
Sul Corriere di Pasqua è apparso un articolo del Professor Cassese dal titolo “Il fossato tra Stato e società”.
Le prime righe introducono una riflessione a base di numeri che impone di rendersi conto che oramai le belle parole della politica hanno fatto il loro tempo
: 85 anni di lotta, dal 1861 al 1946, hanno portato il nostro Paese al suffragio universale, alla democrazia; fra il 1983 ed il 2022 – trentanove anni – un terzo degli aventi diritto a votare non ci vanno più.
Quando a maneggiare numeri ci si mette il Professor Cassese, anche se non sono “primi”, ci rivelano la realtà meglio dei libri di storia.
Sull’abbrivio delle riflessioni del Professore, non possiamo negare che nel mondo intero stiamo vivendo una regressione sociopolitica irreversibile e la cinquantina di conflitti in corso ne sono il portato. Da qualche settimana possiamo aggiungere lo Stato Città del Vaticano fra i confliggenti!
Ritornando al nostro Bel Paese, dobbiamo riconoscere che il degrado sociopolitico che stiamo vivendo è frutto, oltre che della consolidata diserzione di un terzo dei votanti, anche dell’invecchiamento degli inscritti nelle liste elettorali.
Il primo elemento porta alla scarsa rappresentatività degli eletti, per tacere della loro scarsa qualità; l’altro elemento causa un innegabile parziale disorientamento/riorientamento di coloro che seguitano a votare.
Il ritorno alle urne del mese scorso dimostra semplicemente che fra “elezioni politiche” e “referendum popolare” c’è qualche differenza, e quindi l’esito non può risultare utile per preconizzare come andrà alla prossima consultazione elettorale.
Non dimentichiamo che alle politiche del ‘22, fra Camera e Senato, la maggioranza ebbe oltre 24 milioni di schede, la minoranza oltre 14 milioni e gli altri partiti oltre 8 milioni; mentre nel referendum 2026 i “no” son stati 15.085.410 ed i “sì” 13.250.709: raffrontando il numero dei voti, anziché le percentuali, il risultato appare ben più spettacolare.
Comunque, sarebbe poco scientifico pretendere di trarne un vaticinio per le prossime politiche ed anche la recente esperienza vissuta in Ungheria appare inadatta a vaticinare: va ancora approfondita e non è idonea a consentire valutazioni utili per il nostro 2027. D’altronde si tratta di un Paese con storia, cultura, realtà sociale, esperienze politiche assolutamente differenti e la breve convivenza finora vissuta in Europa con i magiari lo dimostra in maniera abbastanza evidente.
L’anno e mezzo che aspetta l’Italia sarà molto drammatico da vivere, e le abnormi temperature estive che raggiungeremo l’anno prossimo potranno essere letali.
Non ci resta che sperare in un anticiclone europeo di passaggio sull’intera Penisola verso settembre.
Quello che è successo in questo breve volgere di tempo dopo il referendum – 25 aprile compreso – ci deve indurre a riflettere un po’ di più: si sono ripetuti dei fatti che già l’anno scorso avevano fatto scattare l’allarme e l’altro giorno sono stati ancora più preoccupanti, perché le guerre in corso proseguono nella loro escalation, forse non precipitosa, ma inesorabile.
Sia i partiti attualmente al governo, sia quelli all’opposizione, non hanno la minima idea di quello che succederà e di quello che potranno combinare fra un anno e mezzo, o quando sarà.
Intanto proprio oggi il Governo festeggia 1.288 giorni di vita, secondo per durata fra tutti i Governi succedutisi in ottanta anni di democrazia italiana.
L’elettore invece, preso fra guerre e assalto dei prezzi, sta già provvedendo ad aggiungere qualche forellino alla cinta ed a cominciare a pensare ai figli ed alle figlie al fronte.
In questo incubo, dobbiamo anche mettere in conto l’uccisione di qualche Capo di Stato che certamente – di chiunque si tratti – non favorirebbe la distensione nel mondo.
Non possiamo nasconderci che ideologie e movimenti, messi fuori gioco dall’esito della seconda guerra – o oltre cortina quarantaquattro anni più tardi – si stanno riaffacciando prepotentemente alla ribalta, con rischi imprevedibili per un’infatuazione che nei Paesi occidentali ci ostiniamo a chiamare “democrazia”.
Paesi che, grazie all’immane sacrificio dei propri figli, avevano salvato e riaffermato i valori della convivenza pacifica e del consolidamento democratico, ma oggi stanno vivendo una crisi dalla quale sarà molto difficile uscire senza un drammatico confronto al proprio interno e con le società orientali ed africane.
Non si può negare che le immagini e le cronache che giungono da quei Paesi mostrano realtà simili alle nostre, ricche come sono di grande fermento, di mutamenti sociali, di armi sofisticate, ma ben differenti in alcuni aspetti del loro sentire.
Popolazioni che sentono ancora quel richiamo alla guerra che nell’Occidente europeo appare oramai indebolito sia per l’invecchiamento della popolazione, sia per il suo adagiamento in una PAX pur meritoriamente difesa per ottanta anni.
Certamente non possiamo negare che quarantaquattro anni di vicinato con l’Europa dell’Est ci avevano tenuto in allenamento, ma nei successivi ci siamo adeguati ad una insperata tranquillità.
Fortunatamente, grazie alle nostre valide difese elettroniche, è possibile (oggi! Ma per quanto tempo?) fronteggiare digitalmente quegli eventuali missili che dovessero giungere dopo quattro mila kilometri di viaggio.
Uno spirito guerriero non rinasce schiacciando un pulsante e dovremo rassegnarci al ritorno degli eserciti di leva e degli allarmi aerei ……mentre un Tizio ci osserva dall’alto della sua Muraglia.


