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    Mondo

    Brasile sull’orlo dell’abisso: la vittoria che ha salvato la regione

    Esteban ValentiDi Esteban ValentiOttobre 26, 202610 VisualizzazioniLettura 7 min.
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    vittoria Lula Brasile
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    Montevideo 26 Ottobre 2026
    vittoria Lula Brasile
    vittoria Lula Brasile

    Le tensioni accumulate in tutto il continente, e si potrebbe persino dire nel mondo intero, in vista del ballottaggio tra Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro, sono esplose questa sera a Brasilia, quando i risultati, molto serrati ma inequivocabili, hanno decretato la vittoria del candidato del Partito dei Lavoratori, eletto per la quarta volta presidente della Repubblica Federale del Brasile.

    È, innanzitutto, una vittoria del popolo umile e lavoratore dell’immenso Paese sudamericano, frutto di una tradizione politica costruita con intelligenza e tenacia dal PT e, in particolare, da Lula, che ha dovuto persino affrontare un periodo di detenzione. È una vittoria davvero storica.

    È una vittoria contro un’ultradestra che ha sostenuto Bolsonaro con l’appoggio di Donald Trump, raggiungendo livelli senza precedenti nella storia del continente. A questo schieramento si è aggiunto nientemeno che Javier Milei, lo scatenato e irrefrenabile presidente argentino.

    Si sommano così avvenimenti mai registrati prima: la permanenza così prolungata di una stessa persona alla presidenza in un sistema democratico, per giunta in Brasile; un interventismo spinto a livelli estremi, tali da riscrivere la dottrina Monroe; l’appetito senza limiti degli Stati Uniti per le ricchezze brasiliane e il pericolo che incombeva sulla battaglia per preservare l’Amazzonia da una deforestazione selvaggia.

    La posta in gioco alle urne non era una semplice alternanza tra partiti, né il consueto movimento pendolare della politica latino-americana. Si decidevano, nel senso più crudo e drammatico del termine, la sopravvivenza stessa del patto democratico regionale e il destino ecologico del pianeta. Dall’altra parte non c’era un tradizionale avversario conservatore con il quale concordare regole di convivenza civile, ma operava una macchina fanatica che aveva trasformato l’odio viscerale, la menzogna prodotta industrialmente attraverso i social network e il fondamentalismo religioso nel principale carburante per demolire le istituzioni dall’interno.

    vittoria Lula Brasile
    vittoria Lula Brasile

    La trama internazionale che ha accompagnato questa sfida ha messo a nudo le urgenze di una geopolitica feroce. L’aperto schieramento di Washington, l’ombra di Donald Trump proiettata sui meccanismi del potere e gli applausi fragorosi di Javier Milei da Buenos Aires hanno confermato che la battaglia di Brasilia rappresentava l’epicentro di un esperimento continentale. L’obiettivo era consolidare, nel cuore dell’America meridionale, un’enclave di sottomissione economica, deregolamentazione selvaggia e svendita del territorio, consegnando il polmone amazzonico agli interessi dell’agroindustria delle grandi corporation e dell’attività mineraria clandestina. Una sconfitta popolare in Brasile avrebbe rappresentato un colpo devastante, una condanna destinata a pesare per decenni su qualsiasi progetto di sovranità, integrazione e giustizia sociale nell’intero continente.

    L’impresa di Lula assume per questo dimensioni colossali, quasi epiche, ma non ammette il minimo accenno a un ingenuo trionfalismo. Questo quarto mandato nasce nel segno della trincea. Il presidente eletto assume la guida di una nazione spaccata a metà, dove il bolsonarismo non scompare con lo scrutinio dei voti: rimane trincerato nel Congresso, in buona parte dei governi degli Stati più ricchi, nelle caserme e nelle coscienze di milioni di persone plasmate dal revanscismo di classe. Governare in queste condizioni richiederà non soltanto la comprovata abilità politica dell’anziano leader metalmeccanico, ma anche la capacità di costruire un muro di sostegno popolare capace di difendere ogni provvedimento dal sabotaggio parlamentare e finanziario già in corso.

    Bisognerà ricostruire lo Stato smantellato, continuare a garantire pane e dignità a milioni di famiglie ancora immerse nella miseria e, contemporaneamente, fermare con il pugno di ferro l’ecocidio nella foresta. Il compito è immane. Eppure, in questa notte di tensione trattenuta e di esplosioni di gioia nelle strade di San Paolo, Rio de Janeiro, nelle regioni più profonde del Nordest e in tante altre città, emerge con chiarezza un messaggio storico: contro l’arroganza dei potenti, contro le incarcerazioni ingiuste, contro la complicità internazionale delle estreme destre e contro la rassegnazione, il popolo lavoratore ha dimostrato che la storia non è ancora stata scritta dai suoi carnefici. L’America Latina tira un sospiro di sollievo perché il gigante si è risvegliato in tempo e ha scelto, sull’orlo del precipizio, di rimanere in piedi.

    vittoria Lula Brasile
    vittoria Lula Brasile

    Osservato attraverso un rigoroso materialismo storico, liberato da slogan fossilizzati e catechismi da manuale, questo risultato elettorale deve essere interpretato nella sua reale portata: non come la conquista definitiva del potere da parte della classe lavoratrice, ma come una vittoria strategica di valore incalcolabile nei rapporti di forza. L’apparato statale borghese, con i suoi meccanismi di coercizione, la sua magistratura corporativa e la sua subordinazione ai circuiti finanziari globali, rimane intatto. Ciò che il popolo brasiliano ha conquistato alle urne è stato il diritto di continuare a contendere l’egemonia sociale e politica su un terreno in cui la barbarie minacciava di soffocare ogni possibilità di resistenza organizzata.

    Il neofascismo incarnato dal clan Bolsonaro non è stato un’anomalia patologica del sistema, ma la risposta d’urto del capitale nella sua fase di crisi strutturale: la necessità dell’agroindustria estrattivista di divorare l’Amazzonia senza ostacoli normativi, l’urgenza di smantellare i contratti collettivi di lavoro e l’imposizione della disciplina sociale attraverso il fanatismo delle milizie e delle organizzazioni ecclesiastiche. Di fronte a questo progetto spietato, il trionfo di Lula rappresenta il freno d’emergenza azionato dalle masse popolari davanti alla prospettiva di una spoliazione totale. Tuttavia, la sfida della sinistra non dogmatica consiste nell’evitare di cadere nella trappola della semplice amministrazione benevola dell’ordine esistente. La governabilità non può essere ottenuta al prezzo di svuotare del loro contenuto emancipatore le rivendicazioni dei contadini senza terra, dei giovani delle periferie, dei popoli indigeni e del proletariato precario che si sono esposti in prima persona in questa impresa.

    Per l’Uruguay, questo esito non è un semplice dato di politica estera: è una questione vitale di sopravvivenza geopolitica ed economica. Il nostro Paese non è mai stato un’isola immune dalle correnti profonde del Río de la Plata e del Cono Sud. Con un’Argentina lacerata dall’esperimento ultraliberista e anarcolibertario di Javier Milei, il consolidamento di un asse reazionario in Brasile avrebbe lasciato la sinistra uruguaiana e il movimento operaio stretti in una morsa soffocante, condannati alla subordinazione passiva nei confronti del capitale transnazionale.

    vittoria Lula Brasile
    vittoria Lula Brasile

    La presenza di Lula al Palazzo del Planalto dà direttamente ossigeno alla lotta politica uruguaiana. In primo luogo, perché manda in frantumi il progetto delle destre locali di smantellare il Mercosur a vantaggio di accordi di libero scambio asimmetrici, che distruggono quel poco di industria nazionale ancora sopravvissuta e approfondiscono l’estrattivismo legato alla produzione di soia, all’allevamento e allo sfruttamento forestale. In secondo luogo, perché ridefinisce le prospettive del Frente Amplio e del PIT-CNT: restituisce loro un punto d’appoggio regionale decisivo, ma al tempo stesso li pone davanti a uno specchio implacabile. Nel Río de la Plata, come a Brasilia, il moderatismo della gestione tecnocratica è spesso l’anticamera del ritorno violento della reazione.

    Dopo Orban, Balsonaro e Vucic...sotto a chi tocca
    vittoria Lula Brasile

    Il trionfo in Brasile ricorda alla sinistra uruguaiana che la democrazia formale si difende soltanto approfondendola: redistribuendo la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, organizzando la base sociale dal basso e comprendendo che l’integrazione dei nostri popoli è l’unica trincea possibile contro l’offensiva dell’imperialismo globale. La vittoria conquistata sul filo del rasoio in Brasile non rappresenta la conclusione di alcuna marcia; è l’inizio di una battaglia continentale nella quale l’Uruguay, ancora una volta, deve scegliere da quale parte della storia intende costruire il proprio destino.

    Riusciranno i dirigenti del Frente Amplio e dello stesso governo a imparare questa lezione in tempo e persino a riconoscere l’enorme capacità di solidarietà creativa di un piccolo gruppo di militanti che hanno offerto il proprio sostegno alla campagna di Lula, ottenendo risultati eccellenti, proprio mentre in Uruguay, tanto a livello governativo quanto all’interno del Frente Amplio, la comunicazione politica rappresenta una delle maggiori debolezze?

    La capacità di reagire tempestivamente dopo il risultato negativo del 4 ottobre, al primo turno delle elezioni brasiliane, di cambiare rotta e imprimere una svolta decisiva alla mobilitazione popolare e alla campagna di comunicazione è stata determinante. In Brasile tutto questo è avvenuto in 19 giorni; in Uruguay mancano ancora tre anni alle elezioni e c’è ancora tempo per governare molto meglio.

    Autore

    • Esteban Valenti
      Esteban Valenti
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