In questa V puntata dedicata ai nostri viaggi in Giordania, parliamo ancora della perla del deserto, Petra, ma per i monumenti e i panorami che sono occultati nei suoi pressi. Buona lettura, continuate ad accompagnarci attraverso le strade, i deserti e le città giordane.
Una notte fra le rovine di Piccola Petra e le stelle
Ricorderete che la nostra prima cena fu a base di humus, pollo bollito e riso. La seconda cena fu composta da humus, pollo arrosto e riso; la terza da humus, pollo bollito e insalata fresca (meglio non mangiarla in viaggio, non si può sapere se è ben lavata). Ero rimasto un po’ sconcertato, per altro il pollo non mi piace tanto, per cui chiedo al ragazzo che fa la spesa e poi cucina: “a Wadi Musa vendono solo il pollo? Non c’è proprio altro?”. Rimane interdetto, poi farfuglia che forse c’è vitello o kebab. In effetti il quarto giorno la cena serale fu con straccetti di vitello purtroppo insapori.
Decidemmo un diversivo; andiamo dal mercante dei tappeti, gli esponiamo la noia della dieta a base del pollo. Lui si fa una sonora risata e ci dice: “il pollo al bazar costa meno di tutto…”. Capiamo che insinua che il ragazzo fa la “cresta” sui soldi per i pranzi, ma non è un problema nostro. Ci contropropone di organizzare una cena notturna per il quinto giorno a Piccola Petra, ci costerà solo 10 dollari a persona, senza alcolici. Accettiamo immediatamente. Ne parliamo con i fiorentini e due di loro si aggregano.
Alle 20,00 del quinto giorno di soggiorno ci viene a prendere un SUV e noi lo seguiamo prima sulla strada già fatta nei pressi della sorgente, poi un breve tratto fuoristrada non troppo accidentato e arriviamo al posto organizzato.
Luogo della cena notturna a Piccola Petra (foto mia)
È veramente romantico, hanno predisposto tante piccole luci sulle rocce e le costruzioni che sono attorno al piazzale sabbioso dove è poggiato un grande tappeto. Noi abbiamo portato un bel po’ di birra, due signori scendono dal SUV con confezioni di bottiglie d’acqua e di cola. Ma il cibo?
Uno dei giordani si arma di un badile e inizia a sollevare la sabbia dove c’è una pietra bianca. Ecco che emerge la nostra cena dalla sabbia.

Emerge la nostra cena dalla sabbia di Piccola Petra (foto mie)
La cena è ottima: spezzatino di montone (le porzioni avvolte dalla carta argentata della foto) e patate più una pita morbidissima. Il tutto cotto alla perfezione. Le birre finiscono tutte troppo presto e di montone ne avremmo mangiato altrettanto. Poi alcuni di noi fumano, altri chiacchierano, tutti eravamo incantati dalla notte stellata e dalle ombre svelate dalle tante luci tremolanti attorno a noi.
Piccola Petra, un altro gioiello
Meno celebre della città di Petra e molto più piccola, anche Piccola Petra è una città rupestre che fu realizzata dai Nabatei all’apice della loro potenza. È posta a circa 14 km da Petra ed è nota come “Petra bianca” perché la pietra arenaria in cui fu costruita è chiara, rispetto al rosato della pietra di Petra. I locali la chiamano “Siq al-Barid” (il pozzo freddo), perché anche in questo caso, come a Petra bisogna percorrere un canyon dove il sole non penetra, per raggiungere le costruzioni.
Piccola Petra, il tempio di Dushara e la scalinata del canyon (Foto mie)
Le costruzioni furono scavate nelle friabili fiancate dei rilievi; all’inizio vi è il tempio di Dushara, una dea nabatea, poi si incontrano varie grotte e monumenti scolpiti, vi sono anche ripide scalinate ricavate in discesa fra due rilievi, per collegare le aree dove si poteva soggiornare.
Si immagina che Piccola Petra fosse un luogo dove erano ospitati nell’antichità i mercanti in transito. Rimase abbandonata a lungo e frequentata solo da beduini nomadi che vi si accampavano saltuariamente. Solo dopo la seconda guerra mondiale, il luogo fu descritto e via via divenne un’attrattiva turistica.
Scalinata nei pressi della fortezza crociata (Foto A. Ferrari)
Nei pressi di Piccola Petra i crociati costruirono, nel XII secolo, una piccola fortezza, anche sfruttando le arenarie locali, era posta a nord di Wadi Musa ed è indicata con il nome arabo di Al-Wu’ayra. Le rovine sono suggestive e si possono visitare liberamente. Pochissimi i turisti che giungono fino a questa costruzione.
Il Monastero
Sapevamo che sopra la montagna che chiude a ovest la conca dove si erge Petra vi è un altro monumento interessante, scavato nella roccia friabile. Viene chiamato Al Deir in arabo, in italiano il Monastero. Le guide locali cui chiedemmo ci indicarono la direzione, ma ci dissero che la salita è impegnativa. Tutti gli altri rinunciarono a salire, io ci ho provato.
All’inizio si percorre un sentiero ripido in salita che poi inizia a lambire la montagna e diventa più scosceso, a destra c’è lo strapiombo. Avevo già fatto piccole scalate nelle Dolomiti, ma ero più giovane e snello… Ho continuato con forza di volontà, ma la salita era davvero impegnativa.
Mentre ero fermo per recuperare un po’ di fiato, scende un mulo tenuto per la briglia da un ragazzo giordano; mi appiattisco spalle alla montagna per lasciarli passare. Chiedo in inglese al ragazzo quanto tempo ci vuole per giungere al Monastero e mi dice che manca ancora circa mezz’ora.
Subito mi offre, per 5 dollari, di portarmi a dorso del mulo. Mi faccio convincere, gira il mulo in direzione della salita, mi aiuta a salire. Ci avviamo. Una pessima idea, se guardo a destra lo strapiombo sembra più profondo, se guardo avanti vedo che lo zoccolo destro quasi poggia in bilico sul margine del sentiero. Ho davvero paura, dopo neanche duecento metri chiedo di fermarci, scendo dal mulo, pago e proseguo con le mie forze. Durante la salita vi sono varie rampe di scalinata con centinaia di gradini ricavati nella roccia.

Appena si arriva in cima, il Monastero si intravede nella roccia a destra (Foto mia)
Quando si arriva in cima il Monastero quasi non si distingue dalle rocce. Nella foto che scattai si intravede la facciata del capolavoro nabateo scavata nella roccia in fondo.
La facciata del Monastero è simile a quella del Tesoro che vedemmo alla fine del Siq. È dimensionalmente più grande (45 metri larga e 42 alta). Fu realizzata dai Nabatei per ospitare la tomba del loro grande re Obodas I che morì (85 a.C.) poco prima dell’arrivo dei Romani. Il monumento si chiama “Monastero” perché al suo interno sono riscontrabili alcune croci scolpite, per cui si immagina che durante il periodo bizantino sia stato utilizzato come luogo di culto cristiano.

La imponente facciata del Monastero (da Wikipedia)
All’interno vi è una grande stanza e da una parte una piccola scala conduce a quello che probabilmente era utilizzato come pulpito. Nei dintorni del monumento vi sono alcune grotte scavate all’interno delle rocce, forse anch’esse tombe coeve al periodo nabateo.
La Fine del Mondo
Dopo aver visitato il Monastero vedo che c’è un sentiero che sale ancora poche centinaia di metri e trovo un palo con due frecce: “Vista del canyon” e “Fine del Mondo”, seguo la seconda direzione e vedo davanti a me una tenda con la bandiera giordana proprio sulla punta di una propaggine.

La tenda alla Fine del Mondo (Foto mia)
Continuo in direzione della tenda e mi accolgono tre caprette legate ad un bastone e due ragazzi che mi salutano in inglese. La particolarità è che entrambi sono seduti sul ciglio della roccia, con le gambe protese nel vuoto. Dalle prime frasi capisco che lui è giordano, lei forse europea, dico che sono italiano e loro subito lodano il mio paese.
Mi invitano a sedere affianco a loro, ringrazio, ma rifiuto cortesemente dicendo che ho le vertigini. Non è vero, ho solo paura, non tanto nel sedere, ma per poi dovermi rialzarmi non avendo un appiglio per i piedi. Mi raccontano della loro vita tranquilla, sentendo musica, guardando il panorama, bevendo il latte delle capre, andando in città solo una volta alla settimana, insomma due figli dei fiori proiettati dagli anni Sessanta ai giorni nostri.
Ora bisogna spiegare il perché di questo nome apocalittico “Fine del Mondo”. La forma della cima della montagna dove siamo è composta da tre propaggini che si affacciano a precipizio sulla Wadi Araba. Sarebbe quello che in Italia chiamiamo un “orrido”, sembra di essere sospesi nel nulla. Tenendo conto che la vallata ha un’altitudine di poco più di 200 metri sul livello del mare e che il Monastero è a un’altitudine maggiore di 1000 mslm, il dislivello è di 800 metri in perpendicolare.

Parte del panorama alla Fine del Mondo (Foto mia)
La mia foto rende solo in parte la profondità, perché con il cellulare non me la sono sentita di arrivare al limite della roccia per puntare in basso. L’ho fatto tenendomi con entrambe le mani e la vista è davvero impressionante: al fondo si vede una zona verde, un paio di villaggi, due strade bianche che percorrono la vallata; si intravedono anche dei minuscoli veicoli in movimento sulle strade. Un panorama impressionante ed inatteso. È tempo di tornare, per fortuna ora sentieri e gradini saranno in discesa.


