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    Home»Diritti»Il fallimento della giustizia minorile: “carne macinata”
    Diritti

    Il fallimento della giustizia minorile: “carne macinata”

    Marco Costantini Sbarre di ZuccheroDi Marco Costantini Sbarre di ZuccheroMarzo 19, 20261 VisualizzazioniTempo lettura 4 min.
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    carcere minorile di Casal del Marmo
    Carcere minorile di Casal del Marmo

    Che a Casal di Marmo la situazione fosse esplosiva lo sapevano in tanti. Il cappellano in più di un’occasione aveva detto alla dirigenza «qui o si interviene o scappa il morto», una suora aveva affrontato a viso aperto un agente violento, un’educatrice era stata aggredita verbalmente da un altro poliziotto, una collega aveva scritto lettere alla direzione. I racconti di diverse persone che lavorano nella struttura – raccolti dal Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria – sembrano la trama di un film, in cui i giovanissimi detenuti fumano hashish in cella dopo averlo comprato dai poliziotti, che a volte si presentano in servizio «puzzando di alcol», che picchiano, insultano, lasciano ai reclusi la possibilità di fare spedizioni punitive.

    L’inchiesta della procura di Roma su pestaggi e aggressioni che sarebbero avvenuti a Casal del Marmo: sono dieci gli indagati. I fatti risalgono tra febbraio e novembre 2025

    «Vi porto sopra e vi faccio come carne macinata». Non era una frase buttata lì ma una promessa. La stessa che torna nelle carte dell’inchiesta della Procura di Roma su ciò che sarebbe accaduto tra febbraio e novembre del 2025 dentro l’istituto penale minorile di Casal del Marmo.

    In breve: torture, lesioni, falsi. Reati commessi a vario titolo da 10 agenti, due dei quali sono indagati per tortura, cinque per lesioni e tre per falso ideologico in atto pubblico. Per cinque di loro i PM hanno chiesto la sospensione dal servizio.

    Nelle zone dell’istituto non coperte dalle telecamere avrebbero commesso una serie di violenze: pestaggi, schiaffi, pugni, aggressioni con sedie, bastoni, perfino estintori. Vittime almeno tredici detenuti stranieri, tra i 15 e i 19 anni.

    Le accuse si fondano sui loro racconti e su quelli di operatori del penitenziario: cappellani, suore, educatori. Narrazioni che restituiscono agli investigatori un lessico fatto di soprannomi. Gli agenti diventano “Pugile”, “Animale”, “lo sceriffo”, “Shrek”. Le cui azioni vengono descritte come brutali.

    «Animale mi ha lanciato addosso dei libri e mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi mi ha minacciato di tagliarmi le palle, ha preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue. Io piangevo, pregavo di smettere. E poi mi hanno riportato in cella e hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni», è una delle testimonianze. A lungo taciute per timore di ritorsioni.

    A rompere il silenzio sono stati educatori, operatori e guide spirituali. Il cappellano arriva a dire: «Qui o si interviene o scappa il morto». «Tutto questo va fermato prima che accada qualcosa di peggiore», dice invece una suora, raccontando di aggressioni sventate anche contro il prelato.

    E poi ci sono gli educatori, cacciati via, con violenze verbali e spintoni, nei momenti di maggiore tensione. Che a Casal del Marmo sono frequenti, come racconta la cronaca.

    È un carcere difficile: 214 sanzioni disciplinari nel 2024, 16 detenuti trasferiti nel circuito per adulti per ragioni di sicurezza, 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi. Ma anche 4 evasioni.

    A breve le parole dei ragazzi saranno ascoltate direttamente da un giudice. Si tratta di parole pesanti. Racconti di agenti ubriachi, con la coca, il crack: anche se questo aspetto è oggetto di un’altra inchiesta che vuole fare luce sulla presunta vendita di stupefacenti ai detenuti da parte dei poliziotti e sulla diffusione di cellulari.

    Al momento le accuse più dettagliate riguardano le violenze. Una vittima dice: «Entravano in cella e mi prendevano a schiaffi senza nessun motivo». Un altro parla di aggressioni con «qualsiasi cosa, bastone, sedia».

    Il racconto più duro è quello di un quindicenne. Dice che dopo una lite con il compagno di cella sarebbe intervenuto un agente. il “Pugile”. Un pugno in pieno volto. «Poi mi hanno portato in infermeria perché avevo l’occhio nero». E lì «mi hanno minacciato di tagliarmi i testicoli», dice. «Diceva al collega: passami il bisturi, quale tagliamo, il sinistro o il destro?», conferma un altro ragazzo.

    I referti medici parlano di «ecchimosi con escoriazioni sul costato», «lividi sul petto», «ferita all’occhio», «escoriazioni alla spalla». Segni compatibili con le testimonianze. Narrano anche di una sorta di equilibrio interno in cui gli agenti facilitavano spedizioni punitive tra detenuti.

    Chiaramente ora si aspetterà che la Giustizia faccia il suo corso, e fino alla condanna sono tuti innocenti, ma se questo è il livello della Giustizia minorile immaginiamo nelle Carceri per adulti.

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