Premessa

Dai racconti sui qanat in Iran ricorderete che abbiamo costituito il Qanat Project dedicato agli studi per gli acquedotti sotterranei in zone desertiche. Fummo in tre a promuovere il progetto: il Prof. Ezio Burri, allora docente di Geografia presso l’Università di L’Aquila; il Dott. Angelo Ferrari ed io, al tempo ricercatori dell’Istituto di Chimica Nucleare del CNR (ora Istituto dei Sistemi Biologici). Visti i buoni risultati degli studi in Iran, pensammo di estenderli ad altri Paesi e scegliemmo come successiva destinazione la Giordania.

 

Si vola in Giordania

Dopo il primo viaggio in Iran effettuato alla fine del 2008 eravamo rimasti molto soddisfatti dal lavoro svolto e dalle prospettive, pertanto valutammo l’opportunità di allargare i nostri studi sui qanat presenti in altri paesi. Sia l’Università aquilana, sia un altro istituto del CNR avevano rapporti scientifici con il Prof. Guido Vannini, ordinario di Archeologia Medievale presso l’Università di Firenze. Egli coordinava il progetto “Petra medievale” della sua università, con un team fisso in Giordania per gli studi archeologici.

Ezio contattò Vannini e gli spiegò le nostre intenzioni e la nostra disponibilità a collaborare con il loro progetto, trasferendo i futuri risultati dei nostri lavori e un corredo fotografico delle aree circostanti i siti studiati dal team fiorentino. Vannini accettò la proposta ed offrì un utilissimo supporto logistico, permettendoci di utilizzare l’abitazione che avevano in affitto in Giordania.

Wadi Musa, la nostra camera con tre letti (Foto A. Ferrari)

Si poteva ripartire: avevamo l’accordo con la missione fiorentina, avevamo qualche fondo garantito dal Ministero degli Esteri. Fissammo con la responsabile del team in Giordania la data per recarci nei pressi di Petra, il gioiello giordano, ospiti nel loro appartamento affittato, che sarebbe stato anche la nostra base operativa. Saremmo andati per circa una settimana nel novembre 2009, avremmo visitato il luogo che stavano studiando i fiorentini e perlustrato i dintorni.

Effettuammo un approfondito studio bibliografico e sul web per impostare i punti chiave degli studi che avremmo realizzato. Trovammo vari cenni a insediamenti collegati alla gestione idrica, ma dalle immagini satellitari sembrava che i qanat della regione non fossero in ottime condizioni, una ragione in più per andare a controllare de visu.

Ci demmo alcuni obiettivi prioritari: visitare il luogo di studio della missione fiorentina, il Castello di Shobak, e rilevare l’eventuale presenza di sorgenti, tratti di qanat o canali per l’adduzione dell’acqua; esplorare i dintorni effettuando un insieme di foto per contestualizzare il panorama quotidiano di chi quelle stesse strutture viveva in continuità insediativa; infine cercare di individuare i qanat che sarebbero dovuti essere nella zona fra Petra e Ma’an. Io, oltre a dare un aiuto ai colleghi, sarò impegnato con gli studi della concentrazione del radon nei qanat che troveremo e forse nel castello o in qualche grotta, se ci sono ambienti chiusi interessanti.

Prepariamo gli strumenti da portare per gli studi, ci attrezziamo con scarponi e ghette di plastica per proteggere i pantaloni, poiché ci hanno detto che vi sono nelle zone desertiche scorpioni e serpenti, come poi riscontrammo. Insieme con noi, nei due viaggi che effettuammo nel 2009 e nel 2010, vennero studenti e studentesse dell’Università di L’Aquila ed esperti speleologi, amici di Ezio che è anch’egli un provetto speleologo. Non li cito direttamente, anche per ragioni di privacy. Alla responsabile della missione fiorentina assegno il nome di Dora, alle due studentesse di L’Aquila Carla e Alba, lo speleologo che ci accompagnò nel primo viaggio lo chiamo Paolo.

 

L’Autostrada del Deserto e il muflone

Quando atterrammo all’aeroporto di Amman non ci furono problemi in dogana e all’uscita trovammo un addetto con un cartello “CNR Italia” che ci condusse alle due auto che avevamo noleggiato (eravamo 6 in totale), in modo da poter essere più liberi e autonomi negli spostamenti, un’ottima idea di Ezio. Una era bianca, l’altra grigio scuro, ci offrimmo di guidare Angelo ed io e poi restammo i taxi-driver ufficiali per quasi tutte le uscite durante la settimana.

L’addetto ci diede le chiavi delle auto, controllammo che fosse stato effettuato il pieno di carburante, poi ci diede una mappa con scritte in inglese per fortuna, ci accompagnò all’uscita dall’area aeroportuale indicando la direzione da seguire verso sud, ci disse che avremmo percorso una strada che seguiva il tragitto della “Strada dei Re” per raggiungere Aqaba, sul Mar Rosso; avremmo dovuto uscire seguendo l’indicazione per Petra.

Partimmo con un po’ di preoccupazione, non conoscevamo la strada, non sapevamo se avremmo incontrato molto traffico, posti di blocco, problemi vari. Tutte congetture vane, abbiamo percorso l’”Autostrada del Deserto” già sgombra di auto poco dopo Amman, dovevamo arrivare, percorrendo circa 200 km, a Wadi Musa, cittadina nei pressi di Petra, viaggio tranquillissimo.

Poiché guidavo la prima auto, una Chevrolet Epica LS, per altro non un fulmine di guerra, all’inizio sono stato attento a rispettare i limiti di velocità, ma ho notato che ero l’unico a farlo. Ci sorpassavano come fossimo fermi, lo fece rapido anche un pick up con un muflone (o un caprone?) a bordo! Non solo; nei tratti in cui la strada era a due corsie, a volte l’auto che veniva dalla direzione opposta tagliava in contro-mano la curva che dopo pochi secondi avremmo percorso noi.

Muflone che viaggia comodo lungo l’Autostrada del Deserto (Foto mia)

Allora non ce l’ho fatta più, si è svegliato in me l’animo rosso da ferrarista (già ferito da un’annata pessima in F1 nel 2009) e ho pigiato sull’acceleratore, come faccio regolarmente in Italia, tagliando anche le curve se c’era un po’ di visuale e iniziando a fare qualche sorpasso a iniziare dal muflone; insomma “guida giordana” come l’abbiamo battezzata. È durata poco. Ezio e Carla hanno subito protestando, ipotizzando possibili sciagure bibliche e ho dovuto alzare il piede…

Dopo circa due ore e mezza di viaggio imbocchiamo l’uscita per Petra, in auto discutiamo sull’aspettativa che abbiamo nel poter visitare uno dei siti più famosi e interessanti al mondo. Seguiamo le indicazioni ed entriamo in Wadi Musa.

 

Wadi Musa e il nostro alloggio

Wadi Musa è un paesino con circa 17.000 abitanti (dato 2009), costruito sul versante di una collina in una zona in buona parte desertica, a distanza di un paio di chilometri dall’ingresso all’area che circonda Petra.

Il termine wadi in arabo significa “letto del fiume” e viene usato anche per indicare una valle fluviale ove il corso d’acqua è ormai asciutto, è un termine che troveremo più volte nel prosieguo. Il significato di “Musa” forse sorprenderà anche i lettori, come sorprese noi; è una traslitterazione del nome di Mosè.

La tradizione indica questo luogo come quello in cui Mosè obbedendo, pur se non molto convinto, all’indicazione di Dio, picchiò con il suo bastone una roccia e da lì uscì una sorgente di acqua dolce per dissetare il suo popolo. La sua incertezza fu punita dal Dio biblico che permise a Mosè di condurre il suo popolo alla Terra Promessa, ma lo fece morire mentre la guardava per la prima volta dal Monte Nebo – “Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai” (Dt 34,4).

La sorgente di Mosè presso Wadi Musa (Foto A. Ferrari)

 Certamente in un remoto passato la sorgente era copiosa, tanto che da essa era tratta l’acqua per provvedere la città di Petra. Il giorno dopo visitammo quello che viene indicato come luogo della sorgente miracolosa, rimanemmo perplessi, ma anche un po’ impressionati di essere in un luogo citato con precisione dalla Bibbia.

Wadi Musa, veduta dalla collina (Foto A. Ferrari)

Troviamo facilmente il palazzetto dove c’è l’abitazione affittata dal team dell’Università di Firenze; portiamo sopra i bagagli. Ricercatori e studenti sono fuori a lavoro, incontriamo solo una studentessa che era rimasta a scrivere i dati raccolti il giorno prima.

Ci mostra la stanza dove ci sono i tre letti per noi, un’altra a due posti sarà usata da Alba e Clara, Paolo andrà a dormire in una camera dove sono due studenti. Poi vediamo la sala riunioni con un tavolo grande e alcune scrivanie, dove nel pomeriggio si consultano i pc e si possono scrivere gli appunti e nella sera, congiungendo i tavoli, ci troveremo tutti per cenare insieme; un paio di ragazzi locali vengono la mattina per fare le pulizie, fare la spesa e per cucinare la nostra cena.

Subito una sorpresa non molto gradita: vi sono due bagni entrambi con la doccia, niente bidet, ma la doccetta come in Iran, almeno il vaso è simile al nostro in Italia. Il problema è che i condotti fognari in quasi tutta la Giordania hanno tubature di piccolo diametro, per cui è assolutamente vietato buttare nel vaso la carta igienica, che invece va smaltita nella piccola pattumiera a pedale messa lì vicino. Ci guardiamo piuttosto perplessi e schifati, ma ovviamente obbediremo all’indicazione fornita.

 

Wadi Musa, la prima passeggiata

Apriamo i bagagli, prepariamo gli zaini per il primo giorno di lavoro l’indomani, lavaggi veloci e poi usciamo per vedere un po’ la cittadina, scendendo verso l’ingresso all’area di Petra. Prime scoperte incoraggianti rispetto all’esperienza iraniana: incontriamo alcune donne e ragazze, tutte hanno un velo o un foulard e spolverini lunghi in genere di colori scuri, ma nessun chador e sorridono incrociandoci, forse perché c’erano con noi anche le ragazze, per quanto senza velo.

Incontriamo piccoli negozi aperti con alimentari, vestiti, attrezzi da cucina, in uno più elegante vi sono tappeti, piatti, oggetti di legno. Ci fermiamo a chiacchierare con il negoziante che ci invita ad entrare, parla benino l’inglese e sa un po’ di italiano, ci chiede se siamo di Firenze, dicendo che tutti gli altri della missione sono suoi clienti. In effetti poi ci sarà utile per organizzare qualcosa di particolare, purtroppo i tappeti non hanno niente a che fare con quelli persiani.

Wadi Musa, ragazze uscite dalla scuola (Foto A. Ferrari)

Andiamo avanti lungo la via centrale di Wadi Musa e troviamo un bel bar con tavolini all’esterno e una bella vista delle montagne che contornano la città incantata. Ci sediamo e inaspettatamente apprendiamo che possiamo anche ordinare vera birra o vero vino, i superalcolici non sono disponibili.

Memori dell’astemia obbligatoria a Shahrood, anche se non è nel nostro costume, prendiamo quasi tutti la birra, una delle colleghe preferisce un’acqua tonica. Ci arrivano lattine chiuse e fredde di una nota birra olandese e boccali gelati; visto il caldo, è una delizia già solo poter sentire lo spumeggiare del liquido ambrato mentre lo versiamo.

Concordiamo fra noi il programma per l’indomani, potremo andare con Dora e i fiorentini al Castello, per iniziare a conoscere i luoghi ove fanno i loro rilievi, ma anche per vedere intorno all’area del Castello se c’è il qanat e la sorgente di cui avevamo letto. Finiamo la birra e torniamo alla casa per conoscere gli altri e poi partecipare alla prima cena giordana.

 

La cena dei due team

Incontriamo Dora, la ricercatrice che lavora con il Prof. Vannini e coordina il gruppo di lavoro in Giordania e le altre studentesse e studenti che sono venuti per la missione, molti sono qui da un mese o più. Ci raccontano di avere un ritmo serrato per realizzare il lavoro di cui si occupano; si recano presso il Castello verso le 9 e vi lavorano fino alle 16 o 17; poi tornano all’appartamento per le docce, un po’ di internet e la cena comune.

Wadi Musa, il tavolo apparecchiato per le cene conviviali (Foto A. Ferrari)

In breve siamo tutti attorno al tavolo grande per cenare; noi del team ospitato ci presentiamo e introduciamo le nostre istituzioni, raccontiamo le attività scientifiche che vorremmo condurre, facendo qualche cenno sul lavoro iniziato in Iran, poi riportiamo un po’ di notizie fresche dall’Italia di cui loro hanno nostalgia. Dora e gli altri ci raccontano quel che stanno facendo presso il Castello di Shobak, è bello ascoltare il loro entusiasmo.

Il ragazzo giordano che bada alla casa porta un grande piatto di riso e pollo bollito, ciotoline di hummus (crema di ceci con sesamo e cumino) e la pita (pane lievitato fatto con farina di grano) morbida, ma fredda; al termine possiamo concludere la cena con alcuni frutti.

Con la fame che avevamo, spazzoliamo via tutto e ringraziamo il cuoco improvvisato. Ancora un po’ di chiacchiere, qualcuno di noi, me compreso, esce fuori per fumare; facciamo i turni per andare in bagno e poi in molti andiamo presto a letto per leggere o già riposare, alcuni si fermano con i pc per scrivere appunti o leggere notizie.