Cominciamo con questo numero una serie di due contributi sul tema della scrittura del mondo. Il primo si occupa di come i singoli affrontano la questione; il secondo, nel prossimo numero, si occuperà dello stesso argomento visto in una prospettiva di popolo: sociale e politica.
Il mondo che conosciamo chiede di essere raccontato. Un racconto fatto di ambizioni, di progetti, spesso di illusioni, eppure sempre legato ad un cammino che, da un lato ne spiega l’irrazionalità, gli imprevisti, la drammaticità precaria, dall’altro lo stupore dell’innamoramento, la felicità di una meta raggiunta, l’intimità di far parte di una famiglia e di un’intera comunità.
La storia che si racconta, tuttavia, è frutto di una mano e di una mente che hanno scritto gli eventi secondo una ragione, una visione. Un rotolo che si dispiega lungo una traiettoria. Un meccanismo ben oleato che, al suo avvio, tenta di mettere in scena un perfetto sincronismo di ingranaggi, un bilanciere che regola il tutto con precisione e ritmo.
Italo Calvino, a dire il vero, parlava del rischio di questa operazione: di contrapporre, cioè, un mondo non scritto, quello della nostra quotidianità confusa e frammentata, ad un mondo scritto, definito e controllato nei suoi dettagli e caratterizzato da linearità e sequenzialità.
Così scriviamo, con lo stilo della nostra esperienza, la ricerca spasmodica, a volte inconsapevole, tal altra lucida, di un ordine che possa venire a capo del caos, possa donare coerenza e saggezza. È il segno che il libro sacro traccia con profonda conoscenza dell’animo umano: cercate e troverete. Solo che questa ricerca può anche prendere l’aspetto di un interrogativo terribile, posto a chi non ha trovato, pur avendo cercato: quaesivi et non inveni (ho cercato e non ho trovato).
Allora scrivere il mondo vuol dire riprendere i frammenti di una vita e metterli insieme, disegnando una mappa che conduca ad un porto, un’Itaca metaforica destinata a chi non si è mai fermato. A chi spera possa resistere alla tentazione di non riprendere il viaggio e resta a contemplare il mare.
La letteratura ci offre molti personaggi rappresentativi di questa situazione e così facendo, ci permette di approfondire la multiforme diversità di significati della scrittura di un mondo. Perché scrivere, tutto sommato, non è altro che un tentativo di trasformare il disgregamento, a cui si è sottoposti quotidianamente, in una semplice e unitaria articolazione. Ed è questa trasformazione che forma l’intreccio della stessa scrittura.
Il capitano Achab, alto sul ponte della baleniera Pequod, scruta il mare alla ricerca di Moby Dick; cerca il senso della sua vita nel mondo, convinto che al di là degli abissi profondi e dello sterminato orizzonte la Balena gli possa rivelare il suo destino. Quella balena che detta al suo cuore la storia che dovrà incarnare e alla quale il capitano dedica tutta la sua vita.
Così l’hidalgo Chisciotte sul suo miserabile ronzino, ma inimmaginabile destriero di vento, guarda al mondo che lo attende e spiega allo scudiero Sancio, incredulo e sbigottito da tanta follia di bene, quanto la propria visione disegni un racconto di uomini e donne impotenti e indifesi che chiedono di essere salvati, aiutati a resistere. E legge nei libri la nuova scrittura che darà al suo orizzonte di cavaliere riparatore.
E che dire di Re Lear? Egli invoca il tuono eterno che tutto scuote per spianare il mondo che lo ha deluso nei suoi affetti più cari. Sperimenta, nella visceralità della carne di padre e di sovrano, una realtà da cui non ricava più alcuna felicità.
Sono, queste citate, alcune scritture che si offrono a noi come simboli di percorsi che attraversano la vita di ciascuno. Esse sono prove, bozze, appunti. Ci dicono lo sforzo di tessere significati e ci sfidano a rimanere fedeli alla condizione di ricercatori onesti. Senza illusioni, ma anche senza infingimenti. Umani fino in fondo.


