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    Home»Europa»Il bilancio europeo di Meloni: molte aspettative, pochi risultati e la fine dell’asse con Berlino
    Europa

    Il bilancio europeo di Meloni: molte aspettative, pochi risultati e la fine dell’asse con Berlino

    Rocco CangelosiDi Rocco CangelosiOttobre 20, 20260 VisualizzazioniLettura 6 min.
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    Meloni Consiglio europeo
    Meloni Consiglio europeo
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    Alla vigilia del Consiglio europeo, Giorgia Meloni aveva presentato al Parlamento una strategia ambiziosa: correggere le politiche climatiche europee più penalizzanti per famiglie e imprese, ottenere maggiore flessibilità di bilancio e rafforzare il peso dell’Italia nei grandi dossier dell’Unione. Il risultato finale appare però assai più modesto delle aspettative alimentate dal governo e delle dichiarazioni pronunciate dalla stessa presidente del Consiglio.

    Il principale terreno di confronto era l’ETS 2, il nuovo sistema europeo di scambio delle quote di emissione destinato a incidere direttamente sui costi dei carburanti, dei trasporti e del riscaldamento. Roma puntava almeno a un rinvio dell’entrata in vigore del meccanismo, ritenuto potenzialmente gravoso per cittadini e imprese in una fase economica già complessa.

    Nelle conclusioni approvate dai Ventisette, tuttavia, non compare alcun rinvio. Il compromesso raggiunto si limita all’inserimento di un paragrafo che invita la Commissione europea ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti dell’ETS 2, in particolare per quanto riguarda la sua struttura e le relative misure di salvaguardia. Bruxelles dovrà quindi rivedere le proprie analisi, ma l’impianto della riforma resta immutato e il calendario previsto non viene modificato. Un risultato che consente al governo italiano di rivendicare un riconoscimento delle proprie preoccupazioni, ma che sul piano concreto lascia le cose sostanzialmente come stavano.

    Anche sul fronte della flessibilità di bilancio i risultati sono apparsi limitati. Meloni, sostenuta dal premier greco Kyriakos Mitsotakis, ha chiesto maggiori margini per consentire agli Stati membri di affrontare l’aumento dei costi energetici. Ma a Bruxelles continua a prevalere l’ortodossia finanziaria. Nessuno intende mettere in discussione il Patto di Stabilità e crescita e permane una forte diffidenza verso nuovi strumenti di sostegno pubblico ai consumi energetici, considerati costosi e poco efficienti.

    Le conclusioni finali si limitano infatti a invitare la Commissione a valutare possibili misure aggiuntive nel breve periodo tenendo conto delle diverse condizioni nazionali. Una formulazione prudente che non introduce né nuove deroghe né risorse supplementari.

    Ma il vero dossier strategico che si è affacciato sul tavolo del Consiglio europeo riguarda il futuro quadro finanziario pluriennale dell’Unione per il periodo 2028-2035. È qui che si consumerà una delle più importanti battaglie politiche dei prossimi anni e dove emergono con chiarezza nuove linee di frattura all’interno dell’Europa.

    Da una parte si schierano i Paesi cosiddetti “coesionisti”, tra cui Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e numerosi Stati dell’Est, determinati a difendere le risorse destinate alla politica di coesione e alla politica agricola comune. Dall’altra si colloca il fronte dei Paesi “frugali”, guidato da Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, che punta a contenere l’aumento del bilancio comunitario e a destinare una quota crescente delle risorse alle nuove priorità strategiche: difesa, sicurezza, controllo delle frontiere, innovazione tecnologica e competitività industriale.

    La vera novità politica è che su questo terreno si è incrinato anche il tradizionale asse italo-tedesco che per anni, pur tra differenze e contrapposizioni, aveva svolto una funzione di mediazione negli equilibri finanziari europei. Berlino guarda oggi con crescente preoccupazione all’espansione del bilancio comunitario e all’ipotesi di nuovi strumenti di debito comune permanenti. Roma, al contrario, considera indispensabile preservare i fondi di coesione e ottenere nuove risorse europee per sostenere crescita, transizione energetica e competitività.

    Le esigenze della Germania sono cambiate profondamente. Il rallentamento economico, la necessità di finanziare il riarmo, le spese per la sicurezza e le tensioni interne sulla finanza pubblica stanno progressivamente avvicinando Berlino alle posizioni dei contributori netti e dei Paesi più rigoristi. L’Italia teme invece che il finanziamento delle nuove priorità europee finisca per avvenire a scapito delle politiche tradizionali che rappresentano una fonte essenziale di investimenti per i territori più fragili dell’Unione.

    Si tratta di una frattura destinata ad avere conseguenze ben più profonde delle dispute contingenti sull’ETS o sugli aiuti energetici. Se in passato Roma poteva contare, almeno su alcuni dossier, sulla ricerca di una sintesi con Berlino, oggi i due Paesi appaiono collocati su fronti opposti proprio nella discussione che definirà la distribuzione delle risorse europee per il prossimo decennio.

    La partita è resa ancora più complessa dalla necessità di finanziare contemporaneamente il sostegno all’Ucraina, il rafforzamento della difesa europea, la transizione energetica e il rimborso del debito contratto per il Next Generation EU. I margini finanziari sono limitati e ogni nuova priorità rischia di sottrarre risorse a capitoli di spesa già consolidati.

    In questo quadro, il Consiglio europeo non ha registrato avanzamenti significativi. Le posizioni restano distanti e il negoziato vero deve ancora cominciare. Anche su questo fronte l’Italia ha ottenuto soprattutto l’apertura di una discussione, senza riuscire a costruire un consenso attorno alle proprie richieste.

    Sul piano economico generale, i Ventisette hanno confermato una linea più assertiva nei confronti della Cina, chiedendo alla Commissione di predisporre nuovi strumenti di difesa commerciale e di intensificare il confronto con Pechino nei settori maggiormente esposti alla concorrenza asiatica. Sul versante energetico, invece, si sono limitati a rinviare a successive valutazioni tecniche.

    Il vertice si conclude inoltre con il peso crescente della questione ucraina. La presenza di Volodymyr Zelensky ha ricordato ai leader europei che l’Unione potrebbe presto trovarsi nella condizione di sostenere quasi da sola l’impegno finanziario e militare di Kiev, in un contesto segnato dall’incertezza delle future scelte americane. Un ulteriore fattore destinato ad alimentare le tensioni sul bilancio pluriennale.

    Nel complesso, il bilancio politico del Consiglio europeo appare lontano dagli obiettivi annunciati dalla presidente del Consiglio nelle comunicazioni al Parlamento. Nessun rinvio dell’ETS 2, nessuna svolta sulla flessibilità di bilancio, nessun progresso sostanziale sul futuro assetto finanziario dell’Unione.

    Meloni può sostenere di aver contribuito a portare alcune preoccupazioni italiane al centro della discussione europea. Ma tra la capacità di influenzare il dibattito e quella di determinare le decisioni finali continua a esserci una distanza significativa. E il vertice di Bruxelles lo ha dimostrato ancora una volta.

    Il dato politicamente più rilevante è forse proprio questo: mentre inizia la decisiva trattativa sul bilancio 2028-2035, l’Italia si ritrova non soltanto senza risultati tangibili sui dossier immediati, ma anche senza quel tradizionale asse con la Germania che per lungo tempo aveva contribuito a rafforzarne la capacità negoziale. In un’Europa sempre più divisa tra rigoristi e coesionisti, Roma rischia così di affrontare la partita più importante del prossimo decennio in una posizione di maggiore isolamento e con un peso politico inferiore alle ambizioni che il governo aveva rivendicato.

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    • Rocco Cangelosi
      Rocco Cangelosi
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