Giorgia Meloni è a corto di risultati. E arriva la separazione delle carriere dei magistrati. Forse cerca un grande successo per il suo governo di destra-centro, uno dei più longevi nella storia della Repubblica Italiana. L’operazione trasferimento migranti clandestini in Albania è un flop dai costi altissimi, la riduzione delle tasse sul ceto medio tartassato è ben poca cosa, le disuguaglianze sociali crescono, il rapporto con l’informazione critica è gladiatorio. Invece le decantate riforme istituzionali come il premierato caro alla presidente del Consiglio (“la madre di tutte le riforme”) e l’autonomia regionale differenziata (cavallo di battaglia della Lega di Salvini) sono scomparse dall’orizzonte.

Cosi Giorgia Meloni gioca la carta del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Fatto strano: lo vogliono sia il centro-destra sia il centro-sinistra: il primo voterà sì, il secondo no. Paolo Barelli è il primo nel centro-destra a firmare la richiesta del referendum confermativo della legge costituzionale approvata dal Parlamento. Il capogruppo di Forza Italia alla Camera firma «per convinzione e affetto verso il Presidente». È un preciso segnale.
Il Presidente è Silvio Berlusconi che fu il tenace sostenitore della separazione delle carriere dei magistrati tra giudici e pubblici ministeri, ma non riuscì a realizzare la riforma. Giorgia Meloni adesso esulta: è «un traguardo storico». La presidente del Consiglio alza una delle bandiere identitarie del fondatore di Forza Italia e primo riunificatore del centro-destra nella storia della Repubblica. Scommette sulla vittoria senza legare la sorte del governo alla sconfitta.
Sono tanti gli ostacoli. Il centro-sinistra raccoglie le firme per la consultazione referendaria ma per ragioni opposte: vuole bocciare nello stesso tempo la riforma e il governo. Elly Schlein dice: la riforma «non tocca nessuno dei nodi cruciali per migliorare il funzionamento della giustizia in Italia». Ma in queste prime battute la mobilitazione del centro-sinistra è tiepida, la segretaria del Pd deve fare i conti con le divisioni interne. Anche il governo di destra-centro è diviso sul referendum ma trapela poco.

Silvio Berlusconi non è morto, almeno sul piano politico. La separazione delle carriere dei magistrati, il Ponte sullo Stretto di Messina, la riduzione delle aliquote Irpef al ceto medio per trent’anni hanno dominato le battaglie politiche del Cavaliere dal governo o dall’opposizione. Ora le tre questioni diventano i punti centrali dell’azione dell’esecutivo Meloni. Però il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è pieno d’insidie: per molti metterebbe i pm sotto il controllo del governo, per altri invece aumenterebbe il loro potere. La consultazione potrebbe portare una brutta sorpresa per Meloni. L’Anm, Associazione nazionale magistrati, è fieramente contro nonostante tutti i tentativi di dialogo partiti dall’esecutivo.
Se l’esito del referendum è incerto, il piano del governo per il Ponte di Messina non vive certo giorni tranquilli. La Corte dei Conti boccia il progetto particolarmente caro a Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture, segretario della Lega. Attacca: sono «disperate invasioni di campo… quella giudiziaria è l’ultima casta rimasta in Italia che non vuole scollarsi dal suo potere». Rilancia: «Questi signori non ci fermeranno» e «…il Ponte si farà».

La separazione delle carriere dei magistrati è un terreno molto scivoloso per Meloni. Berlusconi si mosse tra grandi successi e dure sconfitte. La spuntò su alcune battaglie: promise e tolse l’Imu sulla prima casa. Gli italiani innamorati del mattone, in grande maggioranza proprietari della propria abitazione, furono felici.
Ora la maggioranza di destra-centro, forse a corto di idee, rilancia tre iconiche battaglie dell’ex presidente del Consiglio. Così le battaglie di Berlusconi, a due anni dalla morte, sono ancora vive. «Silvio tecnicamente è quasi immortale», diceva Umberto Scapagnini, medico personale del Cavaliere insieme ad Alberto Zangrillo. Berlusconi muore nel giugno del 2023 ma detta ancora la linea a Meloni.
La presidente del Consiglio canta l’azione del governo in economia: l’Italia «è tornata a correre». Certo i conti del bilancio pubblico sono sotto controllo, lo spread tra i Btp decennali e gli analoghi titoli del debito pubblico tedesco, è a un livello lusinghiero. Ma il Belpaese cresce a passo di lumaca, i salari sono tra i più bassi in Europa, la pressione fiscale cresce. E sul referendum rischia grosso tra la sua stessa base di destra: Fratelli d’Italia, erede del Msi, è stato un partito super giustizialista, sempre dalla parte dei magistrati contro la “casta”. Stesso discorso vale per la Lega forcaiola ai tempi di Umberto Bossi e su posizioni ancora simili con Salvini spostatosi verso l’estrema destra. È difficile per la coalizione di destra-centro indossare un abito garantista. Meloni rischia. Se la presidente del Consiglio perderà il referendum il governo resterà azzoppato o, addirittura, sarà ferito a morte.


