Un angelo con il viso di Meloni. È lei l’angelo? Giorgia Meloni è un angelo? Letti i giornali la protagonista del mistero ironizza: «No, decisamente non somiglio a un angelo…».

La presidente del Consiglio è un angelo? Viene da sorridere. Forse qualcuno lo pensa davvero dentro di sé, ma nessuno finora si era mai spinto fino a codificarlo pubblicamente, a dipingerlo. E in un luogo sacro: nella Basilica di San Lorenzo in Lucina a Roma, la chiesa vicino a Montecitorio e Palazzo Chigi, c’è un affresco con un angelo somigliante alla leader della destra italiana.
L’incredibile accade lo scorso febbraio. Il putiferio scoppia quando la Repubblica pubblica una singolare notizia: un angelo di un affresco della Basilica di San Lorenzo in Lucina somiglia a Giorgia Meloni. Giornali e televisioni si tuffano nel giallo, cercano di svelare il rebus. Viene fuori l’autore dell’affresco. Bruno Valentinetti, sacrestano della basilica, pittore e autore dell’opera prima nega: «Non è raffigurata Meloni. Ho restaurato i volti» come erano prima. Poi ammette in parte: «Somiglia, ma non è lei».

Tutto comincia nel 1985. In quell’anno è posto un busto di marmo bianco dell’ex re d’Italia Umberto II. Nel 2000, invece, vengono aggiunti i decori al monumento ad Umberto II: un affresco con due angeli. E qui nascono i problemi: un angelo con il volto simile a quello della presidente del Consiglio regge una mappa dell’Italia. Fioccano le domande e le contestazioni: perché il cherubino ha le sembianze di Meloni? Perché in un luogo sacro come una chiesa c’è il ritratto di un potente politico come nel Medioevo? L’angelo incriminato è lì dal 2000 o è comparso dopo un restauro compiuto successivamente a una infiltrazione d’acqua?
Si apre un giallo politico, religioso artistico. Le opposizioni insorgono e chiedono chiarimenti. Il parroco della chiesa, monsignor Daniele Micheletti non si scompone. Non ha molti dubbi: «A me sembra Meloni ma non ci trovo niente di male nell’aver raffigurato la premier».
Il vicariato di Roma e il Vaticano non la prendono bene. Il cardinale vicario di Roma Baldo Reina striglia monsignor Micheletti: avvierà immediatamente «i necessari approfondimenti per verificare le eventuali responsabilità». Le immagini d’arte sacra «non possono essere oggetto di utilizzi impropri o strumentalizzazioni». A stretto giro di posta arriva la cancellazione dell’angelo con il volto di Meloni. È lo stesso Bruno Valentinetti a far sparire l’angelo con il voto di Meloni: «L’ho coperto perché me lo ha detto il Vaticano». Alla fine ammette: «Va bene, era Meloni, ma sulla falsariga del dipinto che c’era prima».

In molti hanno sognato e sognano di essere un angelo. Lucio Dalla faceva rimescolare il sangue quando cantava:
«Se io fossi un angelo
Chissà cosa farei
Alto, biondo, invisibile
Che bello che sarei…».
La melodrammatica vicenda fa venire in mente la storia ben più seria del culto dell’immagine dei potenti. La propria immagine è stata utilizzata da diversi leader del 1900 per rafforzare il proprio potere. Benito Mussolini e Josef Stalin, due dittatori, hanno utilizzato la propria immagine perfino come strumento del culto della personalità. Ma non è finita bene. Ancora oggi molti leader autoritari utilizzano la propria immagine per obiettivi di propaganda. Meloni per evitare ogni pericoloso equivoco dice: «No, decisamente non somiglio a un angelo…».
Ora resteranno delusi monsignor Daniele Micheletti e molti parrocchiani. Resterà deluso quel “generone romano” di fedeli legati alla cosiddetta “nobiltà nera”, cioè di quelle antiche famiglie aristocratiche della capitale sensibili alle politiche conservatrici e finanche reazionarie. Quando entreranno nella Basilica questi fedeli si sentiranno forse un po’ delusi da non vedere più l’angelo con il viso di Meloni. Pazienza.


