Annunciata come una svolta d’epoca per svuotare le carceri, la nuova misura per l’invio dei detenuti con dipendenze nelle comunità terapeutiche si rivela per ciò che è: un capolavoro di illusionismo burocratico dove i numeri non tornano e i posti reali coprono appena il 2% del fabbisogno.
Ci voleva il genio della politica nostrana per inventare un sistema in grado di risolvere due problemi contemporaneamente: il sovraffollamento carcerario e la solitudine delle festività natalizie. Come? Con la grande “Tombola della Speranza”, la nuova ed entusiasmante attrazione del sistema penitenziario italiano.
Il funzionamento è di una semplicità disarmante. Da un lato abbiamo i solenni annunci ministeriali che promettono di spalancare le porte della prigione a ben 5.000, forse 10.000 detenuti affetti da dipendenze, avviandoli verso percorsi di recupero in comunità terapeutiche. Dall’altro lato abbiamo la matematica — quel noioso ostacolo che la propaganda tende sempre a sorvolare —, che ci dice che lo stanziamento effettivo di bilancio coprirà le rette di appena 500 persone.
In pratica, su una platea di diecimila aventi diritto, 500 saliranno sul pullman della salvezza, mentre gli altri 9.500 rimarranno a guardare le sbarre. Un successo statistico clamoroso: il 98% di delusi e un fortunato 2% che potrà festeggiare.
“Ambo, quaterna, cinquina… e scarcerazione!”
Viene spontaneo immaginare la scena nelle sezioni detentive il prossimo dicembre. Al posto del solito e deprimente tabellone del bingo, gli educatori e il personale della polizia penitenziaria potrebbero organizzare una vera ed estrazione a sorte.
“Numero 47: l’estratto ha diritto a tre mesi di percorso di disintossicazione! Numero 12: mi dispiace, la tua pratica giace in fondo a una scrivania al SerD, ritenta l’anno prossimo!”
Perché è proprio questa la logica che sottende a una norma priva di coperture finanziarie: trasformare un diritto alla cura e alla riabilitazione in una lotteria riservata a pochi fortunati. Una sorta di Hunger Games della burocrazia sociale, dove per vincere non serve solo la fortuna nell’estrazione, ma anche una combinazione astrale irripetibile: trovare una comunità terapeutica che abbia un letto libero (spoiler: sono già tutte sature), ottenere in tempi record le relazioni dell’UEPE e le certificazioni dei SerD (strutture con organici all’osso e liste d’attesa chilometriche) e magari disporre di un bell’avvocato privato in grado di sollecitare le pratiche ogni tre giorni.
C’è poi un tocco di raffinato cinismo nel modo in cui lo Stato gestisce l’accoglienza. Non volendo spendere un euro in più per potenziare la sanità penitenziaria o per assumere psicologi ed educatori dentro le carceri pubbliche, si decide di “esternalizzare” il problema al privato sociale. Si bussano alle porte delle comunità terapeutiche dicendo: “Vi mandiamo migliaia di persone, siete contenti?”, dimenticando però di allegare l’assegno per coprire le rette giornaliere.
Il risultato è un capolavoro di equilibrismo:
- Si rassicura l’opinione pubblica dichiarando di aver approvato una legge “svuota-carceri” e d’avanguardia.
- Non si scontenta il rigore di chi vuole le “pene certe”, dato che nei fatti nelle celle rimarranno quasi tutti.
- Si scarica la patata bollente sulle strutture del terzo settore e sulle famiglie, lasciate sole a navigare nel mare della burocrazia.
In fondo, a chi importa se un ragazzo di diciannove anni si dispera in una cella di Pordenone fino al compimento dell’estremo gesto, o se migliaia di persone tossicodipendenti continuano a scontare la pena in contesti che peggiorano soltanto la loro patologia? L’importante è aver confezionato il titolo per il telegiornale delle venti, aver sbandierato la “riforma epocale” e potersi dedicare con la coscienza pulita alla prossima passerella istituzionale.
Per i detenuti non resta che sperare nella buona sorte. Nel frattempo, preparate i fagioli per segnare i numeri sulle cartelle: a dicembre la ruota della fortuna penitenziaria tornerà a girare.


