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    Home»Lavoro»Sud Italia: terra senza futuro o terra di riscatto?
    Lavoro

    Sud Italia: terra senza futuro o terra di riscatto?

    Michele RutiglianoDi Michele RutiglianoNovembre 20, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 4 min.
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    Sud Italia
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    Sono passati pochi anni dalla fine della pandemia, ma il nostro Mezzogiorno continua a soffrire. Mentre i fondi del Pnrr scorrono – o meglio, ristagnano – tra burocrazia, commissariamenti e gare d’appalto infinite, la realtà sociale ed economica del Sud si fa sempre più fragile. Gli stipendi restano tra i più bassi d’Europa, i servizi pubblici arretrano, la precarietà è diventata la norma. Il risultato è un esodo silenzioso ma devastante: migliaia di giovani qualificati che lasciano le loro terre in cerca di opportunità altrove, soprattutto al Nord e all’estero.

    Negli ultimi dieci anni il Mezzogiorno ha perso oltre un milione di residenti, di cui più della metà sotto i 35 anni. E non è solo una questione economica: è un vero collasso demografico e civile. I dati sull’invecchiamento della popolazione sono allarmanti. In molte province meridionali, il numero degli anziani supera di gran lunga quello dei giovani. I piccoli centri si svuotano, le scuole chiudono, gli ospedali riducono i reparti. Si impoverisce il capitale umano, ma anche quello produttivo e sociale. È un impoverimento lento, quasi inavvertito, ma inesorabile: il Sud rischia di trasformarsi in una terra senza futuro, dove chi resta si sente sempre più solo e dimenticato.

    Il fallimento di un modello e la crisi della politica meridionalista

    Il Pnrr, presentato come una grande occasione di riscatto, avrebbe dovuto segnare una svolta. Invece rischia di trasformarsi in un’occasione perduta. Gli investimenti destinati al Sud — circa il 40% del totale — spesso non si traducono in cantieri, posti di lavoro o innovazione. Troppi progetti restano sulla carta, troppo poco si fa per rafforzare la capacità amministrativa degli enti locali.

    Ma il problema non è solo tecnico. È politico, culturale, strutturale. Le Regioni meridionali mostrano una cronica debolezza nel programmare, monitorare e spendere le risorse europee. I governi centrali, dal canto loro, oscillano tra promesse e annunci, senza mai costruire una visione organica di sviluppo. Da decenni la “questione meridionale” viene evocata, studiata, discussa. Ma raramente affrontata con la continuità e il coraggio che servono. È diventata una retorica stanca, buona per le campagne elettorali. Intanto, le imprese chiudono, i servizi pubblici arretrano, e la forbice con il resto del Paese si allarga. Servirebbe una politica ordinaria efficiente, non più straordinaria e assistenziale. Una politica che investa in formazione, infrastrutture digitali, mobilità sostenibile, e che ridia fiducia ai cittadini e dignità al lavoro. Perché senza lavoro dignitoso, nessun territorio può davvero ripartire.

    Un’idea europea per il Sud: una nuova Macroregione del Mediterraneo

    A questo punto la domanda è inevitabile: se il Governo e le Regioni del Mezzogiorno non riescono a invertire la rotta, non sarebbe il caso di affidare direttamente all’Europa la guida di una nuova strategia per il Sud? Non si tratterebbe di una perdita di sovranità, ma di un atto di responsabilità. L’Unione Europea ha già dimostrato, con le Macroregioni del Baltico, del Danubio e dell’Adriatico-Ionio, che una pianificazione sovranazionale può generare sviluppo, infrastrutture e occupazione. Perché non pensare allora a una Macroregione Europea del Mezzogiorno, capace di coordinare fondi, strategie e progetti, con un proprio piano industriale, incentivi mirati per le imprese innovative, investimenti nei settori green e digitali, e un programma per trattenere e attrarre giovani talenti?

    Una “governance” europea garantirebbe trasparenza, tempi certi e una visione strategica di lungo periodo. Proprio come accadde con la Cassa per il Mezzogiorno, che nel dopoguerra, pur con limiti e contraddizioni, seppe gettare le basi della modernizzazione del Sud. Oggi serve la stessa ambizione. Riaccendere il motore del Mezzogiorno significa non solo salvare una parte d’Italia, ma rafforzare l’intera Europa mediterranea. Perché un’Europa che lascia indietro il suo Sud non è solo più povera: è più fragile, più diseguale e meno credibile. Il cammino del Mezzogiorno è sempre più accidentato e incerto. Ed è per questo che occorre subito cambiare rotta e individuare, insieme all’Europa, un nuovo e più ambizioso percorso

    Italia Meridionale PNRR Sud Italia
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    Michele Rutigliano

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