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    Home»Società»L’Italia arranca. La povertà cresce
    Società

    L’Italia arranca. La povertà cresce

    Daniele PotoDi Daniele PotoOttobre 20, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 3 min.
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    Foto di Frantisek Krejci da Pixabay
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    Il Paese reale non sembra sedere tra Camera e Senato. Il problema maggiore dell’Italia contemporanea è l’arretramento degli stipendi, il peggioramento delle condizioni di vita di gran parte dei 59 milioni di abitanti nei confini nazionali con un sintomatico arretramento stipendiale della classe media. Chi se ne occupa? Se è scientifico il disinteresse per la questione di un Governo che ossequia i poteri forti, è ventriloquio di Trump, difensore di Netanyahu, più che mai ostinatamente e forsennatamente filoatlantico, risulta inspiegabile la mancata concentrazione e focus sul problema della cosiddetta opposizione. Possiamo forse salvare i Cinque Stelle che hanno giocato la carta del reddito di Cittadinanza e, ovviamente, non hanno cancellato il problema della povertà come suggeriva per marketing elettorale da un famoso balcone Di Majo, e Avs che però non ha microfoni potenti per intercettare l’elettorato. Ma quella che colpisce è la diserzione del partito principale quel Pd che con la Schlein è sensibile al tema dei diritti civili (v adesione al Gay Pride) ma molto distratto su questo collasso contrattuale che fa si che l’Italia con la Grecia sia la nazione più in ritardo nell’adeguamento degli stipendi rispetto a un’inflazione che si mangia qualsiasi piccolo progresso.

    Si confronta un + 3% nel mondo degli stipendi confrontato con un 18,7% di inflazione nell’omologo periodo preso in considerazione. Un regresso che tocca soprattutto lavoratori dipendenti, impiegati, pensionati e fa si che il lavoro nero, non tassato, diventi una sacca di comodo sempre più difficile da far emergere, ventilata da chi la pratica quasi come una necessità di sopravvivenza. Perché non si combatte la demagogia governativa che fa suo come realizzazione uno dei famosi must berlusconiani (il mito del milione di posti di lavoro) quando questa cifra enorme nasce grazie alle conseguenze residuali della legge Fornero (mitizzata la sua eventuale cancellazione da Salvini) ovvero il mantenimento forzato al lavoro degli over 50? Senza contare che quelli che tout court vengono catalogati come lavori sono in realtà “lavoretti”. Il potere d’acquisto delle famiglie italiane cala sensibilmente. L’Istat comunica che dal 2019 ai giorni nostri i consumi reali sono diminuiti dell’11%. Se l’uomo è ciò che mangia (credit Feuerbach) questo italiano del presente compra di meno, mangia peggio, fa sempre più ricorso agli hard discount con un peggioramento delle condizioni di vita e con un riflesso diretto possibile sull’aspettativa di vita perché il contesto esistenziale è sempre più difficile e conflittuale.

    La disuguaglianza in Italia è ai massimi storici con una forbice, tra quelli che vengono genericamente definiti ricchi e i poveri, che si amplia a dismisura. Il potere delle rendite, il mancato varo della patrimoniale, le blande imposte di successione che favoriscono il mantenimento della ricchezza consolidata nelle famiglie sono tutti fattori di mantenimento dello status quo. La pressione sulla classe media vive nell’ampia tassazione, nel riconoscimento della liquidazione per i dipendenti pubblici sulla soglia dei settanta anni, un’età in cui il denaro resta fermo e non viene immerso nel motore di un’economia vivace. Così l’italiano medio si ripiega su stesso, preoccupato per il futuro. È il ritratto che ne fa il Censis. Risparmi in banca consentendo l’ampio margine delle stesse, mai intaccato da un’ipotesi di compensazione da parte dello Stato. Le cifre ci consegnano il quadro di un Paese immobile. Gli anni del Governo Meloni hanno regalato precarietà e stagnazione senza che nessun’idea di cambio di tendenza si affacciasse nel dibattito parlamentare. Dalle colpe non può essere assolto lo stesso sindacato che non ha contribuito al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, abbassando il livello delle proprie ambizioni rivendicative. Fino quasi a far rimpiangere il passato consociativismo

    Bassi salari disuguaglianza Italia lavoro Povertà
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    Daniele Poto

    Romano, 48 anni di giornalismo di cui 35 a Tuttosport come caposervizio tra Roma, Milano, Torino, seguendo i principali eventi dello sport internazionale dopo essersi laureato in lettere moderne con il prof. Pedullà. . Autore di 23 libri con particolari focus su legalità, azzardo, mafie, sport etico. Volontario di Libera, comunicatore, attualmente free lance per alcune testate telematiche. Appassionato di teatro, cinema, letteratura, trekker dilettante.

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