
Hamnet – Nel nome del figlio
Distribuito nelle sale italiane dal 5 febbraio, Hamnet – Nel nome del figlio è il nuovo film di Chloé Zhao, regista statunitense già consacrata a livello internazionale come seconda donna nella storia a vincere l’Oscar per la miglior regia nel 2021 con Nomadland. L’opera è l’adattamento cinematografico del romanzo Nel nome del figlio. Hamnet di Maggie O’Farrell, che firma anche la sceneggiatura insieme alla stessa Zhao. Abbandonate le strade polverose e marginali dell’America contemporanea, la regista costruisce questa volta un affresco intimo e doloroso nell’Inghilterra del Seicento, ambientato a Stratford-upon-Avon, dove un giovane William Shakespeare (Paul Mescal) lavora come tutore per sostenere economicamente la famiglia. L’incontro con Agnes Hathaway (Jessie Buckley), giovane profondamente radicata nella natura e nel sacro, ne cambia radicalmente il destino: tra narrazioni mitiche, come il racconto di Orfeo ed Euridice, e un amore costruito nella lentezza, i due si sposano e hanno tre figli: Susanna e i gemelli Hamnet e Judith. È però la figura del piccolo Hamnet a costituire il vero centro emotivo del film: la sua malattia e la successiva morte segnano una frattura irreversibile nella vita della famiglia. Il lutto si traduce in una disgregazione silenziosa del rapporto tra William e Agnes, incapaci di condividere un’elaborazione comune del dolore. Mentre Agnes resta inchiodata alla perdita, William si reca a Londra e si rifugia nel teatro, iniziando le prove di Amleto con la sua compagnia: la creazione artistica diventa così sublimazione della tragedia privata, trasformando il trauma in materia poetica e drammaturgica.
Nel nome del figlio: l’immortalità dell’arte
Hamnet si configura come un’opera in cui gli opposti fondamentali dell’esperienza umana, vita e morte, amore e perdita, vengono progressivamente trasfigurati dall’arte, che ne diventa strumento di universalizzazione e permanenza nel tempo.Per gran parte della narrazione, Chloé Zhao costruisce con rigore e delicatezza un tessuto emotivo fatto di relazioni quotidiane, gesti minimi e affetti familiari: l’infanzia luminosa di Hamnet, la tenerezza dei legami domestici, la sacralità della natura che circonda Agnes, la parola come forma di cura e protezione. È un cinema intimo, contemplativo, quasi tattile, che prepara lentamente il terreno emotivo dello spettatore. Ma è nell’ultima parte del film che l’opera compie la sua trasformazione più potente e simbolica, assumendo i contorni di un vero e proprio monumento alla memoria di Hamnet. La sequenza ambientata al Globe Theatre, durante la prima rappresentazione di Amleto, segna il passaggio dalla dimensione privata a quella universale: il dolore individuale si fa linguaggio artistico, la tragedia personale diventa mito collettivo. Agnes assiste alla messa in scena e, attraverso il teatro, coglie finalmente la profondità della sofferenza di William: comprende che la sua partenza non era fuga, ma necessità espressiva, impossibilità di restare imprigionato nel silenzio del lutto. In quell’atto creativo, William riesce a sublimare la perdita del figlio trasformandola in forma, parola, racconto condiviso, elevando l’evento privato a esperienza universale. L’arte che racconta l’arte, la narrazione che genera memoria, la tragedia che diventa patrimonio collettivo. Il tutto è amplificato dalla colonna sonora di Max Richter, sulle note strazianti di On the Nature of Daylight, che accompagnano la scena con una forza emotiva lacerante, trasformando il finale in un’esperienza sensoriale e spirituale insieme. In questo passaggio conclusivo, Hamnet si afferma non solo come racconto di un lutto, ma come riflessione alta e profondamente cinematografica sul potere dell’arte: rendere immortale ciò che è destinato a scomparire, trasformare il dolore in memoria, la perdita in significato, la morte in racconto eterno.
Candidato a otto premi Oscar, tra cui quello di miglior film, Hamnet si impone fin da ora come uno dei principali protagonisti della 98ª cerimonia dei Premi Oscar, in programma il 15 marzo. Il percorso stagionale dell’opera di Chloé Zhao, inoltre, è già stato segnato da un riconoscimento internazionale di grande rilievo: il trionfo ai Golden Globe, dove il film si è aggiudicato il premio per il miglior film drammatico e quello per la miglior attrice protagonista, vinto da Jessie Buckley.