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    Home»Europa»Alla ricerca di una “nuova frontiera europea”
    Europa

    Alla ricerca di una “nuova frontiera europea”

    Lorenzo DellaiDi Lorenzo DellaiDicembre 20, 20250 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    Foto libera da Pixabay
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    Le reazioni europee al “National Security Strategy” di Trump sono state fino ad ora un miscuglio di stupore, riaffermazione di principi più che altri retorici, imbarazzi, disorientamento. Molto meno di quanto servirebbe difronte alla posta in gioco, a dimostrazione del momento drammatico che l’Europa sta vivendo.

    In realtà, il documento varato dall’Amministrazione Trump conferma ciò che era già ampiamente noto. Da molto tempo gli Stati Uniti manifestavano insofferenza verso il progetto di Unione Europea. In esso vedevano l’ipotesi di una emancipazione dei propri storici alleati, a loro legati nel campo dello difesa militare – dentro una Nato a trazione strategica e finanziaria americana – ma con aspirazioni di progressiva autonomia economico-commerciale e, timidamente, geopolitica. Trump porta oggi alle estreme conseguenze questa insofferenza, certificando una nuova idea di politica internazionale, totalmente al di fuori dello schema di alleanza atlantica che abbiamo conosciuto fin qui. Da “Occidente First” ad “America First”.

    L’aspetto inquietante non è il superamento del mantra tradizionale di “Occidente: da tempo il Mondo è in evoluzione, da ogni punto di vista. Ciò che inquieta è che la filosofia nuova – “post occidentale”, per così dire – non è certo quella di un Mondo multipolare che molti avevano sognato come condizione di maggiore equità, pace e cooperazione a livello globale. Al contrario. É l’idea di un Mondo governato da pochi attori super potenti; egemoni sul piano tecnologico e militare; ciascuno sovrano nel suo ambito di influenza strategica fondata sulla demolizione sostanziale di ogni Istituzione Multipolare (la delegittimazione delle Nazioni Unite e delle sue Agenzie è di tutta evidenza) e dello stesso Diritto Internazionale.

    Appare una “mutazione genetica” dello spirito americano del passato: della “nuova frontiera” di John Kennedy non rimane neppure un vaga ombra. L’ostilità verso l’Europa arriva fino al punto di auspicare non solo la sua dissoluzione come entità istituzionale, ma – a questo fine – anche il sopravvento delle forze politiche delle varie Destre nazionaliste, negatrici di ogni valore democratico e pluralista della società europea.

    La trama “pseudo identitaria” che supporta questa nuova visione é l’uso blasfemo dell’istanza religiosa “cristiana” degradata a setta e intesa come “instrumentum regni”. L’abbiamo vista esplicitata nelle posizioni del Vice Presidente Vance, nonché – specularmente – in quelle del Patriarca Ortodosso di Mosca Kirill, mentre benediceva le truppe russe inviate ad invadere l’Ucraina. L’esatto opposto del dialogo ecumenico ed inter religioso per un ordine internazionale fondato sulla pace e sulla cooperazione evocato da Papa Leone nel suo recente, profetico viaggio in Turchia e in Libano.

    Il mefitico feeling tra Trump e Putin si fonda su questo binomio: accordo di puro potere spartitorio e utilizzo blasfemo dell’istanza religiosa contro le ragioni della democrazia di tipo liberale. Democrazia liberale che sarà anche acciaccata e sotto stress antropologico, culturale e perfino spirituale, in questi tempi di grandi cambiamenti, ma che conserva il suo valore primario. Esso non può essere demolito, semmai rigenerato.

    L’Europa ha solo un modo per reagire. Non la lamentazione del cugino minore tradito, né la stizzita recriminazione. Men che meno la sottovalutazione (secondo la Premier Meloni nulla cambia nel rapporto con gli USA….), nella speranza che alla fine Trump possa arrivare a più miti e benevoli consigli, almeno verso i Paesi politicamente più “amici”. La postura americana è un fatto ormai strutturale, non contingente. L’unica reazione possibile dell’Europa – Trump o non Trump – consiste nella capacità di immaginare e costruire una “European Security Strategy”. Con tutto ciò che questo comporta.

    Una “nuova frontiera europea” sia nelle sue dinamiche interne (nuove concezioni sociali, comunitarie, economiche); sia rispetto alle sfide scientifiche e tecnologiche (una via “europea” alla Intelligenza Artificiale, che ne rafforzi il presidio umanistico e la dimensione democratico-partecipativa); sia nella sua politica estera (l’Africa – ad esempio – può diventare per noi partner essenziale: ma nessun “Piano Mattei” può avere senso se non in chiave “euro-africana”); sia sul piano della Difesa Comune (Alcide De Gasperi la propugnava fin dal 1952: incomprensibile il balbettio al riguardo di tante parti politiche e sociali). Occorre cioè che l’Europa reagisca passando ad una fase adulta ed ulteriore della sua straordinaria esperienza, che resta un unicum nella storia mondiale post bellica, sul piano delle conquiste di Pace, sviluppo, democrazia e welfare.

    L’Europa è tutto questo, non la burocrazia di Bruxelles. Oggi, questa esperienza rischia di naufragare, con effetti devastanti, non solo per la nuova posizione americana, ma per il ritardo europeo nell’interpretare i cambiamenti.

    Le basi etico-culturali le abbiamo, anche se a loro volta stanno perdendo carisma: stanno nella nostra storia e nella lungimiranza dei Padri Fondatori.

    Le possibili strategie sono state abbozzate. Basta rileggere, tra l’altro, i Rapporti di Enrico Letta sul Mercato Interno e di Mario Draghi sulla competitività strategica. Proposte finora sostanzialmente archiviate. Per dare anima e corpo a questa prospettiva – che peraltro potrebbe in parte partire anche a Trattati invariati – occorre però un impulso rapido e radicale al processo di integrazione politica ed istituzionale dell’Unione.

    Gli eventi rendono del tutto privo di senso il procedere con la velocità della lumaca ed il coraggio dei conigli. Le stesse pubbliche opinioni europee – frastornate, disorientate e lusingate dalle false promesse nazionalistico-populiste e dalla sottile suggestione autoritaria – hanno bisogno di messaggi forti, concreti e credibili. Non tutti i 27 Stati dell’Unione ci stanno? Peccato. Ma intanto partano i paesi disponibili, con decisioni di cifra federale e con intese inedite sul piano politico, economico, sociale e militare.

    L’alternativa sarà un declino inesorabile della nostra sicurezza sociale ed economica e della nostra stessa libertà.

    Al di là della triste contesa politica domestica alla quale ci tocca assistere, questa dovrebbe essere la vera natura di un “progetto politico per il futuro dell’Europa” (e quindi dell’Italia). Tutto il resto, temo, sarà spazzato via dagli eventi che si preannunciano ormai da tempo e che molti, troppi, fingono di non vedere. Il tempo è ormai poco e tocca in primo luogo alla società civile ed alle nuove generazioni battere un primo colpo. Forte e deciso.

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