Perché i leader delle cosiddette potenze occidentali sono da tempo in crisi e in via di sostituzione? La scorciatoia più semplice per trovare una spiegazione allude alla difficoltà di governare e ai vantaggi tattici dell’opposizione. In altre parole, il logorio della complicata gestione di Stati e per dirla con il titolo di un film e di un modo di dire invalso in area anglosassone, la loro resistenza che si fa potere nazionale, condensata in un modo di dire: too big for fail, troppo grandi per fallire. Ma la macroscopica principale ragione del loro declino è nei fatti, nell’aver perseguito la folla politica del riarmo, nell’aver patentato il pericolo della Russia come invasore incombente.
Questa politica ha vieppiù allontanato i leader dalle proprie basi elettorali. E i sondaggi confermano questa testi: i popoli di Italia, Germania, Francia e Inghilterra sono contrari alla guerra e non vedono la Russia come una minaccia esistenziale quando la nazione di Putin da quattro è impantanata in una guerra che non riesce a vincere contro l’Ucraina. Come pensare- come scriveva Severgnini con folle impudenza- che la Russia possa minacciare il Portogallo? Ma vediamo caso per caso questi inevitabili declini. In Germania Merz ha puntato sulla “bellicizzazione” del Paese e su un riarmo che non ha precedenti dal giorno della decretata sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Se non per un diktat che vieta il nucleare dal 1945 in avanti, per le conseguenze della resa, oggi la Germania è lo Stato più armato d’Europa.
Per chi e contro chi verrebbe voglia di dire? Sforato il debito, parata l’accusa degli aiuti di Stato, Merz fa decisamente rimpiangere la Merkel (di cui era avversario, regolarmente battuto, prima del ritiro di quella che si può definite una delle poche statiste del secolo). Dunque non è un caso se il minaccioso gruppo di destra Afd rischia di prendere il sopravvento e di far tornare il Paese in un preoccupante clima di intolleranza. Il minacciato licenziamento di 100.00 operai della Volkswagen è un segnale di resa quasi incondizionata nel segno negativo di una difficile riconversione industriale. In Inghilterra la situazione è già precipitata. Lo scarso carisma di Starmer lo ha indotto alle dimissioni e certo il partito laburista (già con Blair) ha preso la deriva che è ora del Pd in Italia. Un partito di centro, più che riformista, che ora rischia di pagare ulteriori conseguenze della decennale brexit. Né meglio messo è il prestigio di Macron che solo tre anni fa pontificava sulle ragioni dell’inutilità della Nato e ora si ritrova tra gli altri come cavalier servente di Trump nelle sue folli e ondivaghe prese di posizione belliche. Le carenze di Macron anche qui hanno spalancato un ampio favore per le destre. Problemi giudiziari a parte oggi la Le Pen sarebbe la più votata ei francesi in nome della sicurezza. Quanto alla Meloni oggi è evidente quanto paghi in termini di prestigio con la sudditanza (poi, solo apparentemente negata), a Trump.
L’Italia è in bilico sulla guerra con l’Iran con un potenziale vulnus della Costituzione. Se la Meloni è entrata nella lista nera dello stato asiatico un motivo evidentemente c’è. Ed è puerile discutere su logistica e cinetica aeroportuale delle nostre basi Nato a disposizione degli Usa. Il sottile distinguo evapora quando si parla di alleanze e di conflitti. In definitiva se c’è una ragione che accomuna queste quattro crisi è la cieca incondizionata fiducia nell’atlantismo. E ora che il re è nudo con Trump che spiattella spudorate verità i leader europei sono metaforicamente in mutande senza aver sviluppato un esercito europeo e patti che vadano a fortificare e a rendere meno vago il concetto d’Europa. Con il rischio di commettere un ulteriore grave errore annettendo l’Ucraina all’Unione Europea.


