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    Tutti Europa ventitrentaTutti Europa ventitrenta
    Home»Europa»L’Italia nella cornice Europea
    Europa

    L’Italia nella cornice Europea

    Filippo CiavagliaDi Filippo CiavagliaDicembre 20, 20251 VisualizzazioniLettura 4 min.
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    L’Europa attraversa una fase politica delicata e decisiva, segnata da un equilibrio istituzionale instabile e da un confronto sempre più netto tra modelli alternativi di Unione. La guerra in Ucraina continua a incidere profondamente sull’agenda europea, orientando scelte strategiche su difesa, sicurezza energetica e politica industriale. Tuttavia, questa centralità delle questioni geopolitiche rischia di lasciare in secondo piano il nodo fondamentale del lavoro, dei salari e della coesione sociale, proprio mentre milioni di lavoratrici e lavoratori europei vedono peggiorare le proprie condizioni di vita.

    Le recenti elezioni europee hanno accentuato una frattura politica profonda. L’avanzata delle destre nazionaliste ed euroscettiche mette in discussione il progetto di integrazione non solo sul piano istituzionale, ma anche su quello sociale, promuovendo un’idea di Europa fondata sulla competizione al ribasso tra Paesi, sulla compressione dei diritti e sull’indebolimento del welfare. Al contrario, le forze europeiste e progressiste rivendicano la necessità di rafforzare l’Unione come spazio di diritti comuni, a partire da salari dignitosi, tutele del lavoro e servizi pubblici universali. Questo scontro politico rende più fragile l’azione del Parlamento europeo e condiziona la capacità della Commissione di dare risposte concrete alle disuguaglianze.

    Sul piano delle politiche sociali, l’Unione Europea si trova davanti a scelte che incidono direttamente sulla vita quotidiana delle persone. L’inflazione e l’aumento del costo della vita hanno eroso il potere d’acquisto dei salari, mentre la precarietà continua a colpire soprattutto giovani e donne. In questo contesto, strumenti come la direttiva europea sui salari minimi e il rafforzamento della contrattazione collettiva rappresentano un passo nella giusta direzione, ma restano insufficienti senza un impegno politico chiaro contro il dumping salariale e fiscale. È qui che il ruolo delle organizzazioni sindacali, a partire dalla CGIL e dalla Confederazione Europea dei Sindacati, diventa centrale nel rivendicare un’Europa che non sia solo mercato, ma comunità solidale.

    Anche il nuovo Patto su migrazione e asilo si intreccia direttamente con il tema del lavoro e dei diritti. Un approccio securitario e restrittivo rischia di alimentare sfruttamento, lavoro nero e concorrenza al ribasso, mentre una gestione europea fondata su accoglienza, inclusione e diritti può contribuire a rafforzare la coesione sociale e contrastare le disuguaglianze. Allo stesso modo, la transizione ecologica non può essere scaricata sulle spalle di lavoratrici e lavoratori: servono politiche industriali europee che garantiscano una transizione giusta, con investimenti pubblici, riconversione produttiva e tutela dell’occupazione.

    In questo quadro, le mobilitazioni sindacali, come lo sciopero promosso dalla CGIL, assumono un significato che va oltre i confini nazionali. Esse pongono al centro una domanda politica europea: quale modello sociale vuole costruire l’Unione? Un’Europa che chiede sacrifici sempre agli stessi, o un’Europa capace di redistribuire ricchezza, rafforzare il welfare, investire in sanità, istruzione e servizi pubblici, e garantire lavoro stabile e salari dignitosi?

    La credibilità dell’Unione Europea dipenderà dalla risposta a questa domanda. Senza un cambio di rotta che metta il lavoro e la giustizia sociale al centro delle politiche europee, il rischio è quello di alimentare sfiducia, disaffezione democratica e nuove fratture sociali. Al contrario, un’Europa fondata sulla solidarietà, sulla contrattazione collettiva e su un welfare forte può tornare a essere uno spazio di speranza e di diritti per milioni di persone.

    In questo quadro europeo, il 12 dicembre la CGIL in Italia ha scioperato non soltanto per contrastare una manovra di bilancio evidentemente inadeguata, ma per qualcosa di molto più profondo: la dignità di chi ogni giorno tiene in piedi questo Paese. Guardando la manovra del governo, si fatica a trovare un segnale che parli alle persone reali, a chi lavora e intanto vede il proprio salario indebolirsi davanti a prezzi sempre più alti. È frustrante continuare a sentirsi dire che “va tutto bene” mentre nella vita quotidiana nulla è cambiato davvero.

    Lo sciopero della CGIL è nato dal bisogno di rimettere al centro le persone, non le cifre. Sanità che fatica, scuole che cadono a pezzi, trasporti insufficienti, politiche industriali inesistenti: sono ferite aperte che tocchiamo ogni giorno e sapere che la legge di bilancio non offre risposte adeguate ha fatto crescere un senso di amarezza. Ancora una volta a pagare saranno lavoratori e pensionati, proprio chi ha meno margine per resistere.

    In questo quadro, trovo importante anche la proposta della CGIL di introdurre una tassa dell’1% sui grandi patrimoni, quelli sopra i due milioni di euro: un contributo di solidarietà che potrebbe portare risorse reali per servizi pubblici, aumenti salariali, investimenti nel welfare.

    Non un’idea punitiva, ma un tentativo di riequilibrare un Paese sempre più diseguale.

    Autore

    • Filippo Ciavaglia
      Filippo Ciavaglia
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