Il 2025 si è chiuso con una vistosa crescita del malessere nei penitenziari, come certificato anche dal nuovo picco di 80 detenuti suicidi. Un malessere che ha due facce: la disperazione, con il suo portato di autolesionismo, e l’esasperazione, che si traduce microconflittualità.
Tra principali cause vi sono i numerosi provvedimenti legislativi in tema di sicurezza varati dall’attuale governo che hanno prodotto maggiori incarcerazioni e pene più lunghe. Con la conseguenza di ulteriore sovraffollamento delle celle e, dunque – checché ne dica il Guardasigilli – di drastico peggioramento delle condizioni di reclusione.

Il buon senso, oltre che la responsabilità di governo, imporrebbero quanto meno misure di raffreddamento della tensione e di lenimento del malessere. Ma il “regalo di Natale” arrivato ai detenuti ha imboccato decisamente la direzione opposta. A seguito della legge sulla sicurezza del giugno scorso, che sanziona anche la resistenza passiva alla stregua della rivolta violenta, qualche mente acuta avrà forse ipotizzato una probabile recrudescenza di queste ultime e avrà considerato insufficienti scudi, idranti e manganelli.
Fatto sta che un decreto del Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, datato 22 dicembre, ha autorizzato in via sperimentale gli agenti di custodia all’uso di spray urticante al peperoncino, sia nelle parti comuni del carcere sia nel chiuso delle celle e nelle traduzioni. La sperimentazione, per il personale appartenente al Corpo di Polizia Penitenziaria, del nuovo strumento di dissuasione ed autodifesa a base di Oleoresin Capsicum, conosciuto anche come spray al peperoncino.
“Nel pieno rispetto del principio di proporzionalità tra offesa e difesa, si ricorre al dispositivo che nebulizza capsaicina per fronteggiare un’azione violenta, una minaccia o una resistenza rivolta all’operatore di polizia penitenziaria o verso terzi coinvolti”. I contesti operativi nei quali sarà avviata la sperimentazione, che durerà sei mesi, sono quelli nei quali la Polizia Penitenziaria opera quotidianamente: celle e aree detentive (compresi corridoi, rotonde e spazi interni ed esterni ai reparti), aree all’aperto, trasporto e traduzione dei detenuti, contesti in cui sono impiegati i gruppi speciali del Corpo – Gom, Gio e Gir”. Divieto di utilizzo, invece, all’interno degli automezzi della Polizia Penitenziaria. Trascorsi i sei mesi di sperimentazione, una Commissione dedicata redigerà una relazione conclusiva che verrà portata al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per la valutazione definitiva sulla eventuale dotazione definitiva.
È facile immaginare cosa di ancor peggio potrebbe succedere usando queste armi negli spazi chiusi e compressi del carcere. Ma, evidentemente, i dati e i rischi non interessano. Si preferisce alzare la fiamma del gas sulla traboccante pentola umana in ebollizione.