La storia dell’integrazione europea non può essere raccontata senza l’Italia. Dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi, il nostro Paese ha svolto un ruolo costante, spesso decisivo, nel far avanzare un progetto politico che ha trasformato il continente. L’Europa è stata per l’Italia una scelta di destino: la cornice entro cui ricostruire la democrazia, modernizzare l’economia, ritrovare credibilità internazionale. Ma è stata anche un terreno in cui la diplomazia italiana ha saputo esprimere il meglio di sé, con una capacità di mediazione e di visione che ha lasciato un’impronta profonda.
Tutto comincia con Alcide De Gasperi, che in un Paese devastato dalla guerra comprende che l’Europa è l’unico modo per uscire dall’isolamento e ricostruire una democrazia credibile. L’Italia non si limita a aderire ai primi progetti comunitari: li orienta. La Conferenza di Messina del 1955, voluta e guidata da Gaetano Martino, è il primo grande momento in cui l’Italia imprime un’accelerazione decisiva. Da quella riunione nasce il Rapporto Spaak, che porterà ai Trattati di Roma del 1957 e alla nascita della Comunità Economica Europea. Senza Messina, Roma non sarebbe esistita. E senza Roma, l’Europa non avrebbe avuto il suo primo vero mercato comune.
Negli anni Ottanta, l’Italia torna protagonista. Al Consiglio europeo di Milano del 1985, Bettino Craxi rompe gli indugi e mette ai voti la convocazione della Conferenza intergovernativa che porterà all’Atto Unico Europeo. È un gesto politico di grande forza, che apre la strada al completamento del mercato unico e alla prima grande riforma istituzionale dai tempi dei Trattati di Roma. È un altro passo marcato dall’Italia, un momento in cui il nostro Paese dimostra di saper guidare l’Europa, non solo seguirla.
Con la fine della Guerra fredda, l’Europa deve reinventarsi. E ancora una volta l’Italia è al centro del processo. Le due Conferenze intergovernative del 1990, convocate a Roma, aprono la via al Trattato di Maastricht: una per l’Unione economica e monetaria, l’altra per l’Unione politica. È in quelle stanze che prende forma l’euro, ed è in quelle trattative che la diplomazia italiana svolge un ruolo di equilibrio e di impulso, contribuendo a definire l’architettura della nuova Unione Europea.
Anche la stagione successiva porta un’impronta italiana. A Nizza, nel 2000, l’Unione si prepara all’allargamento a Est e alla necessaria riforma delle istituzioni. È in quel contesto che nasce la proposta Amato‑Schröder, che apre la via al processo costituente europeo e alla Convenzione incaricata di redigere il progetto di Trattato costituzionale. Quel lavoro sfocia nella firma solenne del Trattato costituzionale a Roma nel 2004, nella sala degli Orazi e Curiazi: un momento simbolico, quasi un ritorno alle origini del 1957. Il progetto sarà poi affossato dai referendum francese e olandese del 2005, ma i suoi contenuti — dalla personalità giuridica unica dell’Unione al rafforzamento del Parlamento europeo, fino alla figura del Presidente stabile del Consiglio europeo — verranno in larga parte recuperati nel Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009.
Poi arriva la crisi del 2008, che mette a nudo i limiti di un’Europa incompleta. L’Italia ne esce ferita, più fragile, più divisa. Ma resta comunque un attore indispensabile: nella gestione del debito, nella riforma della governance economica, nella definizione delle politiche migratorie. È una fase difficile, ma non segna la fine del ruolo italiano: lo trasforma.
Oggi, però, il contesto internazionale impone all’Italia di tornare protagonista. La guerra in Ucraina ha riportato la geopolitica al centro dell’agenda europea, costringendo l’Unione a ripensare sicurezza, energia, difesa comune. La competizione globale tra Stati Uniti e Cina ridisegna gli equilibri economici e tecnologici. L’instabilità del Mediterraneo, la pressione migratoria, la transizione ecologica e l’allargamento ai Balcani e all’Ucraina richiedono un’Europa più politica, più coesa, più capace di agire.
In questo scenario, l’Italia ha una responsabilità storica: recuperare il ruolo che ha avuto nei suoi momenti migliori. Essere ponte tra Nord e Sud, tra Mediterraneo e continente, tra atlantismo e autonomia strategica. Essere forza di proposta, non di reazione. Essere Paese che costruisce consenso, non che lo insegue.
Messina, Milano, Roma, Nizza: le grandi svolte europee parlano italiano. Oggi l’Europa è di nuovo a un bivio. E l’Italia, se sceglie di esserlo, può tornare a essere una delle sue forze trainanti.


