In tutti gli Stati Uniti, c’è una sola persona che oggi vi direbbe di sapere con sicurezza chi sarà eletto presidente il 7 novembre 2028: Donald Trump punta su sé stesso come proprio successore, anche se la Costituzione gli vieta di ripresentarsi e, forse, anche lui comincia a rendersene conto. Ma insistere sulla sua ricandidatura è anche un modo per tenersi fuori dalla bagarre fra repubblicani per la scelta del candidato alla sua successione – per ora, i nomi forti sono essenzialmente due, il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio -.
Fra i democratici, invece, la partita appare molto più aperta. Perché le ambizioni prendano corpo, bisognerà però attendere le elezioni di midterm del 3 novembre: alcuni dei governatori, senatori e deputati che vengono ora citati fra gli aspiranti alla nomination devono vincere le loro competizioni. Se perdono al midterm, sono fuori prima che la partita cominci.
Nella pletora di nomi di democratici, uno emerge, anche perché non fa mistero delle sue ambizioni: il governatore, presto ex, della California Gavin Newsom, che ha esaurito i mandati statali e che punta alla nomination. Sempre fra i governatori altri candidati più o meno forti sono Josh Shapiro della Pennsylvania, ebreo; Gretchen Whitmer (Michigan); Andy Beshear (Kentucky); Josh Stein (North Carolina), anch’egli ebreo; e Tim Walz del Minnesota.
Sinceramente, io non scommetterei un penny su Walz, moscio candidato vicepresidente nel 2024 con Kamala Harris; e – con rammarico – neppure su Whitmer, dopo che Trump ha vinto il suo Stato nel ’24 – del resto, lei si chiama fuori –. Poi ci sono i sempre verdi, gli eterni candidati mai vincitori, come Harris o Pete Buttigieg, un ‘cocco’ dei media’; e ancora deputati e senatori – molto in evidenza in queste settimane Ion Ossoff, senatore della Georgia -: riparliamone dopo che avranno vinto, o rivinto, nei loro collegi.
Fra i repubblicani, non mancano certamente quelli che aspettano che Trump, modello Crono, divori i suoi figli, cioè Vance, contro cui è già in atto una campagna di delegittimazione, e Rubio. Così sono in agguato i governatori della Georgia Brian Kemp e della Florida Ron DeSantis, il magnate Vivek Ramaswamy, gli outsiders come il giornalista Tucker Carlson. Lato donne, vengono citate Nikky Haley, rivale di Trump nel 2024, a mio avviso la più presentabile insieme a Kemp, e l’improbabilissima Kristi L. Noem, fresca di bocciatura trumpiana come responsabile anti-migranti (troppo violenta anche per il suo boss).
Tutti nomi, per ora. Le candidature alla nomination fioriranno a partire dalla primavera 2027, fino all’autunno. Da gennaio 2028, le primarie provvederanno poi a sfoltirle: i repubblicani cominceranno, com’è tradizione, dallo Iowa; i democratici, innovando, dalla North Carolina.
USA 2028: si passa per il midterm
L’attenzione mediatica e dell’Amministrazione Trump resta concentrata sul voto di midterm: Stato dopo Stato, si susseguono le primarie – martedì 18 ce ne sono state in Florida, California, Wyoming e Alaska -, che danno risultati spesso contraddittori all’interno dei due campi. Fra i repubblicani, tendono a prevalere i candidati ‘trumpiani’, spesso utilizzati per ‘fare fuori’ senatori o deputati renitenti ai desiderata del presidente – ma il magnate ha anche subito qualche smacco -.
Complessivamente, le primarie repubblicane dicono che Trump ha ancora il potere di condizionare la scelta di un candidato. Non è però detto che dopo il midterm ne conservi abbastanza per orientare la nomination del suo aspirante successore.
Fra i democratici, la lettura dell’esito delle primarie è più complessa. C’è un’avanzata di candidati progressisti, alcuni dei quali si dichiarano ‘socialisti’, che hanno, a livello nazionale, referenti forti nel senatore del Vermont Bernie Sanders, ormai troppo vecchio per avere prospettive presidenziali, e nella deputata dello Stato di New York Alexandria Ocasio-Cortez, forse troppo giovane e forse troppo estremista per avere chances presidenziali (ma lei non esclude di candidarsi alla nomination), oltre al sindaco di New York Zhoran Mamdani. Ma i moderati hanno pure segnato qualche punto, ad esempio nel Michigan e, proprio martedì 18, in California dove una candidata deputata sostenuta dalla lobby ‘pro – Israele’ ha battuto una candidata ‘free Palestine’.
Se fra i repubblicani lo spartiacque interno è facile da individuale – i ‘trumpiani’ e i critici di Trump -, fra i democratici, uniti contro il magnate presidente, emerge una linea di tendenza progressista, che, in prospettiva presidenziale, può però rivelarsi un boomerang, perché può alienare i moderati e gli indipendenti.
Trump sta provando a limitare i danni al midterm, cui si presenta con un tasso di popolarità basso, senza le paci promesse in Medio Oriente e Ucraina e con una guerra da lui aperta e rimasta incompiuta. Se i democratici conquisteranno la maggioranza in uno dei rami del Congresso (più facile la Camera che il Senato), la seconda metà del secondo mandato del magnate presidente sarà molto meno agevole della prima perché l’opposizione potrà farsi valere.
Per questo, Trump insiste perché il Congresso vari il Save American Act, una legge che dovrebbe impedire o comunque limitare le frodi e, soprattutto, l’accesso alle urne da parte di non cittadini; e ha firmato un ordine esecutivo per creare una lista nazionale di elettori certificati. Al Pentagono, viene inoltre attribuito il progetto di schierare ai seggi i militari – una presenza per noi consueta, ma che sarebbe inedita negli Usa -. Il Dipartimento della Giustizia manderà un migliaio di osservatori.
Tutte iniziative la cui legittimità è discussa, perché l’organizzazione del voto è costituzionalmente competenza dei singoli Stati. Grazie pure al supporto della Corte Suprema, dove sei giudici su nove sono conservatori, gli Stati repubblicani hanno però vinto la battaglia della ridefinizione dei collegi, ritagliati in modo da ridurre l’impatto delle minoranze: l’operazione potrebbe portare ai repubblicani decine di seggi in più, nella Cintura della Bibbia, dal Sud al Texas, e in Florida. Ai democratici, l’operazione è riuscita in California, ma altrove – ad esempio in Virginia – è stata bloccata proprio dai giudici supremi.
Nei suoi comizi, Trump continua a sostenere di avere vinto le elezioni del 2020, perse con oltre sette milioni di voti in meno del suo rivale Joe Biden, e cita numeri di ‘votanti illegali’ che oscillano da 24 a meno di 300 mila, cioè tra lo 0,01 e lo 0,1 dei potenziali elettori – il rigore nei numeri non è mai stato un pezzo forte del repertorio trumpiano -. Il ritornello ha stancato anche i suoi fans, che si aspettano piuttosto che il presidente riduca l’inflazione e faccia scendere il prezzo della benzina alla pompa.


