“Così piccola e… fragile …” cantava Drupi negli anni Settanta e il ritornello sembra una sorta di metafora anche della situazione della nostra economia dell’ultimo periodo. E infatti nelle attuali previsioni di crescita del nostro Paese sembra di essere tornati al periodo pre-Covid, quando venivamo descritti come il fanalino di coda tra le economie europee. Previsioni poi smentite dai risultati degli ultimi anni, in cui le nostre performance di sviluppo sono state nettamente superiori a quelle di Germania e Francia.
Da ultimo le recenti analisi dell’Istat stimano per il 2025 una crescita dello 0,5%, mentre per il 2026 parliamo dello 0,8%, peggio di noi – secondo la Commissione Europea – farebbe solo l’Irlanda, che però nel 2025 crescerebbe oltre il 10%. Nel 2027, invece, l’Italia risulterebbe addirittura l’ultima in Europa.
Al di là di come andranno realmente le cose — spesso l’andamento effettivo dell’economia ha smentito le previsioni più negative — si è riaperto il dibattito, mai sopito, sulle ragioni della nostra bassa crescita.
Al centro torna la questione della produttività: cresciamo poco perché la produttività del lavoro aumenta meno rispetto agli altri Paesi. Anzi, il forte processo di assunzioni che ha sostenuto l’occupazione negli ultimi anni potrebbe aver aggravato il problema, perché non si è tradotto in un incremento proporzionale del valore aggiunto prodotto, cioè della quantità di beni e servizi generati. E perché alla fine è molto cresciuta l’occupazione dei settori a basso salario e più basso valore aggiunto, quella che da molti è definita “l’occupazione povera”.

Produttività del lavoro nei principali paesi europei (tassi di variazione medi annui)
Fonte: Istat
Secondo la Commissione europea cresciamo meno anche perché i consumi delle famiglie sono stagnanti, e sappiamo che i consumi sono un motore fondamentale del PIL. Anche gli investimenti contano, e negli ultimi anni — grazie soprattutto al PNRR, ormai in fase conclusiva — hanno registrato una spinta significativa. Secondo l’Istat nel 2025 dovrebbero chiudere l’anno con un aumento del 2,7%, rimanendo più o meno sullo stesso livello di crescita anche nel 2026.
Ma questo può bastare? Il peso della componente investimenti e di quella consumi è molto diverso: i consumi rappresentano il 57% del PIL, mentre gli investimenti il 22%. Dal 2019 gli investimenti sono cresciuti molto più dei consumi: circa il 49% contro il 17%. Questo è positivo perché aumenta il capitale disponibile per lo sviluppo futuro, ma pone un problema cruciale. Aumentare il capitale tecnologico non è sufficiente da solo a far crescere la produttività. Soprattutto oggi in cui il vero punto di snodo è nella capacità di mixare capitale digitale e capitale umano e sviluppare quelli che vengono chiamati investimenti “ricombinanti”. Perché gli investimenti possono produrre effetti nel tempo solo se accompagnati da adeguate competenze. Non basta acquistare nuove tecnologie: serve capitale umano qualificato, e le professionalità si pagano. Eppure, nonostante i recenti rinnovi contrattuali, le retribuzioni italiane restano mediamente inferiori ai livelli reali del 2021 e tra le più stagnanti dei Paesi industrializzati. Anzi la fiammata inflazionistica ha comportato uno spostamento sulla parte dei profitti aziendali con una riduzione dell’incidenza sul valore aggiunto della componente salari/retribuzioni, per quanto queste ultime sono in una fase di recupero.

Incidenza percentuale dei redditi di lavoro dipendente sul valore aggiunto
Insomma, sembra che la nostra economia potrebbe attraversare una frase di fragilità che potrebbe comportare un ridimensionamento dei buoni risultati degli anni scorsi, soprattutto alla luce del venir meno della spinta dovuta al PNRR causata sostanziale di incremento degli investimenti.
Del resto, le stime dell’Istat prevedono per l’anno prossimo una crescita dell’occupazione, superiore a quella stimata per il valore aggiunto, che potrebbe tradursi – a parità di altre condizioni – in una ulteriore flessione della produttività.
Sorge allora la domanda: se non cresce la produttività, come possono crescere i salari? Si crea così un circolo vizioso: bassa produttività, bassi salari, consumi stagnanti. Con retribuzioni poco dinamiche e un clima di incertezza che spinge le famiglie ad aumentare il risparmio precauzionale, diventa difficile alimentare i consumi interni. Certo ci sono le esportazioni che hanno fatto registrare performances brillanti anche in epoca di dazi, ma sono proprio le recenti previsioni dell’Istat che, dinanzi a incertezza crescente, stimano un contributo negativo per il 2026 del saldo tra import-export alla crescita del PIL.
Si dirà: abbiamo investito in capitale che darà frutti negli anni futuri. Ma una crescita salariale troppo modesta rischia di avere ripercussioni anche nel medio periodo sulla capacità di attrarre capitale umano qualificato. Le competenze più avanzate sono sempre più rare e richieste, e mentre i beni strumentali si possono acquistare rapidamente, la formazione di capitale umano richiede anni di investimenti nel sistema educativo. Quando perdiamo lavoratori qualificati che si trasferiscono all’estero per migliori condizioni economiche e professionali, subiamo una perdita reale nel medio periodo, su cui dovremmo riflettere, che il CNEL ha stimato per il 2023 in 134 miliardi di euro.
Dobbiamo quindi spezzare il circolo vizioso. Il salario non è una variabile indipendente. Su questo, già negli anni Settanta, Luciano Lama allora Segretario generale del maggiore sindacato italiano — in modo coraggioso — sostenne una svolta storica, affermando che non si poteva considerare il salario semplicemente un elemento scollegato dal contesto macroeconomico e dalla responsabilità delle parti sociali. Il suo contributo mostrò che un approccio innovativo al tema salariale poteva aprire una nuova fase nelle relazioni industriali.
Oggi, però, se continuiamo a considerare il salario sempre e solo come conseguenza della produttività, rischiamo di restare intrappolati nella stagnazione. In molti casi è necessario partire dai salari, perché un loro aumento può stimolare la produttività — anche rendendo più efficace l’uso degli investimenti digitali — e, soprattutto, alimentare i consumi e la domanda interna, favorendo così la crescita del PIL.
Come fare, però, in un contesto di risorse pubbliche limitate? Forse occorre rilanciare l’idea di un patto sulla politica dei redditi, che negli anni Novanta contribuì a spezzare la spirale prezzi-salari e a contenere l’inflazione. Oggi il patto dovrebbe riguardare la produttività. Chi dovrebbe farsene promotore?
Qui entra in gioco la responsabilità dei corpi intermedi, che negli ultimi tempi hanno rivendicato un ruolo crescente. Le affermazioni politiche (per la verità non sempre seguite dai fatti) vanno nella direzione di valorizzare il protagonismo di queste organizzazioni dopo gli anni della “demonizzazione”. I corpi intermedi rivendicano maggiore centralità, ma in diversi casi sembrano più impegnati in battaglie categoriali o identitarie che a dare corpo a una visione strategica del Paese. In più casi manca una capacità reale di rappresentare l’interesse generale e di assumersi responsabilità che vadano oltre la difesa del proprio perimetro. La distanza tra dichiarazioni e comportamenti concreti è evidente: molte organizzazioni chiedono più voce politica ma faticano a compiere il “passo al lato” necessario quando l’obiettivo comune richiede compromessi, coerenza e rinunce. Soprattutto questo dovrebbe valere per chi negli anni immediatamente successivi al Covid, e in quelli della fiammata inflazionistica, ha avuto più possibilità di scaricare sui prezzi le pressioni del mercato.
Rivendicare una leadership significa anche esprimere una capacità di avviare questo patto, riequilibrando anche il rapporto profitti-retribuzioni, che negli ultimi anni si è spostato maggiormente verso i primi, grazie anche alla possibilità per diverse imprese di recuperare margini tramite aumenti dei prezzi.
Serve quindi una nuova stagione di responsabilità condivisa delle parti sociali, per aprire una fase di vero, e soprattutto, più sostenuto sviluppo. Un banco di prova impegnativo necessario però per evitare di ricadere nella metafora di un paese “piccolo e fragile”.