Gran Chaco, terra di orizzonti sconfinati, atmosfere incantate e di tante storie di straordinari personaggi.
Oggi vi racconto quella di in frate francescano, che lasciò il Granducato di Toscana per lontane terre inesplorate d’oltreoceano.

Annus Domini 1862.
Due mule scendono gli stretti tornanti di un sentiero lungo la profonda gola che il rio Pilcomayo ha scavato nel corso di centinaia di migliaia di anni, lasciando sulle pareti decorazioni in bassorilievo che coprono tutte le sfumature di marrone. Portano due frati e provengono da Tarija, città della Bolivia sede della Prefettura dei Francescani, situata sull’altipiano a quasi 2.000 metri di altezza.
Il viaggio è lungo. Giorno dopo giorno la strada scende, i tornanti del fiume si fanno meno stretti, le sue acque meno impetuose, la temperatura sale e la lussureggiante vegetazione tropicale é sostituita da piante più adatte ad un clima caldo e arido.
All’ultimo tornante i due viaggiatori tirano le redini e si affiancano per ammirare lo spettacolo.
Uno guarda l’orizzonte. Nei suoi occhi un insieme di dolcezza e determinazione.
Si rivolge all’altro e gli dice: “Guarda Fratello quello è il Gran Chaco.”
Di fronte a loro una sconfinata pianura intatta come nel giorno della creazione si estende per centinaia di leghe. Un mare verde, pensano i due, ed hanno ragione. Quello che ammirano è il letto prosciugato di un mare del Mesozoico. L’acqua salata non c’è più ma il sottile fascino e la suggestione delle sterminate distese di acqua salata é ancora lì davanti a loro.

Il frate che ha parlato ha appena compiuto 25 anni. Si chiama Doroteo Giannecchini. Di lui è giunto fino a noi un unico ritratto, opera del fotografo napoletano Vincenzo Mascio, pubblicato nell’ Album Fotografico de las Misiones Franciscanas en la Republica de Bolivia (1898). Rappresenta un umile religioso, dallo sguardo mite e dall’ atteggiamento dimesso che inducono in errore. Non lo sottovalutate, sotto quel saio di tela di sacco si nasconde una fibra d’acciaio, una volontà inflessibile, la capacità di affrontare sofferenze inaudite per inseguire sogni e ideali.

Come è arrivato il giovane frate ad affacciarsi dalle gole del Pilcomayo sulla pianura del Gran Chaco?
Torniamo indietro di qualche anno. Giannecchini era nato nel 1837 a Pascoso di Pescaglia nel Granducato di Toscana, vicino Lucca. Gli era stato imposto il nome di Massimino, ed egli aveva presto manifestato vocazione religiosa.
A 16 anni, novizio dell’Ordine Francescano presso il convento di San Cerbone (Lucca), fu ribattezzato fra’ Doroteo. Ottimo studente di latino, italiano, poetica, geografia e teologia, era disciplinato e attento osservante delle regole dell’Ordine ma, dentro di lui, covava un fuoco.
Un giorno giunsero nel convento di San Cerbone alcuni frati che intrattennero i confratelli con storie avvincenti delle lontane terre del Sudamerica. Erano una sorta di ufficiali reclutatori.
La rete delle Missioni Francescane d’oltre oceano era stata semi abbandonata durante le guerre di indipendenza sudamericane, ma ora la situazione politica si era stabilizzata. Gli edifici venivano restaurati e servivano energie fresche per un processo di rilancio.
Fra’ Doroteo ascoltava incantato i racconti dei suoi confratelli e il desiderio di portare luce e verità a chi viveva nel paganesimo faceva strada nel suo animo, per “esercitare il mio ministero apostolico…tra deserti sconosciuti e tribù feroci.” Come scrisse nel suo diario.
Il 21 giugno 1859 il giovane francescano saliva sulla passerella di un transatlantico, nel porto di Genova, diretto a Montevideo. Da lì un percorso via terra verso nord/nord ovest attraverso la pianura di Entre Rios verso le pendici delle Ande. 4 mesi di viaggio verso Tarija, sede della Prefettura alla quale facevano capo le Missioni fondate in 3 località situate sul bordo dell’immensa pianura del Gran Chaco ove era ancora impossibile penetrare.
A Tarija fra’ Doroteo restò un paio di anni. Poi il Prefetto capì che non era il caso di trattenerlo. Fu così che, nell’ anno del Signore 1862, accompagnato da un confratello, in sella ad una mula, il lucchese Giannecchini esce dalle gole del Pilcomayo e si affaccia su di una infinita distesa verde. Destinazione: San Francisco Solano.

Ai limiti del mondo conosciuto oltre il quale si estende la pianura del Chaco, l’Inferno verde che ancora nessuno è riuscito ad attraversare, i francescani hanno costruito 3 missioni. Tarairi a nord verso Santa Cruz de la Sierra, Caiza più a sud e in mezzo, sulle rive del Pilcomayo divenuto un placido fiume che scorre nella pianura con pigre anse, San Francisco Solano. Lì sono diretti i due frati.
Fra’ Doroteo sta per realizzare il suo sogno: portare la parola di Dio alle popolazioni indigene.
A San Francisco Solano il giovane religioso trascorre 15 laboriosi anni. E non risparmia le energie.
Quale fossero i suoi compiti lo spiega in una lettera indirizzata a sua madre: “Il Missionario tra i selvaggi è tutto e deve fare di tutto. E’ Padre, parroco, chirurgo, avvocato, giudice, dottore, fabbro, falegname, maniscalco, contadino, bifolco, letterato, povero, ricco.” Insomma l’uomo a 360 gradi di multiforme ingegno, che non ha paura di sporcarsi le mani.
Fra’ Doroteo si dedica alla costruzione di una chiesa, di una casa parrocchiale e di una scuola. La sua passione è coltivare i rapporti con gli indigeni, Fa venire da Tarija insegnanti per avviarli allo studio, una prassi innovatrice che verrà imitata in altre Missioni.
San Francisco ospita indigeni di 3 diverse etnie: gli Ava Guarani, i Wichi e i Qom. Questi ultimi, detti anche Toba, sono i più difficili da trattare. Fieri e temibili guerrieri resistono all’evangelizzazione.

Le missioni siano un tassello di una strategia di colonizzazione che, oggi è facile capirlo, ha prodotto non pochi danni. Fra’ Doroteo, legato ad un voto di obbedienza indissolubile, ne é inevitabilmente parte. Esegue disciplinatamente le istruzioni esercitando però due sue caratteristiche: curiosità e sensibilità.
La curiosità, che se bene interpretata è una virtù, lo porta a studiare le lingue Ava Guarani, Wichi e Qom , per comunicare meglio con i suoi adepti. Del guarani redigerà un dizionario. Si interessa alla produzione artistico/artigianale come espressione di cultura e raccoglie una collezione di artefatti conservati oggi, lo vedremo più in là, presso il Museo Antropologico di Firenze.
La sensibilità lo porta a non assumere atteggiamenti di superiorità che costruiscono barriere alla comunicazione e comprensione di una umanità e di una filosofia di vita diverse.
Nei suoi diari Giannecchini racconta di una conversazione con un vecchio della etnia Tapii, che gli dice: “Dio ci ha creati per bere, mangiare, cantare e ballare e ci ha dato la terra perché un giorno il nostro corpo sia racchiuso in essa, così come in essa racchiudiamo il seme del mais.” Fra’ Doroteo commenta: “ A questa gente, la cosiddetta civilizzazione non può portare beneficio alcuno.”
Obbedienza all’ Ordine ma anche un pizzico di illuminata sovversione.

Annus Domini 1877. Ad appena 40 anni Fra’ Doroteo è nominato Prefetto delle Missioni Francescane, con rango di vescovo. Ne è lusingato ma anche triste perché deve lasciare la missione di San Francisco Solano per trasferirsi a Tarija, sede della Prefettura.
Ha fatto carriera e potrebbe condurre una vita tranquilla e relativamente confortevole, consona alla sua età matura, ma il fuoco che arde dentro di lui e che lo ha spinto a lasciare le certezze di una vita monastica nel convento di San Cerbone e ad attraversare l’Atlantico non si è spento. L’ immagine di quella distesa sconfinata, di quello spazio senza fine pieno di pericoli e meraviglie sconosciute, che gli è apparsa 15 anni prima quando scendeva a dorso di mulo lungo le gole del Pilcomayo, è ancora viva nella sua memoria.
Mi accorgo ora che una puntata di questo blog non è sufficiente e che molti interrogativi sono privi di risposta.
I sogni giovanili di avventure tra deserti sconosciuti e tribù feroci verranno riposti nel cassetto dei ricordi, in omaggio ad una età che avanza? Resisterà l’umile frate a resistere alle sirene che lo spingerebbero a lasciare il clima gradevole e temperato di Tarija per rituffarsi nella fornace del Chaco?
A questi e ad altri appassionanti interrogativi troverete risposta nella prossima puntata di questo blog.
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