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È tentato ma fallisce lo scisma di Trump. Furente, offensivo, a sorpresa arriva ad aprile 2026 il tentato scisma di Trump. Il presidente degli Stati Uniti, 79 anni, però qualcosa aveva fatto intuire già l’anno scorso quando comparve vestito da papa in un video costruito con l’Intelligenza artificiale. Quasi traspariva l’aspirazione ad essere contemporaneamente Presidente degli Stati Uniti e Papa.
Donald Trump
In questo aprile a sorpresa travolge ogni limite. Va all’assalto frontale di Leone XIV con un linguaggio furente, dirompente, offensivo contro Robert Prevost, nato a Chicago, 70 anni, primo papa americano nella storia della Chiesa Cattolica. Usa un’arma a doppio taglio, politico e religioso. I rimproveri sono politici: «Papa Leone è DEBOLE sulla criminalità, ed è pessimo in politica estera». Al presidente americano non sono per niente piaciute le critiche di Leone XIV dei mesi scorsi alla guerra in Iran e in Libano, all’attacco degli Usa al Venezuela, ai desideri di onnipotenza dei governanti. Robert Prevost ha lanciato ripetuti appelli alla pace, alla fine delle stragi causate in Medio Oriente e in Terra Santa, la patria di Gesù Cristo, pur senza fare il nome di Trump.
Ad aprile seguono i consigli, quasi degli ordini, come facevano gli imperatori del Sacro Romano Impero nel Medioevo: «Leo dovrebbe rimettersi in carreggiata come Papa, usare il buon senso, smettere di compiacere la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, non un politico». Rivendica, come facevano gli imperatori, il merito di aver determinato la sua elezione a successore di San Pietro alla guida della Chiesa: «Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa incredibile. Non figurava in nessuna lista degli eleggibili ed è stato scelto esclusivamente perché americano, perché si riteneva che fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano».
Papa Leone XIV
Insulti e tentato scisma di Trump pur non essendo cattolico ma protestante. Lo scontro sommerso da mesi alla fine viene a galla: Trump attacca il papa. I giornalisti chiedono a Leone XIV nell’aereo che lo porta in Algeria e poi in altri paesi africani: ha paura? Il pontefice, partito ad aprile per parlare di pace e di dialogo tra le religioni, risponde serafico: «No, non ho paura dell’amministrazione Trump, o di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo, che è quello che credo di dover essere qui a fare, per cui la Chiesa è qui». Smentisce di fare politica, e rivendica il diritto-dovere di parlare «come costruttori di pace». Sono le sue posizioni, non certo trumpiane, da quando fu eletto Papa l’anno scorso.
Però vuole evitare una “corrida” con il presidente americano: «Non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui». Ma insiste sul suo dovere di difendere i poveri, gli immigrati, le vittime delle guerre. Respinge l’idea di strumentalizzare la religione con fini di potenza, di potere, di denaro: «Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo. Io continuo a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, promuovendo il dialogo e il multilateralismo con gli Stati per cercare soluzioni ai problemi. Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è una via migliore». A gennaio aveva lamentato: «La guerra è tornata di moda». L’allora nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Cristophe Pierre, era stato convocato al Pentagono che aveva espresso la propria irritazione. La notizia riportata da alcuni giornali era stata però smentita sia dall’amministrazione Usa sia dal Vaticano.
Donald Trump prega con alcuni pastori evangelici
La lacerazione è forte. Il messaggio del Vangelo non deve essere “abusato”, sostiene Leone XIV. Cioè no alla “religio instrumentum regni”, come si diceva già dall’antichità classica greco-romana in cui dominava la visione della religione considerata strumento per governare i popoli. È una risposta anche alla preghiera fatta da Donald Trump a occhi chiusi alla Casa Bianca insieme ad alcuni pastori evangelici per una vittoria nella guerra avviata assieme ad Israele contro l’Iran.
Però lo scisma di Trump fallisce, l’attacco al papa non va a segno: è totalmente respinto dalla Chiesa Cattolica. In particolare la Chiesa Cattolica Usa, riunificata da Papa Prevost, lancia dure critiche al presidente americano e lo invita a chiedere scusa. Monsignor Paul S. Coakley si dice affranto per le «parole così denigratorie sul Santo Padre». Il presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti lo sollecita a non commettere gravi errori: «Papa Leone non è un rivale, né un politico. È il Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime». Ma Trump insiste: «Non mi scuso» perché «il pontefice sbaglia su alcune cose».
Lo scisma di Trump fallisce, non divide la Chiesa universale di Roma, ma spacca invece i suoi elettori americani cattolici, protestanti, musulmani, di altre confessioni religiose o atei: secondo vari sondaggi elettorali la grande maggioranza dei cittadini statunitensi gli nega la fiducia. È bocciata una sorta di “cattività avignonese” come quando nel Medioevo il re di Francia Filippo il Bello fece trasferire il papa da Roma nel suo regno e la “cattività” durò 70 anni. Si mettono male per il miliardario di New York le elezioni di medio termine di novembre per rinnovare gran parte del Congresso. Il Papa chiede la pace, disse Winston Churchill a Josef Stalin. Il dittatore sovietico rispose sarcastico: «Quante divisioni ha il papa?». Ora però l’Unione Sovietica non c’è più come la monarchia francese mentre la Chiesa Cattolica resta in piedi da duemila anni.
Rodolfo Ruocco, classe 1954, giornalista professionista. Ha lavorato prima come redattore economico-sindacale e poi come giornalista parlamentare all’”Avanti!”, al “Il Giorno”, al Tg2, a Televideo Rai e a Rainews24. Ora è impegnato nella confezione della pubblicazione digitale “Sfoglia Roma” che ha creato nel 2017 assieme a un collega.