica del piano, la politica di Netanyahu e del suo Governo esce sconfitta. Ha ottenuto il peggior attacco a civili dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha esposto Israele alla pubblica condanna della gran parte degli Stati e della stessa Onu, ha suscitato le proteste dell’opinione pubblica internazionale, rinfocolato l’antisionismo e fatto rievocare il pericolo di una rinascita dell’antisemitismo, ha sperperato nel peggiore dei modi parte del patrimonio di reputazione ed umanità del popolo ebraico, portando il suo paese a quello che un libro di successo ha definito “Il suicidio di Israele”. Lo stesso discorso di Trump alla Knesset, in cui ha chiesto pubblicamente la grazia per Netanyahu (ma dovrebbe chiederla anche all’Onu che lo accusa di genocidio e alla Corte penale internazionale che ha emesso un mandato di cattura per crimini che non si possono cancellare) potrebbe essere letto come il commiato ad un uomo che ha concluso il suo mandato e chiusa la sua stagione. Non a caso il cardinale Pizzaballa invoca un’era con nuovi leader. In questo senso, sia nella prospettiva del rispetto della reciproca (necessaria) convivenza, propedeutica alla coesistenza civile dei due popoli, sia in quella militare, di stabilizzazione delle alleanze nell’area, che in quella economica, di sviluppo territoriale, i disegni egemonici della grande Israele, perseguiti dagli estremisti religiosi, e condivisi da Netanyahu, risulterebbero incompatibili con il piano Trump. Allo stesso modo, la presenza di Hamas a Gaza, almeno nelle forme finora conosciute. In questo quadro, il disarmo delle milizie e una rinnovata rappresentanza politica del popolo palestinese, dotata di autorità e autorevolezza, sono parte della sfida per la costruzione del processo di pace. Il popolo palestinese, che ha sperimentato in lunghi decenni, sul suo corpo, il destino della solitudine rispetto al mondo della fratellanza araba, potrebbe cogliere finalmente l’occasione di rinnovare la propria leadership e identificare e sostanziare la propria sovranità, costruendo in autonomia il percorso di indipendenza, autodeterminazione e di libertà.
Infine, la considerazione che il piano Trump ha oscurato e marginalizzata l’iniziativa e la presenza dei paesi europei e dell’UE, che ha evidenziato ancora una volta – stante le regole di funzionamento dell’Unione- l’impossibilità, proprio mentre crescevano le attese di azioni concrete, di assumere un ruolo politico di riferimento nel conflitto ai confini delle proprie acque territoriali. Mai come in questa circostanza, prima del varo del piano americano, l’opinione pubblica europea è stata attenta e in attesa di una presa di posizione dell’Europa. Mai come nelle settimane scorse l’Europa è apparsa come una necessità politica. La crisi medio-orientale ha messo a nudo- di nuovo- i limiti dell’Unione Europea, stretta tra la macro-dimensione economica e la micro-statura politica. L’Unione europea-il Consiglio, la sua Commissione, il suo Parlamento- non è riuscita a mettere in campo un’azione concreta, fatta di atti e scelte e/o decisioni con sanzioni e pressioni diplomatiche, risultando aggirata dalle solite e inefficaci, quanto velleitarie, azioni nazionalistiche dei paesi membri, che bene avrebbero fatto a rivolgere i propri sforzi in ambito UE, verso quei paesi riottosi ad assumere decisioni per giungere ad iniziative incisive.
Il messaggio che arriva da Gaza è che oggi più che mai appare superata la dimensione nazionale dei paesi europei e che è urgente rivedere il Trattato di Lisbona e i meccanismi decisionali di funzionamento dell’Unione, superando l’unanimismo paralizzante e il privilegio, assai antidemocratico, del diritto di veto, introducendo meccanismi decisionali strutturati e qualificati, rafforzati se necessari, anche in materia di difesa e di politica estera. L’Europa, il popolo europeo, il suo patrimonio politico, economico, culturale, artistico, ha bisogno di una svolta che restituisca protagonismo alla sua civiltà, per decidere con la pienezza dei suoi poteri del suo futuro.


