Due film, in circolazione in questi giorni, tratti da storie vere, le raccontano in modi molto diversi. Sono “La Gioia”, di Nicolangelo Gelormini, e “Il filo del ricatto” (“Dead man’s wire”) di Gus Van Sant.
UNO.

Gloria Rosboch. foto “La Stampa”.
Gloria e Fortuna. Molte volte sono gli artisti a giocare con i nomi dei loro personaggi, scegliendoli in forte attrito con la sorte a loro destinata. Anni fa furono SergioCastellitto e Margareth Mazzantini (regista e sceneggiatrice) a chiamare “Fortunata” una loro protagonista che davvero non lo era. Espediente antichissimo nel teatro comico, dal Felice Sciosciammocca di Scarpetta in qua; meno in quello drammatico. Altre volte, e sono la maggioranza, è la vita stessa a prendersi gioco di noi, contraddicendo beffardamente i presagi (“omen”) connessi al “nomen” impostoci alla nascita. E’ il caso delle povere vittime dei due atroci fatti di sangue scelti da Nicolangelo Gelormini come spunto per i suoi film. Poi, siccome anche a lui evidentemente piacciono questi contrasti nome/vita, volendo dare un nome fittizio a Gloria, l’ha ribattezzata Gioia. Anzi, “la Gioia”, secondo l’uso nordico.
Nicolangelo Gelormini è un architetto napoletano nato al cinema nel 2001, quando era assistente di Paolo Sorrentinoin “L’uomo in più”. Due esordi. Di Sorrentino sappiamo tutto; non così di quel suo aiuto-regista, il cui primo lungometraggio (“Fortuna”) sarebbe arrivato dopo un ventennio di corti, pubblicità, video musicali, attività cinematografiche di supporto in campo teatrale. Il secondo, “La Gioia”, esce oggi preceduto di due anni da “LucioAmelio” (2023, Rai Play), ritratto del grande gallerista napoletano, già oggetto dell’analogo “Terrae Motus” di MarioMartone (1993, You Tube), e di uno da “L’arte della gioia”, la mini-serie televisiva di Valeria Golino, protagonista di “Fortuna” e vera mentore del regista. Sei puntate di cui una affidata a lui.
“Fortuna”, passato in sala come acqua sui vetri, è oggi su Rai Play. Non so come sia messo a visualizzazioni; magari adesso cresceranno, dopo “La Gioia”. Ma per quanto un regista possa essere attratto dalle storie più repellenti della cronaca nera, deve avere richiesto una speciale applicazione la scelta di quella della piccola Fortuna Loffredo, sei anni, violentata ripetutamente dal padre e precipitata (transitivo) dall’ottavo piano di un palazzo di Caivano nel giugno del 2014. Tanto che, ritraendosene, Gelormini la trasfigura in chiave di “favola nera” sul tema dell’”infanzia tradita”, buttandoci dentro anche la fantascienza.

V. Golino e J. Trinca- Stylist Alessandra Corvasce.
La Gioia”. Non siamo più a Napoli ma a Castellamonte, dove, dalla casa in cui era nata e in cui viveva con i genitori, scompare una professoressa. Si chiama Gloria Rosboch, nubile, quarantanove anni, vissuti apparentemente senza un sussulto. Verrà ritrovata qualche giorno dopo vicino a casa, in un pozzo del Canavese fra Torino e Ivrea. Così ricostruiva i fatti “La Stampa” del 10 febbraio 2017, a processo in corso. https://www.lastampa.it/torino/2017/02/10/news/scheda-gloria-rosboch-un-delitto-agghiacciante-1.34651480/. Cambiano, rispetto a “Fortuna”, approccio e stile: narrazione piana, a tratti allusiva, e realismo assoluto, con l’eccezione di un paio di sequenze simboliche, peraltro meno stravaganti di altre analoghe del suo illustre maestro. Protagoniste Valeria Golino e Jasmine Trinca, alla loro sesta impresa comune: ognuna presenza fissa nei film dell’altra, insieme in “La scuola cattolica” (a proposito di fattacci: qui quello infamissimo del Circeo). Accolto in concorso, unico film italiano, alle ultime Giornate veneziane degli Autori, “La Gioia” circola in questi giorni in molte sale, accolto da recensioni tra il favorevole e l’entusiasta. A me non piace. Provo a spiegare perché, per quanto sia possibile spiegare una scarsa sintonia.
Il biondomoro. Ad ispirare il film, secondo i crediti, sarebbe stato l’“instant drama” tratto da Gioia Salvatori e GiulianoScarpinato, un anno dopo i fatti, dall’atroce storia della professoressa torinese: “Se non sporca il mio pavimento”. Pièceche il suo autore definisce un mélo. Ma è la cronaca giornalistica che abbiamo visto (leggere per credere) la perfetta, scrupolosa sinossi del film. Che è tutto meno che un mélo. E’ quella cronaca torinese il vero soggetto di “La Gioia”. Lo stesso Scarpinato, sceneggiatore del film con Benedetta Mori, la rimpolpa senza trascurarne alcun dettaglio. Non conosco il copione del dramma, ma la base testuale del film è quell’articolo di giornale, vestito e pettinato. Anzi, ossigenato (“ossigenarmi a Torino è stato il primo errore”, cit. Alberto Arbasino e Laura Bettihttps://www.google.com/search?q=seguendo+la+flotta+laura+betti&oq=seguendo+la+flotta+laura+betti&gs_lcrp=EgZjaHJvbWUyBggAEEUYOTIKCAEQABiABBiiBDIHCAIQABjvBdIBCjI2OTkzajBqMTWoAgiwAgHxBb7EpfysWJau&sourceid=chrome&ie=UTF-8 ).
Valeria Golino, anche produttrice, è la dolce e infelice professoressa di francese. Spiace dirlo, perché porta benissimo i suoi sessanta appena compiuti, ma è grande per la parte. Quando, per ricattare il suo giovane amante, gli dice “sonoincinta” fa ridere (mai come lui, che si spaventa). L’ottima Betti Pedrazzi ne è l’arcigna, indecifrabile genitrice. JasmineTrinca è la sciagurata madre del ragazzo assassino; cassiera di supermercato con fregole sociali, cammina in slip da strappona nella stanza del figlio, che la chiama “schiava” (“mia madre fa la schiava al supermercato”). Lasciata dal marito ha un compagno (Francesco Colella), complice e amante (sì, amante) del figlio. Saul Nanni è il biondomoro “angelo del male”, un Franti senza il patrocinio di Umberto Eco e con dieci anni di più; uno squallido bellimbusto senza cuore né ragioni (“La Gioia” è una storia di cuori, troppo neri o troppo bianchi). Un farabutto ossigenato sempre a cazzo dritto, pieno di donne più grandi, concupitissimo eppure prostituto, in versione checca, con parrucca e rossetto sempre in tasca, nei privé gay frequentati dal patrigno. Concupito anche lì, oltre che privatamente da lui. Entrambi da uova e da latte, come si dice. Così stavano le cose, bellezza? Fosse anche vero (pare che lo sia), basta replicarla così com’è, la famosa realtà, senza un’anima che non sia abietta o cretina, come la retorica degradata dell’amour fou? Cioè, “senzatutto quell’altro che dovrebbe dare al fatto valore e senso universalmente umano” (Pirandello, postilla a “Il Fu MattiaPascal”). Nuda e cruda (i formalismi non spostano le cose di un millimetro), stupida e volgare, privata di una vera sostanza drammatica, la tragedia della povera Gioia, della sua passione per la Juventus e dei suoi conigli (o porcellini d’India, o quel che sono), si riduce a storiaccia di famiglia e parodia di Madame Bovary. Mi viene in mente un caro zio avvocato, che ai tempi del Casanova di Fellini diceva “Se fossi l’avvocato del Settecento, gli farei una di quelle cause aFellini…”. Chissà che causa farebbe oggi a regista, sceneggiatori e produttori se fosse l’avvocato di Flaubert, tirato così indegnamente in ballo.

Valeria Golino e Betti Pedrazzi.
Noterella nostalgica, per concludere. Siamo ancora in fase di presentazione dei personaggi. Figlio e compagno della schiava sono a tavola con due signore eleganti, amiche del primo. Scena da “E io fra di voi”, di Aznavour. Le due donne guardano con intenzione il ragazzo. L’uomo è a disagio. Una delle due si alza e va in bagno. Qualche secondo e il ragazzo la segue. Concludono lì, sul lavandino.
(Io la ricordo così. 1974: “SugarlandExpress” di Spielberg. Lei è GoldieHawn, ventotto anni, bellissima, matta come un cavallo. Lui, William Atherton, marito remissivo, appena evaso dal carcere grazie a lei. Entrano in un cinema. Dopo un po’ lui si alza per andare in bagno. Qualche secondo e arriva lei. “Ma…è il bagno degli uomini”. “Dimostramelo”. Fuori, il film…cloppete, cloppete, cloppete…)
DUE.
Storia di Joker buoni. La foto qui accanto (John Blair, United PressInternational) non è una foto qualunque. Premiata con il Pulitzer nel 1977, ritrae Anthony Kiritsis (l’uomo con il fucile) e Richard Hall (quello sotto tiro), protagonisti di un episodio che per tre giorni tenne l’America incollata alle televisioni, allertata in tutti i suoi gangli informativi. Mattino, pomeriggio e sera di tre giorni da lupi, più che da cani, nel freddo di gennaio a Indianapolis, presto inghiottiti con infiniti altri nei gorghi dell’infosfera. Alcuni frammenti documentari di quei giorni accompagnano i titoli di coda di “Dead man’s wire” (“Il filo del ricatto”), il bellissimo film che Gus Van Sant ha dedicato a quei momenti, uscito ieri, 19 febbraio, in tutto il mondo, USA compresi. Altri sono i protagonisti, tutti ottimi, ma è probabile che a far parlare sarà soprattutto il cameo strepitoso dell’ottantacinquenne Al Pacino (foto di testa di questo articolo), a cinquant’anni da quel grande film di Sidney Lumet (“Dog’s day afternoon”, 1975) che tutti richiameranno fra i precedenti illustri di questo. Se mai gli Oscar 2027 volessero onorare sé stessi – lui non ne ha bisogno – questa piccola parte di tremendo padre del disgraziato sotto tiro sembra fatta apposta per sigillare una carriera leggendaria.
Quello di Gus Van Sant (Van Zandt, l’originario cognome olandese) è nome noto agli amici del bel cinema. Kentuckiano, è uno dei nomi di punta nella galassia del cinema “indie”, che sta per indipendente. Quello fatto con relativamente pochi soldi e tante idee. Come “Il filo del ricatto”: 14 nomi alla voce “prodotto da”; 63 a quella “produttori esecutivi”. Una folla. Per dare un’idea di cosa significhi, economicamente, “indie”. Autore di film molto famosi, come Will Hunting – Genio ribelle”, con MattDamon e Robin Williams, e “Scoprendo Forrester”, con Sean Connery scrittore famosi, il suo capolavoro è probabilmente “Elephant” (Palma d’oro” a Cannes), versione fictional di “Bowling aColumbine”, il documentario di Michael Moore sulla strage alla Columbine High School in Colorado, in cui due studenti che tutti conoscevano, armati di fucili a ripetizione e in tuta mimetica, uccisero 20 compagni e un insegnante.
“Elephant” (allusione al proverbiale elefante nella stanza) congiunge i due elefanti nella stanza su cui gira tutto il cinema di Van Sant: la violenza armata di massa in America e la disattenzione sociale per l’adolescenza e la giovane età in genere. Per i ragazzi, il loro disagio, i loro moti del cuore, la loro affollata solitudine. La loro – quando c’è – sordità affettiva. Sembrerà strano, ma “Elephant”, referto lucido, intellettualmente agghiacciante, è un film sentimentalmente caldo. Non orrifica, al di là di quanto non lo faccia l’argomento; non colpisce basso; abbassa la guardia ma non lo sguardo, davanti all’indicibile. Non si arrende alla volgarità della violenza e delle sue espressioni correnti. I colori pastello, i volti belli, educati, gentili, sono quelli della classe media americana, quella da 80/100.000 dollari l’anno, che paga un sacco di soldi per mandare i figli in queste high schools dove le ragazze dopo mangiato vanno in bagno a vomitare per rimanere magre; dove c’è quello che dorme come un cherubino ma vestito e con le scarpe, come dovesse saltar giù dal letto da un momento all’altro; c’è il biondino con una faccia da “Tiramolla” che guarda le parate naziste in filmati d’archivio alla tv, mentre il furgone tipo Amazon gli consegna i fucili scelti sul catalogo, che scarta e monta con l’amico, esercitandosi contro le cataste di legno nella stanza delle caldaie dell’enorme, bellissimo campus.
Con i suoi lunghi, eleganti piani sequenza, spesso seguendo discretamente uno o l’altro dei ragazzi, come qualcuno che ti guida lungo i corridoi, le aule, la mensa, i servizi, persino l’enorme frigo-macelleria tipo “Shining”, “Elephant” è l’opposto del corrente approccio del cinema alla violenza urbana e scolastica. E’ una parabola che può permettersi la rituale formula conclusiva, mai come in questo caso sarcastica, secondo cui tutto quanto abbiamo visto è frutto di fantasia (“e ogni eventuale…ecc.ecc.).
Il filo del ricatto.

Tony Kiritsis è uno dei tanti che a Indianapolis si arrangiano, fra lavori dipendenti e qualche commercio. Buon uomo, dal carattere strano, a volte irascibile. Morti i genitori, nessuna relazione affettiva, solo un fratello, a cui è legato. Qualcosa ha messo da parte, sogna l’affare della vita e accende un mutuo pericoloso per acquistare un terreno fabbricabile su cui far sorgere un grande centro commerciale. Bisogna trovare chi lo costruisca, ma i possibili interessati scelgono altri siti e lui non riesce a pagare il mutuo. E’ convinto che la sua finanziaria lo boicotti, deviando altrove gli interessati per rovinarlo, prendergli il terreno a poco e sfruttarlo lei. Ha concepito un piano da Will Coyote, un po’ più semplificato ed efficiente, e chiede udienza al grande capo-broker, che però ad accoglierlo manda il figlio Richard. Lui lo ammanetta, tenendolo sotto tiro, e intorno al collo gli mette un filo, collegato con il grilletto del fucile che ha in mano. Alla prima mossa di uno dei due, il misero è spacciato. Tony chiede le scuse pubbliche della società – del grande capo in persona – per averlo rovinato, l’immunità e 5 milioni di dollari. Non ha bisogno di chiedere l’attenzione dei media, perché arrivano da soli e inizia il grande caravanserraglio già visto, a partire da “L’asso nellamanica” di Billy Wilder, a “Quel pomeriggio di un giorno da cani”, a “Sugarland Express”, e compagni. C’è “la voce diIndianapolis”, DJ Fred Temple, l’unico di cui Tony si fida, senza conoscerlo, e che tiene i contatti; la giovane cronista che passa di lì per caso e con un amico cameraman vede la possibilità di sfuggire a quegli show di beneficenza “chenessuno guarda” e si impossessa della notizia e del prime–time; c’è l’amico poliziotto e quelli del bar e del drugstore, perché lo conoscono tutti, Tony, e quando esce in strada con il suo ostaggio diretto a casa sua, gli fanno corteo. Dice di averla minata e se provano ad attaccarlo, bum! Sarà vero? Comunque nessuno va a vedere il gioco. La polizia fa ala per non rischiare la vita dell’ostaggio. Partono le telefonate, soprattutto al padre dell’ostaggio, che non fa una piega. Preferisce “piangere un figlio morto”, se dovesse essere, che riconoscere un torto che non ritiene di avere, chiedendo scusa a quel coglione.
La storia ha uno sviluppo, ma non ha una vera fine. Quella del film la segue con scrupolo documentario e acume meta-giornalistico (giornalismo sul giornalismo). Niente di nuovo? Sì, ma è sempre nuovo ciò che viene raccontato bene. La parola chiave di questo grande film è “rispetto”. Rispetto, chiede Tony Kiritsis e rispetto offre Van Sant a tutti i protagonisti di questa storia. Compreso il “figlio del padrone” che ne porterà, da innocente, il carico alla lunga più grave: il tradimento del padre lo segnerà a vita. Io, fossi in voi, non andrei a leggere prima com’è finita, perché VanSant usa da maestro il potere perverso del cinema di farci presentire sempre il peggio. Cioè “Dead man’s wire” è anche critica del cinema, oltre che della società.
Questo è cinema, ragazzi, e con i fiocchi. Cinema del rispetto e dello sguardo, come quelli riservati al disagio giovanile e all’America violenta. In questo caso, uno sguardo su quello che potremmo definire il trumpismo “buono”, il populismo di un’America che ci è cara: quella che vediamo affezionarsi al nostro sfortunato aspirante al “sogno americano” (che è poi diventare un piccolo broker a propria volta), facendone un beniamino. Fino ad influenzare i giudici. Nessuno avrà dal processo quel che si attendeva. E dal film?
Dipende, perché questo maestro che non si impanca a tale e vuole bene a tutti, una piccola lectio magistralis ce la impartisce. Una bella messa in guardia: i Joker buoni sono un rischio. Fra questi e quelli cattivi, ma sul serio, c’è un filo sottile, collegato a un grilletto. Basta poco perché questo populismo sentimentale, irrazionale, empatico e generoso – anti-establishment, come no – lasci il posto a quello feroce, irrazionale, esclusivo ed egoista che cerca solo un ciuffo biondo, il matto dell’establishment, per mostrare il suo volto vendicativo e rivendicativo. In una parola, fascista. Impariamo a farne a meno, dei Joker “buoni”. L’uomo è di più.
