Cuoricini. I nostri amori invecchiano. I social sono un fiorire di auguri, abbracci e cuoricini per gli ottant’anni di qualcuno. I suoi novanta. Di memoriali per i cento. Di necrologi, . Più che vecchi non si diventa, diceva mio padre (che lo è diventato, 96). Peter Bogdanovich, celebrando John Ford, scrive: “sapeva seppellire i morti”. Oggi è un esercizio in cui in tanti ci cimentiamo, chi più chi meno, con minore successo. Pochi o nessuno come Woody Allen, che in morte dell’amica di una vita ci ha regalato questa meraviglia:
“Diversamente da chiunque abbia mai vissuto su questo pianeta o che ci vivrà mai, il suo viso e la sua risata illuminavano ogni spazio in cui entrava. Semmai Huckleberry Finn fosse stata una giovane donna splendida, sarebbe stata Keaton. Era così affascinante, così bella e così magica che, non appena l’ho conosciuta, ho messo in dubbio la mia sanità mentale. Ho pensato: “Potrei innamorarmi così in fretta?”
Col passare del tempo ho girato film per un pubblico composto da una sola persona: Diane Keaton. Non ho mai letto una sola recensione del mio lavoro e mi interessava solo ciò che Keaton aveva da dire al riguardo. Se le piaceva consideravo il film un successo artistico. Se non ne era entusiasta cercavo di usare le sue critiche per rielaborarlo e ottenere qualcosa che andasse meglio. Era una persona ricca di talenti. Faceva ridere a crepapelle.
Abbiamo trascorso alcuni anni fantastici insieme e alla fine siamo andati avanti entrambi e il motivo per cui ci siamo separati solo Dio e Freud potrebbero capirlo. Ha continuato a frequentare diversi uomini interessanti, tutti più affascinanti di me. Io ho continuato a impegnarmi per realizzare quel grande capolavoro con cui ancora mi sto scontrando. Ho scherzato spesso con Diane dicendo che ci saremmo ritrovati: lei come Norma Desmond, io come Eric Von Stroheim, un tempo il suo regista, ora il suo autista.
Pochi giorni fa il mondo era un luogo che includeva Diane Keaton. Ora è un mondo che non la include più. Quindi è un mondo più triste. Eppure, ci sono i suoi film. E la sua grande risata echeggia ancora nella mia testa.”

Ne abbiamo salutati molti anche quest’anno, di amici di schermo. Gene Hackman, Terence Stamp, David Lynch, Robert Redford… E molte: Lea Massari, Adriana Asti, Claudia Cardinale, Diane Keaton… Eroi del cinema di serie B: Alvaro Vitali, Nadia Cassini, investiti da una cordialità e da una considerazione sconosciute in vita (parlo soprattutto del primo). Attori bambini di un solo film, gloria planetaria e condanna per spalle troppo fragili: Enzo Stajola di “Ladri di biciclette”, Bjorn Andrésen di “Morte a Venezia”. Il cinema è la più inesorabile macchina del tempo mai inventata; ognuno di questi nomi è un frammento di memoria. Provate a pensare la vostra vita amputata di questo formidabile immaginario. Quando e dove avete visto quel film? Con chi eravate, a quanti anni? Chi ve ne aveva parlato e come? Dove è finito quel cinema, cosa c’è al suo posto? Dice niente quel manifesto? La memoria non fa prigionieri e non lascia scelta. Decide lei.
Claudia e le altre

“Non sei mica la Cardinale…e non sopporto che lo fai notare” cantava Vasco Rossi a un’amica che evidentemente si stimava molto (“se la tirava”, come si dice oggi) in “Beh, se proprio te lo devo dire”. Claudia era la sorella di tutti e la Dea di una bellezza estrema, suprema, inarrivabile. Con quella voce che allora non piaceva – incredibile! – e oggi sarebbe oro per ogni ragazza: roca e sensualissima, su un viso esplosivamente solare. “Gli uomini preferiscono le bionde”, diceva Hawks (dipende). Ragazza della fonte in “Fellini 8 e ½” e Angelica per Delon nel “Gattopardo”, dove Visconti trasse, da quel volto stupendo, l’espressione decisa di chi da un marito si aspetta ben altro che le poesie dell’Aleardi, regalo dello spasimante timido (che caro!). Poi venne altro, molto altro: gli incontri con Zurlini, Comencini, Pietrangeli, straordinari autori a cui dobbiamo alcuni dei migliori ritratti femminili di centoventi anni di cinema italiano. E quelli con il Gotha del cinema europeo e americano.
Adriana Asti. Milano nel cuore. Milanese, allieva del Piccolo, Adriana Asti aveva esordito a teatro poco più che ventenne con Strehler. Trasferitasi a Roma, era stata diretta da Visconti nel “Crogiolo” di Arthur Miller. E poi altre volte, fino al 1973 e alla famosa messinscena romana di “Tanto tempo fa”, di Harold Pinter, contestata dall’autore. Pinter era arrivato apposta da Londra per assistere a questo primo, chiacchierato, allestimento italiano della sua “Old times”. Prese posto nel palco a lui assegnato, senza reazioni fino all’ultimo gong. Poscia adì le vie legali per revocare al regista i diritti di rappresentazione della commedia. Visconti aveva fatto allestire un ring pugilistico al centro della platea dell’Argentina, all’interno del quale si muovevano, circondati dal pubblico, i tre attori: Valentina Cortese, Umberto Orsini e lei, Adriana, che entrava in scena in accappatoio, per rimanere completamente nuda fino al gong dell’ultima ripresa. Come oggetto del desiderio pare funzionasse più con la Cortese (con il suo personaggio, ovvio) che con Orsini. “Non ho mai scritto una commedia lesbica, dove una donna si esibisce nuda, dove viene versato del borotalco sul suo seno, dove un uomo masturba la moglie”, obiettò il futuro premio Nobel. Interpretazioni. (A me spaventa più che altro l’idea del borotalco sull’assito della scena. Ma, oh, non successe niente per un mese, quindi va bene. Per le possibili conseguenze, vedi alla voce “slapstick”.)

Figura 1 A.A. con Elsa Morante, Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini.
Al cinema, Adriana aveva iniziato prestando la voce a Lea Massari per “I sogni nel cassetto” di Castellani. Claudia era appena stata rivelata da “I soliti ignoti”. Si incontrarono alla corte di Luchino. La scena era quella dei racconti milanesi di Giovanni Testori. (“Il ponte della Ghisolfa”, “La Gilda del Mac Mahon”). Il film, “Rocco e i suoi fratelli”. Si sarebbero rincontrate, in quel 1960, per il “problema” della voce di Claudia. Gliel’avrebbe prestata Adriana, tanto ne “I Delfini”, di Maselli, che nel bellissimo “La ragazza con la valigia”, di Zurlini, lei che a sua volta sarebbe stata doppiata in “Accattone”, dove tutti erano doppiati: Franco Citti da Paolo Ferrari e Paola Guidi (sua moglie nel film) da Monica Vitti. Andavano così le cose allora: era tutto un frullare di doppiati e doppiatori. E non era neanche così assurdo come può sembrare, in linea di principio. Poi c’erano quelli, purtroppo per noi, cui non piaceva la voce della Massari o della Cardinale. Questioni di intelligenza artificiosa. Passato quell’anno, comunque, i loro tragitti non si sarebbero più incrociati. A parte la comune frequentazione di Visconti e Bolognini, ognuna sarebbe andata per conto suo.

Lea Massari, Diana pentita. Il padre ingegnere le aveva trasmesso una passione singolare per una donna: la caccia. E Lea, che allora si chiamava Anna Maria, per un po’ se n’era andata in giro a coltivare il suo sport preferito. (Devo mettere le virgolette? Le metto: “sport”.) Poi le era successo come a quei ragazzi scapestrati che improvvisamente si fanno frati. La passione venatoria che si trasforma in animalismo irriducibile, pratica vegana e in una vita spesa (non solo, ovvio) a finanziare qualunque istituzione, organizzazione, fondazione pubblica o privata volta al ricovero, alla cura, all’adozione, al sollievo di qualunque forma di vita animale. Un po’ come, in Francia, la collega Brigitte Bardot (che però non ha mai imbracciato un fucile). Magari, come sempre era stata, più riservata e meno matta.
Bellissima, dopo i primi soldi da modella era arrivato il cinema, sempre grazie a Monicelli. Per Claudia erano stati “I soliti ignoti”; per lei “Proibito”, storia sarda da un romanzo di Grazia Deledda. Ma come per Claudia era stato Fellini il vero mentore, per lei fu Antonioni con “L’avventura”, titolo bene augurante. Divenne il simbolo di un’eleganza intellettuale, borghese e malinconica, a suo modo inarrivabile. Di un’angoscia sottile. Tanti film soprattutto in Italia e in Francia. Quasi niente da buttare. Tra i film francesi spiccava “Soffio al cuore”, di Louis Malle, la cui storia incestuosa le procurò un processo per corruzione di minorenne (come se non fosse stato un film). Su tutti svetta “Una vita difficile”, di fianco a un Sordi monumentale. Ritiratasi a cinquantasette anni, ha trattenuto con sé le immagini degli ultimi trenta. Persino la notizia della morte è stata data, come si dice, a tumulazione avvenuta. Fatti suoi. A noi rimangono una ragazza misteriosamente scomparsa a Lisca Bianca, la cognata di Gramsci, la moglie di Carlo Levi, le donne di Zurlini e dei Taviani, una mamma incestuosa e bellissima (ma incesto è una parola grossa), piena di lentiggini. E poi la cena dai monarchici, il 2 giugno del ’46, e due anni prima una donna in piedi, in cucina, stupefatta di sé, con ancora in mano il ferro da stiro con cui ha appena accoppato il tedesco che aveva scoperto il marito partigiano. Si chiamava commedia all’italiana, questa. Poi, se volete, possiamo parlare di Alvaro Vitali.
Insieme, Claudia, Adriana e Lea hanno abitato i migliori anni della nostra vita. Sono entrate dallo schermo della TV in bianco e nero, Adriana e Lea; a colori Claudia. Monaca di Monza e Anna Karenina, Lea Massari; Becky Sharp nella “Fiera delle vanità”, Adriana Asti; Ida Ramundo di “La Storia”, Claudia Cardinale. Erano i teleromanzi di Sandro Bolchi (quelli da Manzoni e Tolstoj), di A.G.Majano (quello da Thackeray), di Luigi Comencini (da Elsa Morante). E poi il cinema e il teatro. Hanno frequentato i monumenti e le canzoni. Molti sogni correvano per le strade e loro, come il “prenditore” di Salinger (“Il giovane Holden”), il catcher del baseball, ne hanno placcato più di qualcuno, prima che cadesse giù dalla collina di segale.
Claudia Cardinale sarà sempre, per noi, quella del bel libro di Francesco Piccolo (“La bella confusione”) che racconta la vita, il tempo e i set contemporanei di quei due capolavori; le estenuanti sedute di trucco, parrucco e abbigliamento che seguivano il passaggio dalla Sicilia a Cinecittà, dall’uno all’altro set, dall’uno all’altro “Maestro”, l’uno geloso dell’altro. Due storie, due mondi che non avrebbero potuto essere più distanti. Eppure, per me Claudia rimane “La ragazza con la valigia” del magnifico film di Valerio Zurlini, visto in un cineforum liceale e rivisto a Parigi in un cinema del Quartiere Latino. Un film che la costrinse a fermarsi due mesi, dopo averlo finito, perché le sembrava parlasse di lei. Anche se allora non lo sapeva nessuno.
Di Lea ho detto sopra.
Adriana è la Milano di allora, del teatro, dei nomi che l’hanno accompagnata. Due cose, fra le tante, rimarranno di quel cinema che raramente l’ha vista protagonista. Più ancora dei camei di prestigio, come quello per Bunuel (“Il fantasma della libertà”); più ancora di “Accattone”, poco più che un cameo, c’è “Prima della rivoluzione”, l’esordio parmigiano di Bertolucci. Forse l’unico film di questo autore che mette d’accordo tutti. Quel ballo fra zia e nipote sulla musica di “Vivere ancora”, di Paoli, è antologia del Novecento. Potete rivederlo cinquanta volte. Come la scena del palco al Regio. Tante ce ne sono state fino all’ultima, altrettanto indimenticabile: la madre dei due fratelli di “La meglio gioventù”. Vivere ancora. L’ultimo spettacolo a teatro fu di canzoni milanesi. Sempre lì tornava, anche dopo cinquant’anni di vita a Roma.
