Dentro le carceri d’Italia nell’estate che brucia
Fuori, l’Italia si spalma di crema solare e corre al mare. Dentro, tremila corpi ammassati in spazi pensati per la metà respirano la stessa aria ferma, la stessa aria calda, la stessa aria che non si rinnova da ore. Perché le finestre — quando ci sono — hanno le schermature. Perché i blindati di notte vengono chiusi. Perché le celle di cemento costruite con l’architettura brutalista degli anni Ottanta non disperdono calore: lo accumulano di giorno, lo restituiscono di notte, non smettono mai.
L’estate in carcere non è la stagione delle vacanze. È una condanna aggiuntiva, non scritta in nessuna sentenza.
Un forno con 64.436 persone dentro
I numeri del sistema penitenziario italiano, all’alba di questa estate 2026, sono quelli di una crisi strutturale senza precedenti. Al 30 aprile scorso nelle carceri italiane erano ristrette 64.436 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti, che si riducono a soli 46.318 posti realmente disponibili. Il tasso reale di sovraffollamento ha raggiunto il 139,1%, secondo l’ultimo rapporto di Antigone, con 73 istituti in cui supera il 150% e otto in cui sfonda il 200%. Solo 22 carceri su 190, in tutto il Paese, non risultano sovraffollate.
La media nazionale, già allarmante, nasconde situazioni di vera e propria emergenza umanitaria. Lucca è al 246%, Foggia al 225%, Grosseto al 213%, Lodi al 212%, Milano San Vittore al 210%: cinque carceri in cui vivono il doppio, o più del doppio, delle persone che quelle strutture potrebbero contenere. A San Vittore, 702 posti regolamentari, 345 non disponibili, 857 detenuti. Un’equazione che non torna, non può tornare, non tornerà finché non cambierà qualcosa di radicale.
Ogni corpo in più in una cella moltiplicava già la sofferenza in condizioni normali. D’estate, la moltiplica ancora. Il caldo non è un disagio: è un rischio sanitario concreto per migliaia di persone vulnerabili — anziani, malati cronici, chi soffre di patologie cardiache, chi assume farmaci che interagiscono con le alte temperature. Colpi di calore, disidratazione, crisi ipertensive. L’inferno in terra non è una metafora: è una diagnosi.
Ore d’aria nelle ore più calde
L’Ordinamento penitenziario, all’articolo 10, prevede quattro ore di permanenza all’aperto per i detenuti. Quattro ore che, in teoria, dovrebbero offrire sollievo. In pratica, in molti istituti vengono concesse nei momenti più caldi della giornata. Il secondo gruppo esce dalle 13 alle 15. Mezzogiorno passato, sole a picco, cemento rovente sotto i piedi.
I cortili di passeggio — quei “cubicoli di cemento” che chi ha visto un carcere da dentro non dimentica — non hanno alberi. Non hanno ombre. Non hanno punti d’acqua funzionanti, o li hanno rotti, o li hanno mai avuti. Sono aree murate su tutti i lati, spazi che di giorno diventano trappole di calore irradiante. Molti detenuti scelgono di rinunciare all’ora d’aria e restare in cella: perché uscire in quella fornace, senza acqua, senza riparo, finisce per essere peggio di non uscire.
Questo non è un caso isolato. Antigone lo documenta istituto per istituto. A Roma, nel carcere di Regina Coeli, l’acqua corrente è disponibile solo in alcune ore della giornata. A Milano, l’unico modo per avere un ventilatore è acquistarlo da sé, a 30 euro, una cifra spesso fuori portata per chi non ha risorse. E comunque non più di due ventilatori per cella, anche se i detenuti sono otto. Ventilatori che, nel caldo secco di luglio, spostano aria calda.
Nel 44% degli istituti visitati da Antigone le finestre delle celle hanno schermature che bloccano la circolazione naturale dell’aria. La notte, oltre alle sbarre, viene chiusa anche la porta blindata: l’aria smette di passare del tutto. Non si tratta di impedire fughe. Si tratta di un regolamento che non considera il corpo umano come una variabile rilevante.
La circolare fantasma
C’è un documento che molti conoscono e che quasi nessuno ha mai applicato davvero. È la cosiddetta Circolare Estate, riproposta da Santi Consolo quando era a capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Una circolare che chiedeva cose di buon senso elementare: modulare gli orari dei passeggi per evitare le ore più calde, garantire punti idrici funzionanti e nebulizzatori nei cortili, realizzare — laddove possibile — aree ombreggiate, fornire acqua in bottiglia dove i problemi idrici rendono inaffidabili gli impianti, riformulare i menu estivi, tenere aperte le finestre delle celle di notte per far circolare l’aria.
Misure semplici. A basso costo. Ovvie, se si considera che parliamo di esseri umani.
È rimasta lettera morta.
Oggi, nel 2026, quelle stesse condizioni denunciate anni fa si ripresentano identiche, aggravate da un sovraffollamento cresciuto ancora di quattro punti percentuali rispetto all’anno scorso. Il DAP ha recentemente emanato una circolare denominata “Attenzionamento in vista della stagione estiva” (GDAP-0152671-2026), ma le denunce di questi giorni — frigoriferi rimossi dalle celle per ordine dello stesso DAP e relegati in spazi comuni, ore d’aria nei picchi di calore, assenza di riparo — raccontano di buone intenzioni che non arrivano alle sezioni.
Il deserto delle attività
L’estate peggiora una condizione già critica dal punto di vista del vuoto trattamentale. In carcere le attività si svolgono poco tutto l’anno — solo il 29,3% dei detenuti lavora, e l’85,6% di loro alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria in mansioni difficilmente spendibili fuori; solo il 7,9% frequenta corsi di formazione professionale; solo il 31% segue percorsi scolastici. D’estate, questo poco diventa quasi niente.
Associazioni, cooperative sociali, volontariato: chi porta vita dentro le carceri sono loro, nella maggior parte dei casi. Ma anche questo canale si è ristretto. Una circolare del DAP dell’ottobre 2025 ha centralizzato a Roma le autorizzazioni per le attività culturali, educative e ricreative negli istituti con sezioni di Alta Sicurezza, 41-bis e collaboratori di giustizia — comprese le sezioni di media sicurezza presenti negli stessi istituti. Il risultato è una burocrazia che paralizza: “la fine della partecipazione della comunità esterna alle iniziative culturali e ricreative”, ha scritto il Garante della Regione Lazio Stefano
Anastasia, “un balzo all’indietro di più di quarant’anni.”
L’estate svuota ulteriormente: i volontari vanno in vacanza, i teatri chiudono, le attività sportive si interrompono. Resta il caldo, resta la cella, resta il tempo che non passa.
Una crisi che si chiama scelta politica
Nel 2025 in carcere si sono tolte la vita 82 persone. Dall’inizio del 2026, già 24. In meno di un anno e mezzo, 106 suicidi. Il 2025 ha registrato anche 254 decessi complessivi tra i detenuti, il dato più alto degli ultimi decenni. Un detenuto su cinque compie atti di autolesionismo.
Questi numeri non sono il prodotto del caso. Sono il risultato di un sistema che si inceppa deliberatamente: il governo, dall’inizio della legislatura, ha introdotto oltre 55 nuovi reati e inasprito più di 60 aggravanti, riempiendo le celle di persone che entrano sempre più numerose ed escono sempre meno. Le misure alternative alla detenzione — l’affidamento in prova, la detenzione domiciliare — sono calate per la prima volta dopo anni. “Dal carcere si esce sempre meno. Si viene murati vivi”, scrive Antigone nel suo XXII Rapporto. Nel frattempo, il Piano Carceri annunciato dal governo, invece di aumentare i posti disponibili, ha visto quei posti diminuire di 537 unità dall’avvio del piano.
L’estate è lo specchio di questa scelta. Perché basterebbero misure semplici — aprire le porte delle celle di notte, spostare le ore d’aria, installare punti d’acqua, rendere effettiva la circolare estate già scritta — per ridurre una sofferenza concreta, misurabile, documentata. Non si tratta di indulgenza. Si tratta di rispettare l’articolo 27 della Costituzione, che stabilisce che le pene non devono essere contrarie al senso di umanità.
Invece il caldo continua, estate dopo estate, a proclamare che dietro le sbarre l’umanità è solo un ricordo lontano.
Fonti: Rapporto Antigone XXII (maggio 2026), Report del Garante Nazionale per i Diritti delle Persone Private della Libertà Personale (aprile 2026), dati del Ministero della Giustizia, circolari DAP.


