
Singapore – Vecchio Faro postazione militare di Fort Canning
La fine degli annni’70 segna l’inizio di un lungo processo di de-industrializzazione, processo che produrrà significative trasformazioni nell’ economia delle città ma anche l’abbandono di relitti, soprattutto in periferia, di edifici dismessi e lasciati all’incuria e all’oblio, e convertirà zone dedicate alla produzione in scenari desolanti. Se un tempo in questi luoghi si svolgevano attività produttive economicamente redditizie e importanti per il loro ruolo sociale, oggi questi spazi negati non hanno più relazioni con la realtà attuale né con il mondo per il quale erano stati costruiti. I loro monumentali volumi si prestano ad un progressivo e rilevante degrado delle strutture, i manufatti si fanno pericolanti, spesso diventano oggetto di vandalismo. E col tempo si prestano anche a divenire luoghi di dormitori non autorizzati, zone di spaccio di droga, discariche abusive. Ma questi frammenti urbani, scarti sia pubblici che privati, spazi vuoti ora sprecati, inutilizzati e abbandonati possono essere riscoperti, reinventati, e divenire delle risorse, e in quest’ottica di recupero non dobbiamo pensare solo agli edifici industriali, dobbiamo comprendere molti altri edifici dismessi,
i mercati, monasteri, teatri, dimore storiche, manicomi, alberghi, case coloniche, scali ferroviari, caserme, collegi… La politica del riuso appartiene da sempre alla storia della città, e ancor più oggi l’idea di riutilizzare gli spazi dismessi, e in luogo della desolazione offrire nuove logiche di fruizione e di produzione culturale introduce nuovi significati all’organizzazione urbana. In particolare nell’ultimo decennio molte città europee hanno iniziato ad avviare programmi di rigenerazione e di riqualificazione urbana seguendo delle logiche integrate e ispirate dalla “Dichiarazione di Toledo sulla Rigenerazione Urbana” del 2010 e dalla “Carta di Lipsia sulle Città europee sostenibili” del 2017, che prevedono non solo la riqualificazione di aree urbane in modo creativo, ma anche il recupero e la rivitalizzazione dei luoghi in declino e degli edifici in degrado. Il programma consiste quindi nel lavorare con processi localizzati su siti o spazi scelti con precisione (agopuntura urbana) con interventi realizzati in tempi brevi e ottimizzando i costi. Le strategie devono essere orientate al luogo specifico, enfatizzando sia i valori di city marketing della città sia le componenti simboliche, costruendo nuovi spazi iconici per rilanciare zone particolari o utilizzando gli edifici recuperati per grandi competizioni o eventi (vedi il caso Olimpiadi).

Brescia – Ex Laminatoio Tempini
In Italia una buona parte dei beni architettonici non utilizzati è di proprietà pubblica e i costi per il loro mantenimento e per la loro messa in sicurezza pesano in modo notevole. Riguardo al recupero di questi beni la politica non sempre ha le idee chiare su come ridestinarli e di come agganciarli ai fabbisogni territoriali, per non parlare del reperimento difficile di fondi, dei lunghissimi appalti e della complessità di produrre adeguati piani gestionali per la loro successiva fruizione. A seguito di certe immobilità politiche abbiamo assistito negli ultimi anni anche a fenomeni di azioni volontaristiche che si sono riappropriate di spazi urbani ed edifici abbandonati per consegnarli ad attività collettive di tipo abitativo, sociale, culturale o ricreativo, con rivendicazioni del concetto di “bene comune”, dove spesso però non sono state rispettate le norme della responsabilità
e della consapevolezza. Per l’utilizzo di questi luoghi sarebbe opportuno che partissero dalle istituzioni nuovi modelli organizzativi e nuove idee del diritto sulle forme di vita collettiva. Un esempio interessante sembrava essere la strada dei Partenariati Speciali Pubblico -Privati, promossi all’inizio dalla Fondazione Fitzcarraldo di Torino (2016) per la valorizzazione del Patrimonio Pubblico Culturale, permettendo la partecipazione dei privati alle azioni di valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale. Un altro modello è quello proposto dal Mietshauser Syndakat di Berlino che vede una soluzione nel recupero di edifici per progetti abitativi auto-organizzati, con l’acquisto collettivo di strutture per iniziative di progetti abitativi collettivi. Questi edifici, ristrutturati e riutilizzati, vengono sottratti alla logica del mercato immobiliare e non saranno più di proprietà privata, avranno il vantaggio di restituire nuovo valore agli spazi riconsegnandoli alla vita urbana, eliminando il degrado e recuperando sicurezza sociale, in un progetto comune di responsabilizzazione politica. La rigenerazione urbana diventa anche teoria del cambiamento sociale.
È bene ricordare anche che in Italia è stato introdotto dal 2014 lo strumento dell’Art Bonus, un credito d’imposta del 65% per erogazioni liberali a sostegno della cultura e del patrimonio, quindi anche del restauro di beni o edifici pubblici che possono essere destinati ad attività culturali o di spettacolo.
A cura della Direzione Generale Sicurezza del Patrimonio Culturale è stata redatta una ”Carta del rischio del patrimonio culturale”, con radici nel “Piano pilota” del 1975 e un avvio concreto del progetto nel 1990. È un sistema nazionale teso a programmare gli interventi di manutenzione e restauro dei beni culturali in funzione del loro stato di conservazione e delle aggressività dell’ambiente in cui sorgono. In questa Carta sono già stati censiti più di 50.000 beni e gli interventi sono oggi coordinati dal nuovo Istituto Centrale per la gestione dei Rischi del patrimonio culturale (ICRI), di recente istituzione presso il Ministero della Cultura. C’è da notare che la Sicilia è attualmente l’unica regione rimasta fuori dal sistema nazionale, ma di recente, a seguito degli ultimi eventi calamitosi cui è stata esposta, e in particolare del caso Niscemi, ha evidenziato l’urgenza di riattivare il documento regionale per tutelare gli interventi.