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    Home»Mondo»Iran: guerra, Trump al bivio tra intesa senza vittoria e escalation; gli europei lo lasciano solo
    Mondo

    Iran: guerra, Trump al bivio tra intesa senza vittoria e escalation; gli europei lo lasciano solo

    Giampiero GramagliaDi Giampiero GramagliaAprile 2, 20260 VisualizzazioniTempo lettura 8 min.
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    Donald Trump

    La nuova guerra sarebbe durata “quattro o cinque settimane”, aveva previsto il presidente Usa Donald Trump, subito dopo l’aggressione congiunta israelo-americana all’Iran il 28 febbraio. Ebbene, ci siamo: siamo nel pieno della quinta settimana. Ma la fine del conflitto ancora non s’intravvede. Anzi, il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha detto ai suoi colleghi dei Sette Grandi che potrebbe andare avanti “ancora qualche settimana”. E il presidente ricorda sul suo social Truth che, se un accordo non si materializza in fretta, entro Pasqua, bombarderà le installazioni energetiche iraniane e altre infrastrutture vitali.

    Che cosa non ha funzionato

    Ora, noi sappiamo che Trump e il suo staff usano le unità di misura temporali con disinvoltura. Ma è chiaro che molte cose non sono andate per il verso giusto in questa guerra. Tentiamone un elenco sia pure sommario: l’Iran sta opponendo una resistenza inaspettata; il regime, che doveva essere rovesciato, è stato decapitato, ma è ancora solido; gli impianti nucleari sono stati danneggiati, ma non distrutti, e l’uranio arricchito è ancora là dove stava; le installazioni e i depositi di missili sono state colpiti, ma non annientati; e Teheran continua a riuscire a colpire, Israele e altri obiettivi, magari centellinando gli attacchi; il conflitto s’è allargato ai Paesi del Golfo; l’impatto economico della chiusura di fatto dello stretto di Hormuz da dove transita un quinto degli approvvigionamenti energetici mondiali sta creando problemi alle economie di mezzo mondo; per cercare di calmierare gli aumenti dei prezzi, gli Stati Uniti hanno sospeso o alleggerito sanzioni alla Russia, al Venezuela, allo stesso Iran; il traffico aereo è perturbato, il turismo globale frenato.

    Il Mar Rosso e il ruolo degli Huthi

    E l’ingresso in guerra degli Huthi dello Yemen, l’ultima delle milizie sciite pro-iraniane a scendere in campo, desta ora interrogativi sul futuro della navigazione nel Mar Rosso, altra via cruciale, insieme al Golfo persico, per gli approvvigionamenti energetici internazionali.

    L’Europa si mette di traverso

    Persino gli europei, dopo averne trangugiate tante, stavolta si sono messi di traverso con Trump, che avrebbe preteso la Nato docile al suo fianco, dopo non averla né consultata né informata sull’avvio della guerra, ignorando che l’Alleanza è per natura difensiva e non ha ruolo in un’aggressione e che il Medio Oriente è fuori dalla sua area di pertinenza. “Non è la nostra guerra, è la tua guerra”, gli hanno risposto con toni diversi i leader europei, disposti a garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, ma solo dopo la cessazione delle ostilità. La Spagna, la più fiera e ferma fra i 27, ha anche chiuso lo spazio aereo a tutti i velivoli Usa coinvolti nel conflitto, ponendo restrizioni all’uso delle basi di Rota e Moròn in Andalusia.

    Cina, Russia e nuovi equilibri

    La Cina, come al solito, sta alla finestra, tanto il petrolio le arriva lo stesso: l’Iran non le fa torti; ma le navi degli altri che si provino a fare lo slalom fra le mine, sfidando i droni iraniani e la flotta Usa. La Russia gongola: Washington non potrà più contestarle l’invasione dell’Ucraina avendo aggredito con falsi pretesti di una minaccia imminente l’Iran, lontano le mille miglia dai suoi confini; e lei, con il beneplacito statunitense, può vendere più petrolio a prezzi maggiori mentre il Pentagono dirotta in Medio Oriente sistemi d’arma promessi a Kiev.

    Israele non sorprende

    Chi non sorprende è Israele. La determinazione del premier Benjamin Netanyahu e del suo governo nel fare la guerra è adamantina: bombardano quotidianamente l’Iran con raid e missili; ne uccidono in modo quasi sistematico i leader, utilizzando l’Intelligenza artificialo; bombardano Beirut e invadono il sud del Libano, per mettersi al riparo dai razzi di Hezbollah: tengono alta la tensione nella Striscia di Gaza e in CisGiordania dove missili iraniani portano, per errore, morte e distruzione anche fra i palestinesi.

    Negoziati veri o presunti

    Ci sono negoziati in corso: Trump dice che stanno andando molto bene; Teheran addirittura li nega. Mentono entrambi: Nel fine settimana, diplomatici dei Paesi mediatori, Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia saudita, si sono riuniti a Islamabad, ma non c’erano plenipotenziari né americani né iraniani. Trattative indirette, o magari dirette, sono attese in questi giorni: Usa e Iran hanno elaborato e sbandierato piani di pace, il primo in 15 punti, il secondo in cinque punti, e li hanno respinti reciprocamente e fragorosamente.

    Gli Stati Uniti preparano operazioni di terra

    Mentre conducono, o fingono di condurre, negoziati per concludere la guerra, gli Stati Uniti preparano operazioni di terra contro l’Iran destinate a durare settimane: “Le trattative – denuncia Teheran – sono un paravento dietro cui nascondere i preliminari dell’invasione”. Il Pentagono ammette di spostare nell’area del conflitto migliaia di uomini – in tutto, si calcola siano 17 mila – destinati a operazioni di sbarco e di combattimento al suolo: sono unità anfibie, marines, paracadutisti e forze speciali. Se il ‘comandante in capo’ Trump darà loro l’ordine di passare all’azione, l’aggressione all’Iran – osserva Euronews – diventerà molto più costosa per l’America, in termini di perdite, di quanto non sia stata finora.

    Le minacce di Teheran

    Teheran mette in guardia Washington da un’invasione: le truppe americane andrebbero incontro – dice – all’inferno”. Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf, indicato da Trump come possibile interlocutore degli Stati Uniti, e da quel momento mostratosi più radicale che mai, bolla i colloqui in corso di Islamabad come una copertura delle reali intenzioni degli Stati Uniti.

    Chi comanda davvero

    Giorno per giorno, gli sviluppi sono densi di incognite. A Washington, si sa chi comanda, Trump, ma non si capisce che cosa voglia. A Teheran, non si capisce proprio chi comanda: fatti fuori sotto le bombe israeliane la Guida Suprema Ali Khameney e l’uomo forte Ali Larijani, decapitati ministeri, forze armate e di sicurezza, intelligence, la nuova Guida Suprema Mojtaba Khameney non si mostra e non fa neppure sentire la sua voce, alimentando ogni dubbio sulle sue condizioni.

    Sotto di lui, il presidente Masoud Peseshkian è sparito; il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è una voce dialogante, ma anche minacciante; Mohammad Bagher Zolghadr, già comandante delle Guardie della Rivoluzione, è il nuovo segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza nazionale, il posto che aveva Larijani. Del presidente del Parlamento Ghalibaf abbiamo già detto.

    Le ipotesi del Washington Post

    Il Washington Post scrive che le operazioni di terra non sarebbero una vera e propria invasione, ma piuttosto un insieme di missioni di forze speciali e forze convenzionali mirate sull’isola di Kharg, l’hub energetico iraniano, e sulle isole dello Stretto di Hormuz. Nessuna decisione è stata ancora presa, anche per la significativa opposizione dell’opinione pubblica ad azioni del genere.

    Le proteste contro la guerra

    Nel fine settimana, si calcola che otto milioni di cittadini statunitensi siano scesi in piazza nei cortei ‘No Kings’, senza contare le analoghe manifestazioni in Europa – anche in Italia – e nel Mondo: contestavano la guerra e anche le aggressive politiche anti-migranti dell’Amministrazione Trump 2.

    Il bilancio delle vittime

    A oggi, gli Stati Uniti contano 13 caduti e decine di feriti fra i loro militari, a fronte di oltre duemila vittime civili iraniane, fra cui 200 bambini (dati di Teheran, che non quantifica le perdite militari), e di oltre mille vittime in Libano per le operazioni israeliane – oltre un milione i rifugiati -. La guerra ha fatto morti anche in Israele, oltre una decina, e più occasionalmente in CisGiordania e nei Paesi del Golfo colpiti dalla reazione iraniana.

    Il caso Pizzaballa e la Settimana Santa

    Ma più che i bilanci delle vittime e gli atti di guerra al di fuori di ogni diritto internazionale, in Italia e nel Mondo cattolico ha emozionato il fatto che Israele ha impedito, per “motivi di sicurezza”, al cardinale PierBattista Pizzaballa, patriarca cattolico della Terra Santa, d’andare al Santo Sepolcro nella Domenica delle Palme. Netanyahu, di fronte alla levata di scudi suscitata dal divieto, se n’è poi scusato, assicurando che i riti cattolici della Settimana Santa potranno regolarmente svolgersi.

    La pena di morte e l’ipocrisia europea

    Con qualche ipocrisia, i Paesi europei hanno poi alzato la loro voce contro la legge che reintroduce in Israele la pena di morte, ma solo nei confronti dei palestinesi che uccidono un ebreo – invece, se un colono uccide un palestinese, niente pena di morte e molto spesso niente pena e basta -. La tesi, corretta, è che la pena di morte viola i valori cui l’Europa si ispira ed è pure discriminatoria. Ma, di fronte ai crimini di guerra compiuti da Israele negli ultimi 30 mesi, nella Striscia di Gaza, in Libano, in Iran, questa sembra quasi una questione di dettagl

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    Giampiero Gramaglia

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