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    Home»Europa»Il No europeo su Hormuz è finalmente una ripartenza?
    Europa

    Il No europeo su Hormuz è finalmente una ripartenza?

    Giancarlo InfanteDi Giancarlo InfanteMarzo 19, 20261 VisualizzazioniTempo lettura 7 min.
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    Che l’Europa esprimesse un sostanziale No alla richiesta di Trump d’intervenire nello Stretto di Hormuz ha una sua logica ed una certa sua conseguenzialità. Gli europei si sono trovati di fronte ad un conflitto che ha violato ogni regola del Diritto internazionale. Scatenato unilateralmente da Israele cui è andata al seguito l’Amministrazione statunitense. Il tutto è avvenuto con una carenza di prospettive e di preparazione che, soprattutto da parte americana, sta sempre più emergendo al punto cui siamo arrivati.

    Non è solo un “dispetto” a Trump infilatosi nel pantano

    Trump si ritrova adesso nel pantano. Ma è difficile pensare che gli europei ce lo vogliano lasciare per una sorta di ripicco e di perfida vendetta. Li ha insultati in ogni modo, ha disprezzato la Nato e l’apporto dei suoi paesi alle guerre che tutti consideravano americane, ha sferrato loro quella che vivono come una “pugnalata alle spalle” sul fronte ucraino dando ulteriore respiro a Putin, sollevando l’embargo sulla vendita di petrolio nel resto del mondo. C’è, però, da ritenere che i motivi siano altri. Probabilmente, su tutto spicca il loro convincimento che l’Iran ha tutte le caratteristiche per diventare un Vietnam dei giorni nostri. Con gli elicotteri sostituiti da missili e droni, da una parte, e con un popolo, dall’altra, pronto a scendere in larga parte in armi in tutta la Persia, alla vietcong.

    C’è poi da chiedersi a cosa servirebbe un largo contingente di mezzi navali ad Hormuz se non ad internazionalizzare il conflitto e ad estendere il novero dei paesi coinvolti. Le compagnie d’assicurazione, in ogni caso, non coprirebbero i rischi corsi dalle navi, costringendo, così, armatori ed equipaggi a restare alla fonda. E senza un vero e proprio intervento di terra lo scambio di missili è destinato a durare più di quanto Trump non si immaginasse quando con grande baldanza ha dato l’ordine del “si spari”. Il regime non è ancora crollato ed è tutto da vedere se realmente crollerebbe. Persino con un attacco terrestre nello stile delle due precedenti guerre del Golfo contro Saddam Hussein. Ci sarebbe solo da puntare una scommessa – ma sanguinosa e costosissima – sul fatto che anche il regime degli Ayatollah si afflosci e si dimostri un gigante di cartone. Ma è così?

    Una scommessa, l’azzardata apertura del vaso di Pandora che gli europei non vogliono davvero scoperchiare. Ed emerge una simmetria con la posizione della Cina da cui pure è giunto un no all’invio di mezzi navali nel Golfo. Chiarendo che, secondo Pechino, questa crisi non si risolve “con l’accumulo di mezzi militare”, ma con una “de escalation” da parte di tutti. Anche perché si tratterebbe di una guerra destinata ad infiammare tutto quell’arco di territori degli sciiti che va dall’Iran al Mediterraneo, con Iraq, Siria e Libano. E si riaprirebbe in questo contesto tutta la questione di Gaza che Trump credeva di aver risolto con quello sgorbio di Onu privata che ha chiamato Board of Peace.

    Visto che anche la “Meloni d’Oriente”, la Prima ministra del Giappone, Sanae Takaichi, si è tirata indietro, forse, solo i coreani del sud manderanno una nave, ricattati come sono dalla minaccia nucleare del dittatore del nord, Kim Jong Un. Trump adesso può solo inveire contro gli europei che, nel bisogno, ha riscoperto quali alleati. Li ha irosamente rimproverati d’ingratitudine per gli interventi negli anni passati da parte degli Stati Uniti per difenderli. Ma dimenticando che Presidenti Usa di ben altro spessore politico e morale lo fecero contro un aggressore. Panni che questa volta è lui a vestire al di fuori di ogni regola.

    La situazione si deteriora sempre più e gli attori rischiamo di aumentare

    La situazione, intanto, si deteriora. Se è vero – ma al momento dobbiamo affidarci solo alla fonte israeliana – quel che ci dice The Jerusalem Post, secondo il quale Hamas avrebbe segretamente scritto alla nuova Guida Suprema del regime iraniano, Mojtaba Khamenei, invitandolo ad “allargare la guerra su tutti i fronti”. L’esortazione, considerando che Hamas è emanazione del mondo sunnita, apre un nuovo scenario anche in relazione ai rapporti tra le diverse fedi in cui è suddiviso il mondo islamico. Hamas avrebbe ribadito l’assoluta contrarietà ad ogni abbandono delle armi. Smentendo le proprie precedenti dichiarazioni ufficiali – quelle contenenti l’invito all’Iran a non bombardare i paesi del Golfo – il movimento di resistenza palestinese dice di schierarsi “con tutto il suo peso a sostegno” della “saggia leadership” di Khamenei “di fronte all’anarchia ‘sionista-americana’”. Ed è duro contro i paesi del Golfo responsabili di aver avviato processi di normalizzazione con Israele, definendoli parte di un “campo perdente”. Il sostegno incondizionato all’Iran è promesso da Hamas anche per conto dei “fratelli dell’asse della resistenza in Libano, Yemen e Iraq”, conclude la lettera.

    Per capire come il quadro si stia sempre più ingarbugliando, serve prendere nota del fatto che sempre il giornale di Gerusalemme, citando quanto riportato dal New York Times sabato scorso, riferisce di una presunta pressione del Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman su Donald Trump affinché “continui a colpire duramente l’Iran”. E’ subito giunta la smentita da Riyad attraverso al Arabiya (CLICCA QUI). Gioco delle parti? Disinformazione? In ogni caso, una perfetta fotografia di quanto è pronta all’esplosione la pentola a pressione che qualcuno ha messo sul fuoco e ve la sta lasciando più del necessario. Stessa coerenza e conseguenzialità per il Libano?

    Ma la logica e la consequenzialità non valgono per il Libano?

    Dunque, gli europei non vogliono essere coinvolti. Motivi ancestrali: ci siamo già vaccinati con le due guerre all’Iraq. Dalle menzogne utili a giustificare una guerra non giustificabile. Con delle opinioni pubbliche mai come prima contrarie agli Stati Uniti e ad Israele. Contrarie a Trump per un po’ tutto, contrarie ad Israele per la guerra di sterminio portata a Gaza e le violenti prepotenze consumate a danno dei palestinesi della Cisgiordania. Non si fidano più dei “racconti” suadenti sul mondo più sicuro che avranno domani. Ieri, con la fine di Saddam Hussein, oggi, con l’esportazione della democrazia in Iran. E, poi, hanno ben capito che Trump e Netanyahu – anche se non capiscono sempre bene chi è la marionetta e chi la manovra – perseguono interessi diversi che, in ogni caso non collimano con quelli degli europei. Quel che contemporaneamente, però, sta accadendo in Libano fa porre la domanda se anche in questo caso vi sia logica e conseguenzialità. E se il silenzio sia ulteriormente tollerabile. Anche il mondo pacifista non sta scendendo nelle strade come accadde per il disgusto di vedere Gaza e i gazawi tra distruzioni e sangue. I leader europei hanno fanno finta di niente per troppi giorni. Si è agitato un po’ Macron per i noti trascorsi coloniali nella terra dei Cedri. Merz nella sua Berlino ha rimuginato sul freno ancestrale che il complesso dei campi di sterminio agita in tutti i tedeschi. Ma con un’occhiata alla bilancia dei pagamenti, giacché l’interscambio con Israele è molto importante. Quindi “no” ad Hormuz, ma balbettio su Libano. Eppure, forse fanno parte della stessa partita. Di sicuro nella parte meridionale, sotto Beirut, gli israeliani si accingono a fare quello che hanno fatto a Gaza. Lo ha detto papale papale il ministro della difesa israeliano, Israel Katz: “trasformeremo il Libano meridionale in una terra desolata come Gaza!” (CLICCA QUI).

    La giustificazione è quella di rendere inoffensivi gli Hezbollah. E qui davvero fa riflettere la similitudine tra con le spiegazioni di Trump. Aveva solennemente annunciato di aver annichilito l’Iran nel corso della guerra dei dodici giorni del giugno del 2025, ma ha poi giustificato la guerra in corso con la “distruzione delle capacità militari” di Teheran.  Così i capi dell’esercito israeliano, l’Idf, sostenevano di aver distrutto tra l’85% e il 90% dell’arsenale missilistico di Hezbollah in Libano. La minaccia di Katz di ripetersi con una seconda Gaza ha portato ieri Regno Unito, Germania Francia e Italia ad un intervento ufficiale affinché l’operazione terrestre israeliana non sia troppo estesa. Se ci fosse da scherzare, si potrebbe tradurre: “dategliele, ma senza esagerare”. Peccato che chi ci va di mezzo non sono solo quelli degli Hezbollah – e cioè chi sarebbe già ridotto all’inoffensività – bensì, centinaia di migliaia di persone costrette a lasciare casa, averi ed affetti nel corso di un’altra operazione militare non autorizzata da nessun organismo internazionale degno di questo nome. Insomma, c’è molto che non torna. Come per Gaza, bisognerebbe chiederne conto. Almeno per non lasciarsi prendere in giro del tutto.

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