In questi anni, TUTTI Europa Ventitrenta ha già pubblicato numerose testimonianze di persone provenienti da diverse regioni dell’Ucraina: giuristi, medici, psicologi e rappresentanti di molte altre professioni. Questa volta proponiamo ai lettori uno sguardo attraverso l’obiettivo.
Abbiamo parlato con Borys Bukhman, noto fotografo d’arte, fotogiornalista e insegnante di fotografia di Odesa, membro dell’Unione nazionale dei fotografi d’arte dell’Ucraina. Si dedica professionalmente alla fotografia da oltre 45 anni e, dall’inizio dell’invasione su vasta scala, documenta attivamente la tragedia che sta vivendo il Paese. Gli abbiamo chiesto di raccontarci le sue sensazioni, le sue emozioni e il suo punto di vista sulla situazione.
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— Ci racconti qualcosa di sé. Come è diventato fotoreporter? Non è la sua professione principale, vero?
Sono appassionato di fotografia da quando avevo otto anni. Prima dell’inizio della guerra mi consideravo soprattutto un fotografo d’arte. Dal 2014 fotografavo i nostri militari e partecipavo a progetti umanitari, ma sempre come fotografo d’arte. Poi ho capito che non avevo il diritto di rimanere semplicemente un «maestro della fotografia»: il mio lavoro doveva diventare parte del fronte dell’informazione.
Nel maggio 2022 ho ottenuto l’accredito giornalistico presso le Forze armate ucraine. Formalmente sono diventato fotoreporter un anno fa, nell’estate del 2025, quando sono stato invitato a lavorare per «Suspilne Odesa»[1]. Tuttavia, ancora oggi non posso dire di aver completato il passaggio al giornalismo e di realizzare fotografie di puro reportage. Il mio lavoro resta sempre una combinazione tra quello del reporter e lo sguardo dell’artista: inevitabilmente, in ogni fotografia metto qualcosa delle mie emozioni.

— Da quanto ho capito, lei si reca spesso sul luogo di un attacco subito dopo l’impatto. Come riesce a reggere emotivamente i primi scatti? E come affronta, in seguito, ciò che ha visto?
Nel 2011, come fotografo d’arte, ho realizzato un progetto di beneficenza dedicato ai bambini malati di cancro. È lì che ho imparato a nascondere le mie emozioni dietro la macchina fotografica. E lo stesso accade oggi. Durante gli scatti non posso permettermi di lasciar trasparire le mie emozioni. Naturalmente, è molto difficile fotografare quelle terribili distruzioni, trovarsi di fronte alla morte o a persone rimaste senza un tetto. Ma in qualche modo riesci a farti forza. Poi, quando torni a casa, è ancora più difficile, perché le emozioni e lo stress restano con te. Allento la tensione mentre lavoro alle fotografie, quando comincio a percepire tutto attraverso la lente dell’arte: un’arte che ha il compito di raccontare agli altri la tragedia e di trasmettere il dolore delle persone coinvolte in ciascuna storia. Ed è questo che mi cura: la sensazione di fare qualcosa di necessario, di importante.


— Ci racconti un paio di episodi che le sono rimasti particolarmente impressi, che magari l’hanno sconvolta o hanno lasciato un segno profondo.
Il primo shock del genere l’ho vissuto quando sono andato a fotografare il primo attacco contro un palazzo residenziale a Odessa. Era il complesso Tiras. I missili avevano colpito direttamente un appartamento. Lì morirono una madre con la sua bambina di pochi mesi e la nonna. Il padre era uscito a comprare il pane e per questo si salvò.
Arrivammo subito. All’inizio ci fecero restare a una certa distanza, poi mi chiesero di fotografare gli ambienti ormai vuoti.
Ricordo che mi avvicinai a una porta socchiusa, bussai e chiesi il permesso di entrare. Nessuno rispose. Aprii la porta e, al posto degli appartamenti, vidi un «campo» vuoto: non c’erano più pareti divisorie, non c’era più nulla… E lì in mezzo, dentro un secchio di plastica per la vernice, c’era un giocattolo. Più in là, del bagno senza più pareti era rimasto soltanto un water, solitario. Nient’altro…
Dove prima c’erano gli appartamenti, ormai si sarebbe potuto giocare a calcio. Il missile era entrato e aveva attraversato l’edificio da parte a parte.

Un’altra cosa che lascia un segno profondo è quando ieri hai fotografato una persona e oggi quella persona non c’è più. È molto doloroso vedere le proprie fotografie al cimitero. È successo con persone che avevamo intervistato durante i nostri viaggi nelle varie regioni insieme ai militari.
È successo anche con un mio allievo, un pilota militare che coltivava la passione per la fotografia come hobby. Amava tre cose: il cielo, la fotografia e la buona cucina. È morto e gli è stato conferito postumo il titolo di Eroe dell’Ucraina. Lo avevo fotografato nel 2022, dopo una difficile missione a Mariupol. Poi sono andato al cimitero e lì c’erano le mie fotografie.
Di recente abbiamo realizzato un progetto fotografico con le madri e le mogli dei soldati caduti. Venivano nel mio studio e io le fotografavo. Tiravano fuori i ritratti dei loro figli e mariti, e alcune mostravano fotografie che avevo scattato io a quei soldati… È stato molto difficile.
— Sì, è terribile. Ma se proviamo ad analizzare gli attacchi missilistici russi, si può dire che cerchino davvero di colpire obiettivi militari o infrastrutture e che gli edifici residenziali vengano colpiti per errore?

Le rispondo così. Se nel 2022 si poteva ancora parlare dell’utilizzo di vecchie mappe — per esempio, dove oggi sorge il complesso residenziale Tiras, di cui le ho raccontato, un tempo c’era un’unità militare, segnata sulle vecchie carte — oggi è puro e semplice terrore. Non solo: riempiono deliberatamente le testate dei missili e dei droni di shrapnel[1] per provocare il maggior numero possibile di vittime.
Lo vedo continuamente. E colpiscono le zone residenziali. Ecco un esempio concreto: di recente hanno attaccato il quartiere residenziale Tairova[2], colpendo un edificio. Dopo l’esplosione, le automobili e i vetri in tutta la zona circostante erano danneggiati dagli elementi metallici proiettati dalla testata.


Ho anche una fotografia che ho scattato a un uomo rimasto ucciso. Era un docente di una delle nostre università. Stava semplicemente andando al lavoro ed è stato ucciso mentre saliva una scalinata che dalla zona del porto conduce alla parte alta della città. A ucciderlo non è stato un pezzo di missile o di Shahed cadutogli addosso, ma le innumerevoli piccole sfere che si sono disperse dopo l’impatto: quelle con cui i russi riempiono deliberatamente le testate delle loro armi.

Sono convinto che l’obiettivo sia provocare il maggior numero possibile di danni e vittime. Contano sul fatto che la popolazione locale si «ribelli» contro le autorità e costringa i vertici del Paese ad arrendersi.
— È stato testimone dell’impiego, da parte dei russi, della tattica del «doppio attacco»? Qui a Kyiv accade spesso. Mi riferisco ai casi in cui colpiscono una seconda volta lo stesso luogo, a brevissima distanza di tempo.
Sì, e non si tratta di casi isolati. Personalmente, mi è capitato più volte di arrivare sul luogo di un attacco e di sentire scattare di nuovo l’allarme aereo, costringendo tutti i servizi di soccorso — vigili del fuoco, personale del Servizio statale per le emergenze e ambulanze — a interrompere il lavoro. Molti soccorritori perdono la vita proprio per questo.
Ricordo un secondo attacco contro un’ex colonia estiva per bambini qui a Odesa, in un’area oggi destinata ad attività ricreative. Ho visto il mezzo dei nostri soccorritori distrutto e in quell’occasione morirono anche operatori del Servizio statale per le emergenze. Il riferimento è all’attacco contro Odessa del 15 marzo 2024, nel quale morirono 21 persone, tra cui soccorritori e operatori sanitari. Deve capire che lavorano sempre con il giubbotto antiproiettile: anche quando, per esempio, spengono un incendio.

— A Odessa, se ricordo bene, in passato moltissime persone parlavano russo. E oggi? Secondo lei, è cambiato l’atteggiamento degli abitanti di Odessa nei confronti dei russi?
Qui a Odessa c’è sempre stata una sola nazionalità: essere di Odessa. C’era chi aveva origini ebraiche, chi rom, chi moldave e così via, ma nessuno ci badava. Sì, dopo il crollo dell’Unione Sovietica c’erano persone che non accettavano l’indipendenza dell’Ucraina e non avevano né il desiderio né l’intenzione di passare all’ucraino. Nessuno le costringeva allora e nessuno le costringe oggi.
Io, per esempio, continuo a parlare russo nella vita quotidiana. Quando lavoro come corrispondente, naturalmente uso la lingua ufficiale dello Stato. Lo stesso vale per mia moglie, che è professoressa universitaria e ovviamente insegna in ucraino. Ma nella vita privata nessuno ci impedisce di parlare russo. A Odessa ci sono ancora molte persone che usano il russo, ma l’atteggiamento nei confronti dei russi, intesi proprio come cittadini della Federazione Russa, oggi è radicalmente cambiato. Ormai sono in pochi ad accettare l’espressione «siamo fratelli».
Come sa, il paradosso è che proprio le regioni russofone dell’Ucraina, quelle che gli occupanti sono venuti a «liberare» o che considerano «storicamente loro», sono quelle che hanno sofferto di più per mano di questi «salvatori» russi.

— E qual è, in generale, lo stato d’animo della popolazione? Con l’intensificarsi degli attacchi contro Odessa nell’ultimo periodo, si è diffuso il pessimismo? Le persone lasciano la città? Nei notiziari vedo che le spiagge di Odessa sono molto affollate.
Le dico questo: di notte ci sono i bombardamenti, qualcuno perde la vita, qualcuno perde la casa. Una tragedia terribile, un immenso dolore. Poi arriva il mattino, sorge il sole e la gente ha voglia di mare. Nonostante il pericolo, le spiagge di Odessa sono affollatissime. Gli abitanti del posto, appena possono, e chi viene da fuori: tutti vanno in spiaggia.
Le persone vogliono sdraiarsi sulla sabbia e immergersi nell’acqua calda del mare. E questo non possono portarcelo via!
Non c’è pessimismo: sorge il sole e le persone ritrovano l’energia e la voglia di vivere.
Dopo il buio arriva sempre la luce.
Borys Bukhman
Fotografo d’arte, fotogiornalista e insegnante di fotografia ucraino. Membro dell’Unione nazionale dei fotografi d’arte dell’Ucraina.
Si dedica professionalmente alla fotografia da oltre 45 anni e ha realizzato più di 20 mostre personali. Partecipa attivamente a progetti sociali e di beneficenza.
Dal maggio 2022 è accreditato come giornalista presso le Forze armate ucraine. Dal luglio 2025 lavora come fotoreporter per l’emittente televisiva «Suspilne Odesa».
Dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina documenta attivamente gli eventi nel sud del Paese, in particolare nelle regioni di Mykolaiv e Kherson. Partecipa inoltre a missioni di volontariato, fornendo aiuti umanitari e sostegno a militari e civili.
È sposato, ha due figli e quattro nipoti. Nonostante la vasta esperienza professionale, continua a imparare dalle nuove generazioni.
[1] Con «shrapnel» si intendono qui piccoli elementi metallici preformati inseriti nella testata esplosiva che, al momento della detonazione, si disperdono tutt’intorno, aumentando gli effetti distruttivi della munizione
[2] Il secondo quartiere di Odessa per estensione e popolazione, situato nella parte sud-occidentale della città, nel distretto di Kyivskyi
[1] Sede regionale della Compagnia nazionale di radiotelevisione pubblica dell’Ucraina


