Un mondo a parte, un continente di cortigiani, l’Europa vista a Sharm-el-Sheik lunedì 13 ottobre: leader chiamati ad assistere e ad applaudire alla firma di un accordo che non possiamo ancora chiamare di pace, perché non lo è, ma che consente una tregua, sperando che tenga. La definizione di cortigiani, che, usata al singolare femminile dal leader della Cgil Maurizio Landini nei confronti della premier italiana Giorgia Meloni suscita infinite polemiche, ben si attaglia al plurale maschile ai rappresentanti dell’Ue chiamati – e andati – a fare la claque a un’intesa cui non hanno contribuito e dove non hanno ruolo, salvo, al massimo, divenirne in un prossimo futuro garanti sul terreno e ufficiali pagatori della ricostruzione di ospedali e scuole.
Imbarazzante, per loro e per tutti noi europei, la foto di famiglia del vertice: leader invitati a Sharm a fare da comparse e che, pur relegati magari in seconda fila, occhieggiano ammirazione e, soprattutto, desiderio di compiacere. Da lacchè il commento del presidente del Consiglio europeo, un socialista, il portoghese Antonio Costa: “Giù il cappello di fronte al piano di pace di Trump”. Meloni, che nelle foto ufficiali è quasi totalmente coperta dalla mole di Trump, riceve senza adontarsi, anzi gratificandosi, un “giovane e bella” dal magnate presidente: è un complimento, ma non proprio politico. Chissà che cosa sarebbe successo se glielo avesse fatto Landini.
E’ ormai chiaro da mesi che i Paesi europei, in sede Ue come in sede Nato, hanno adottato, verso Trump, la strategia dell’adulazione – “Com’è bravo lei!”, qualunque cosa dica o faccia -, sperando di rabbonirlo sul fronte dei dazi, finora senza grosso successo. Ma sciorinare sudditanza non è un’opzione vincente, con chi pratica il linguaggio della forza. E, infatti, Trump snobba i Grandi d’Europa e premia il guastafeste dell’Ue, il premier ungherese Viktor Orban: lo invita a Sharm, dove non c’entra nulla, e sceglie l’Ungheria, il più filo-russo dei Paesi europei, e il più ostile all’Ucraina, come teatro del prossimo incontro con il presidente russo Vladimir Putin.
Com’è spesso accaduto in passato nell’alternanza ‘guerra / diplomazia’ tra Ucraina e Medio Oriente, il calare del sipario – per temporaneo che sia – sul conflitto a Gaza fa levare quello sull’invasione dell’Ucraina, finita da settimane in penombra mediatica. Trump incontrerà Putin a Budapest, non si sa quando, per discutere della fine della guerra in Ucraina: l’appuntamento è stato concordato durante una lunga telefonata di circa due ore fra Trump e Putin, prima del ritorno alla Casa Bianca, venerdì 17 ottobre, del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, venuto a chiedere di potere disporre dei missili Usa a lunga gittata Tomahawk.
Darli a Kiev sarebbe un’escalation nel conflitto. Per Zelensky, “capacità missilistiche a lungo raggio sono uno strumento per indurre il Cremlino a negoziare”. Nella lettura dell’Ap e di molti altri media Usa, l’annuncio dell’incontro Trump – Putin, anche in assenza di una data, può preludere al rinvio della decisione – o almeno dell’attuazione della decisione – sui Tomahwak.
Trump e Putin non si sono più incontrati dopo il vertice di Ferragosto ad Anchorage in Alaska, quando sembrava che la fine della guerra fosse a un passo. Invece, dopo non ci sono più stati sviluppi positivi; anzi, il conflitto s’è ulteriormente incancrenito.
Nella telefonata, Putin s’è anche congratulato con Trump per “il grande risultato” in Medio Oriente: “qualcosa sognato per secoli”: “Credo che ci aiuterà a mettere fine al conflitto tra Russia e Ucraina”, le parole e i concetti attribuiti al russo dall’americano.
Ma dal Medio Oriente vengono notizie preoccupanti e propositi bellicosi. Secondo la Cnn, Hamas è “la maggiore minaccia” all’attuazione del piano di pace di Trump: “le azioni del gruppo terroristico palestinese indicano che resta concentrato a mantenere con pugno di ferro il controllo della Striscia di Gaza”.
Mercoledì, in un’intervista proprio alla Cnn, Trump aveva detto che l’esercito israeliano potrebbe riprendere i combattimenti nella Striscia “appena glielo dico”, se Hamas non rispettasse l’intesa. “Se Hamas continua a uccidere – le parole di Trump -, non ci resta altro da fare che andare lì e ucciderli”. Concetti analoghi con analoga virulenza sono stati espressi dal premier israeliano Bemhamin Netanyahu.
I media Usa raccontano “la nuova, violenta campagna di Hamas per riaffermare il controllo su Gaza con esecuzioni pubbliche e caccia alle bande rivali: “Profittando della tregua, Hamas fa così sapere di rimanere l’unica autorità visibile a Gaza, con pesanti conseguenze sul piano di pace di Trump”. In un’analisi, il Wall Street Journal si chiede se Netanyahu, dopo “avere vinto la guerra”, sappia “vincere la pace”,
Il sito Axios, spesso ben informato sulle vicende mediorientali, nota che l’Amministrazione Trump sta lavorando per istituire una forza di sicurezza multinazionale nella Striscia, per selezionare potenziali leader civili palestinesi e per compiere i primi passi verso la ricostruzione, a cominciare da Rafah, il valico al confine con l’Egitto.
Ma diverse questioni restano insolute: Hamas ha finora restituito solo nove corpi di ostaggi catturati nei raid del 7 ottobre 2023 e deceduti in cattività e ne ha ancora 19, molti dei quali devono essere recuperati sotto le macerie. Di conseguenza, il Forum delle famiglie degli ostaggi chiede al governo di bloccare l’intesa: Israele tiene chiuso il valico di Rafah e limita il flusso degli aiuti, che entrano solo da altri valichi, tra cui quello di Kerem Shalom; e non esclude una ripresa delle ostilità.
Pretesti per incrinare la tregua sarà facile trovarne dall’una e dall’altra parte. Più difficile invece sarà fare progressi per renderla stabile e duratura. Una via la indicano, all’unisono, Papa Leone XIV e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Due Stati unica possibilità di pace”, dicono, dopo la visita al Quirinale del pontefice il 14 ottobre. Improbabile che siano ascoltati, nell’immediato: diplomatici europei confidano a Politico i loro timori sul fragile cessate-il-fuoco, convinti che sia necessario mantenere le pressioni su Israele e su Hamas perché i patti siano rispettati.
Sul fronte mediorientale, l’Europa è passiva e imbelle. Sul fronte orientale, l’Ue ha piani di difesa: progetti d’importanza strategica per rendere l’Unione meno vulnerabile, dal muro anti-drone a una maggiore interazione tra i 27 Paesi per la produzione di munizioni e materiale bellico. “Noi europei investiremo, entro il 2035, circa 6.800 miliardi di euro nella difesa”, calcola il commissario Ue Andrius Kubilius.
La base di partenza sono i bilanci nazionali della difesa previsti per il 2025, complessivamente circa 392 miliardi: moltiplicati per dieci anni, fanno quasi 4.000 miliardi, esattamente 3.920 miliardi. Vanno poi aggiunte le spese necessarie a raggiungere entro il 2035 i nuovi obiettivi Nato, calcolate in 288 miliardi di euro in più ogni anno per dieci anni, cioè altri 2.880 miliardi.


