Salgono come razzi, scendono come piume. È la sintesi più cinica e più esatta di come funziona il prezzo della benzina e del gasolio o del gas ogni volta che il Medio Oriente trema o saltano i gasdotti per azioni terroristiche. Basta una minaccia sullo Stretto di Hormuz o l’autolesionista eliminazione di un produttore, un comunicato ansiogeno delle agenzie di stampa, e il prezzo alla pompa si impenna nel giro di ore — mentre il carburante nelle cisterne italiane è stato comprato settimane prima, a un costo che quella tensione non l’ha mai vista. Poi, quando la crisi rientra, il prezzo scende. Ma lentamente, svogliatamente, quasi controvoglia, come una piuma vagante che si culla nell’aria, scendendo.
Questa asimmetria ha un nome nella letteratura economica, “rockets and feathers”, e non è un’invenzione polemica o giornalistica: è un fenomeno grave documentato da decenni in molti mercati, anche petroliferi. Eppure, viene sempre e sistematicamente raccontata come pura fisiologia di mercato, un aggiustamento “efficiente” alle aspettative future: un prezzo che anticipa il costo di riacquisto, non quello di produzione. È il mercato bellezza, e non ci puoi fare niente, parafrasando un noto film. Tecnicamente vero, ma moralmente è una evidente e per certi versi cinica scorciatoia.
È qui che tornano utili le parole di Federico Caffè, che chiamava questa deriva del mercato con il termine sonante di “mercatismo”: la trasformazione del mercato da strumento utile a dogma iniquo, capace di assolvere qualunque esito distributivo – anche parassitario – purché rivestito di linguaggio tecnico. Caffè metteva in guardia dagli economisti col “camice bianco”, quelli che scambiano la coerenza di un modello per neutralità etica, come se fissare un prezzo fosse un’operazione asettica o burocratica e non una scelta con vincitori e vinti ben identificabili, parassiti e vittime di un sistema parassitario.
I vincitori, in questo schema, non sono le compagnie più efficienti, ma chi occupa una posizione di rendita nella filiera — stoccaggio, raffinazione, distribuzione — e può adeguare il prezzo all’incertezza altrui prima ancora di sostenerne il costo reale. È la rendita di posizione di cui parlava Caffè: un guadagno che non nasce dal valore prodotto, ma dal punto strategico occupato nella catena.
Non si tratta ora di demonizzare il mercato, né di invocarne l’abolizione e certamente Caffè non era un pianificatore nostalgico, ma era, questo si, un riformista scomodo ed acuto osservatore dei sistemi iniqui. La sua lezione, applicata a questo caso, è semplice e attualissima: se un meccanismo produce sistematicamente un’asimmetria a danno del consumatore, la correzione non è un’eccezione emergenziale, ma un dovere strutturale — trasparenza sui margini di raffinazione, monitoraggio antitrust, *prelievi sugli extraprofitti da shock geopolitico*. Altrimenti il razzo continuerà a salire per tutti, e la piuma a scendere solo per chi la controlla o soffia nel vento.


