Ho sempre sentito gli adulti parlare di una “striscia”.
Io gli adulti non li capisco, loro danno nomi insignificanti a cose di grande valore e nomi importanti a cose di nessun valore.
Forse questo dipende dal fatto che noi bambini non guardiamo le cose come le guardano loro.
I loro occhi si focalizzano sull’interesse economico, sul profitto.
I nostri, invece, sono occhi di affetto e amore per ciò che ci circonda.
Mi hanno sempre raccontato quella storia che per capire bene il valore delle persone o delle cose, per sentirne la mancanza le devi perdere.
Io, però, non credo sia vero.
La mia casa mi mancava la mattina quando andavo a scuola eppure era lì.
La mia scuola mi mancava quando tornavo a casa eppure era lì.
La stessa cosa mi succedeva sempre con la mamma che mi mancava ogni volta mi allontanassi da lei eppure era lì.
Le ho sempre apprezzate le persone e le cose che avevo.
Loro la chiamano esperienza, saggezza quella cosa di guardare il mondo in modo diverso da quello dei bambini io, invece, la chiamo immaturità dell’anima e credo sia questa immaturità, quell’essere acerbi come la frutta verde sugli alberi a non far vedere loro tutte le cose che vediamo noi.
Forse, se guardassero il mondo con i nostri occhi, rifiuterebbero le atrocità di quella cosa che chiamano guerra.
Loro dicono di combatterla nel nome dei loro popoli io, invece, credo che ognuno combatta una sua battaglia interiore in nome del proprio ego.
Quella ‘striscia’ che fa pensare all’azione compiuta da un serpente è casa mia e profuma dell’odore e dei colori di tanti popoli.
Sopra a questa casa enorme in cui abitavano tutti i miei parenti e amici c’era una casina piccola dove ci vivevo io con la mia famiglia.
Ci sono rimaste solo le briciole di quella casa che non esiste più e che mi mancava anche quando la mattina andavo a scuola.
Peccato che tutte le briciole di ciò che è stato distrutto non si siano trasformate come nelle favole in briciole di pane almeno avremmo potuto mangiare, almeno avremmo portato con noi un pezzetto di quella che era la nostra vita e che adesso non c’è più.
Ho pianto tutte le lacrime che avevo e adesso non piango più per conservare le forze, per conservare la sola cosa rimastami, salvatasi: me stessa.
Non so più neanche se restare sia un bene o un male.
Ti porti dentro i ricordi, il dolore, la sofferenza e ho capito che non tutto guarisce.
Ho mangiato anche la terra quando lo stomaco mi brontolava troppo e, mentre la mangiavo, pensavo ai dolci che mi faceva la mamma.
Uso i ricordi per stordirmi, per addormentarmi in mezzo a questa desolazione a cui gli adulti saggi ed esperti mi hanno costretta.
Io sono solo una bambina orfana, malnutrita che non ha più sogni e a cui manca anche la forza di piangere eppure sono uguale a tante bambine e potrei essere la figlia di quelli che fino ad ora si sono girati dall’altra parte.
Potrei essere la figlia di quelli che hanno il potere di dire basta ma non lo fanno perché pensano che l’importante sia la sicurezza dei loro figli.
Potrei essere la figlia di quelli che da questa guerra traggono profitto e si ingrassano mentre noi quasi scompariamo.
Potrei essere la figlia di tutti e invece sono figlia della “Striscia” che è casa mia e nessuno si preoccupa di me.


