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    Netanyahu vuole scatenare l’Armageddon

    Enrico MolinaroDi Enrico MolinaroOttobre 24, 20260 VisualizzazioniLettura 14 min.
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    3 settembre 2026: vista sulla Città Vecchia di Gerusalemme con la Cupola della Roccia
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    Gerusalemme, 24 ottobre 2026

    Trump blocca l’attacco pre-elettorale di Netanyahu contro l’Iran

    Quando entrambi gli eserciti avevano già effettuato ampi preparativi e posto le rispettive forze aeree al massimo stato di allerta, il presidente statunitense Donald Trump ha bloccato la terza inutile guerra glocalista contro l’Iran vestfaliano, che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva pianificato per l’inizio di ottobre 2026, solo settimane prima delle elezioni israeliane.

    Benjamin Netanyahu e Donald Trump

    Netanyahu freme per attaccare di nuovo l’Iran, ma non dispone delle informazioni di intelligence necessarie. Il Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, in visita ai comandanti del Comando Centrale delle forze armate statunitensi (CENTCOM), lo ha incontrato segretamente in Israele, senza invitare il Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), Eyal Zamir. L’obiettivo dell’incontro segreto non era però coordinare un’operazione militare, bensì assicurarsi che Netanyahu non stesse preparando sorprese in vista delle elezioni di metà mandato statunitensi del 3 novembre 2026.

    Le resistenze del Capo di Stato Maggiore Zamir verso Netanyahu

    Per quanto riguarda l’esclusione di Zamir dall’incontro segreto, il capo delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) era stato pienamente coinvolto nelle fallimentari operazioni a Gaza (“I Carri di Gedeone“), nel nord (la “zona di sicurezza”, che preclude una soluzione politica e intrappola le IDF in una situazione simile a quella da cui fuggirono nel 2000) ed in Iran (l’illusoria mossa di rovesciare il regime, nonostante l’opposizione di alti ufficiali dell’intelligence militare).

    Ciononostante, Zamir ha recentemente limitato il numero di alti ufficiali che accompagnano Netanyahu e il Ministro della Difesa Israel Katz nelle frequenti visite alle basi militari durante il periodo elettorale e ha ordinato ai comandanti di non farsi usare come sfondo nei video della campagna elettorale registrati dai consiglieri dei due leader.

    Nonostante le pressioni esercitate da Katz, Zamir (seppur con un certo ritardo) ha compiuto un passo indipendente in Cisgiordania presiedendo una riunione con alti funzionari dei servizi segreti interni israeliani (Shin Bet) e della polizia, con l’obiettivo di formulare nuove misure contro la violenza e il terrorismo perpetrati dai coloni estremisti contro i civili palestinesi presenti nella regione.

    Eyal Zamir (Foto Wikipedia)

    L’opinione pubblica israeliana ignora l’immenso sforzo che Zamir e chi gli sta intorno hanno dovuto compiere per mantenere una posizione imparziale e di principio, resistendo alla tentazione di farsi coinvolgere nei tentativi di Netanyahu di strumentalizzare l’esercito per i propri fini politici, soprattutto per quanto riguarda la questione iraniana. Ciò che è realmente accaduto si saprà solo dopo le elezioni.

    Zamir ha anche un passato di ritardi nell’attuazione delle richieste di Netanyahu e del gabinetto di sicurezza quando non erano di suo gradimento, come nell’estate del 2025. In quell’occasione, il primo ministro israeliano spinse per la conquista della Striscia di Gaza settentrionale, anziché promuovere l’accordo finale sugli ostaggi.

    Netanyahu, contrariamente al parere dei vertici della sicurezza, ordinò l’assassinio dei leader di Hamas in Qatar. L’operazione fallì, Trump si infuriò e un mese dopo impose a Netanyahu un accordo definitivo. Tutto ciò non sarebbe accaduto se non fosse stato per la posizione assunta da Zamir e le sue azioni sul campo per ritardare l’operazione militare.

    Le calunnie di Netanyahu sul disastro del 7 ottobre 2023

    Nei tre anni trascorsi dall’attentato del 7 ottobre gli ambienti vicini a Netanyahu – dai social media al Canale 14, filo-Netanyahu, da bot anonimi al figlio di Netanyahu, Yair, e ai parlamentari in carica –  hanno incessantemente promosso la teoria del tradimento interno, insieme ad altre bizzarre ramificazioni della narrazione centrale, come l’affermazione che il leader del partito dei Democratici Israeliani, Yair Golan, avesse la sua uniforme appena stirata pronta il 7 ottobre, e non abbia salvato nessuno.

    Terrorista di Hamas entra in un Kibbutz il 7 ottobre 2023 (Foto da Wikipedia)

    I social media incoraggiano la diffusione di falsità. I suoi algoritmi sembrano fatti su misura per amplificare rapidamente teorie inventate che provocano emozioni, indignazione e controversie. Di conseguenza, il numero di israeliani che ci credono è passato dal 29% degli elettori della coalizione un mese dopo il massacro al 46% nell’aprile 2026. Quasi un elettore su due della coalizione si recherà alle urne tra pochi giorni fermamente convinto che tra loro ci siano dei traditori che hanno svenduto la sicurezza di Israele per minare il mandato del primo ministro.

    Questi dati mostrano la difficoltà emotiva di confrontarsi con ciò che la più grande tragedia nazionale vissuta da Israele ha rivelato sul popolo israeliano. La mattina del 7 ottobre, la storia nazionale raccontata con orgoglio non si è limitata a una semplice crepa.  Si è frantumata in mille pezzi la profonda convinzione che l’intelligence israeliana sia eccellente e che i suoi sistemi di sicurezza funzionino in modo eccezionale.

    La denuncia dall’ex capo dello Shin Bet Ronen Bar contro Netanyahu

    In risposta alle false accuse del Primo Ministro israeliano, la denuncia per diffamazione presentata dall’ex capo dello Shin Bet Ronen Bar contro Netanyahu, e i documenti allegati, sembrano un primo passo verso la futura istituzione della tanto richiesta commissione d’inchiesta statale, esattamente ciò contro cui Netanyahu ha combattuto con tutti i mezzi a sua disposizione, ogni giorno dal massacro del 7 ottobre.

    Per la prima volta Bar ha presentato con tale dovizia di particolari gli avvertimenti che aveva rivolto a Netanyahu a partire dal novembre 2022, dopo la vittoria elettorale di Netanyahu e prima della formazione del suo governo di destra, fino all’inizio di ottobre 2023. Bar cita oltre 20 episodi, molti dei quali si riferiscono alla necessità di agire con fermezza contro Hamas nella Striscia, e non era l’unico ad aver messo in guardia Netanyahu.

    Il primo ministro israeliano ha ignorato tutti gli avvertimenti ricevuti, sia oralmente che per iscritto, dall’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, dal capo della divisione di ricerca dell’intelligence militare, dal capo dello Shin Bet, dal leader dell’opposizione Yair Lapid, dal capo dell’intelligence egiziana e dal leader degli Emirati Arabi Uniti.

    Alcuni punti del testo della denuncia per diffamazione sono agghiaccianti.  Secondo Bar, Netanyahu respinse un documento di pianificazione strategica presentatogli nel luglio 2023, contenente raccomandazioni per colpire la leadership di Hamas, con la motivazione che il direttore dello Shin Bet si era avventurato in un’area che non rientrava nelle sue competenze, minando così le fondamenta del governo democratico. In un altro caso, il primo ministro espresse apprensione per la ripresa degli omicidi mirati; la motivazione: ciò avrebbe potuto portare a tentativi di nuocere a lui e alla sua famiglia.

    Secondo Bar alcuni membri del governo appoggiarono il trasferimento del controllo delle città palestinesi in Cisgiordania ad Hamas, al posto dell’Autorità Palestinese. Il quadro generale che emerge dai documenti, supportati da citazioni e date precise, mostra indifferenza e inazione da parte di Netanyahu riguardo al pericolo rappresentato da Hamas, nonostante gli avvertimenti ricevuti.

    In qualità di capo del servizio di sicurezza Shin Bet, Bar aveva insistito per richiamare l’attenzione di Netanyahu sulla necessità di prevenire il disastro.  Nel febbraio 2023, e di nuovo a settembre, aveva definito l’imminente attacco – il piano di invasione del leader di Hamas Yahya Sinwar, il ”Diluvio Al-Aqsa” – una tempesta perfetta.

    Netanyahu cerca disperatamente una guerra per nascondere i propri fallimenti sulla sicurezza di Israele

    A differenza del passato, Netanyahu sta avendo difficoltà a controllare l’agenda mediatica. La campagna elettorale continua a ruotare in larga misura attorno alla sua responsabilità per il 7 ottobre, mentre eventi più recenti, come il dirottamento dell’aereo Flydubai, intensificano le critiche sui fallimenti gestionali del suo governo.

    Aereo della flotta Flydubai (Foto da www.flydubai.com)

    utto ciò si intreccia con il caso Yonatan Urich, il più stretto consigliere di Netanyahu che ha causato una grave falla nella sicurezza, rivelando i suoi scambi di messaggi su app con individui a lui ostili.

    Allo stesso tempo, stanno trapelando ulteriori elementi dall’indagine penale contro i consiglieri di Netanyahu implicati nel Qatargate, comprese le accuse secondo cui i contatti con i qatariani sarebbero continuati per molti mesi dopo il massacro del 7 ottobre.

    Netanyahu, a causa della debolezza agli occhi dell’opinione pubblica per aver evitato di assumersi la responsabilità degli eventi del 7 ottobre, ha bisogno di cercare di riabilitare la sua immagine di “Mr. Sicurezza”.

    Con le elezioni alle porte è interessato a un’escalation sui fronti israeliani in ogni possibile occasione. Ha persino suggerito un nuovo utile rivale strategico: la Turchia, gonfiando quella che potrebbe essere in definitiva una potenziale minaccia a proporzioni irrealistiche per il momento attuale.

    Netanyahu ha anche tenuto un briefing con I giornalisti in cui ha presentato la nuova dottrina di sicurezza israeliana basata sulle lezioni apprese dalla tragica catastrofe subita da Israele in occasione dell’attacco di Hamas del 7 ottobre da Gaza, nascondendo gli errori che hanno preceduto il massacro, che continua a rifiutarsi categoricamente di riconoscere.

    Benjamin Netanyahu

    Nonostante la retorica bellicosa, sicura di sé e a tratti militante di Netanyahu, egli fatica ancora a cancellare un fatto – un fatto che probabilmente peserà sugli elettori israeliani nelle prossime elezioni: l’inazione di fronte alla mostruosa crescita di Hamas e Hezbollah, fino al massacro, si è verificata principalmente durante il suo mandato.

    Nei mesi precedenti all’attuale guerra di Gaza, Netanyahu ha ignorato i citati avvertimenti espliciti dei vertici delle IDF e del servizio di sicurezza Shin Bet circa le implicazioni della crisi politico-giudiziaria sulla percezione della forza di Israele da parte dei suoi nemici, ora anche alla luce della discriminazione nell’esenzione dalla leva che ha suscitato malcontento tra i riservisti, molti dei quali hanno prestato servizio per 100 giorni quest’anno.

    La Knesset ha approvato in prima lettura (su tre) un disegno di legge per istituire una commissione d’inchiesta politicizzata sul massacro del 7 ottobre, con i voti della maggioranza della coalizione. È chiaro l’obiettivo di ritardare il più possibile la procedura per l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale indipendente e di bloccare un’indagine approfondita sui fatti, ignorando così la necessità di condurre un’autentica inchiesta su quanto accaduto, nel tentativo di ridurre il rischio che si ripeta.

    Gli ostacoli per Netanyahu nello scatenare la guerra elettorale contro l’Iran

    A titolo di precedente rilevante, nel settembre 2019, proprio mentre Israele si apprestava a tenere le sue seconde elezioni generali di quell’anno, la richiesta dell’allora primo ministro Netanyahu di lanciare un’operazione su larga scala nella Striscia incontrò l’opposizione dell’allora capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), Aviv Kochavi, di altri alti ufficiali e dell’allora procuratore generale Avichai Mendelblit, i quali sostenevano che un’operazione del genere rischiava di trasformarsi in una guerra più ampia alla vigilia delle elezioni e che richiedeva l’approvazione del gabinetto di sicurezza.

    Il primo ministro israeliano, contrariamente a quanto si pensa comunemente, non è il comandante in capo delle forze armate israeliane. Per legge, questo ruolo spetta al governo: o al gabinetto, con la partecipazione di tutti i ministri, o al più ristretto organo del gabinetto di sicurezza.

    Anche tralasciando gli aspetti formali, il rapporto tra la leadership politica e le forze armate è molto più complesso di una semplice gerarchia in cui la prima dice cosa fare e le forze armate dicono come.

    Missili iraniani in risposta al bombardamento israeliano (Foto Wikipedia)

    Durante l’operazione militare aerea israeliana a Gaza del novembre 2012, l’allora ministro degli Esteri Avigdor Lieberman affermò che sarebbe stato impossibile lanciare un’operazione di terra su larga scala nella Striscia due mesi prima delle elezioni generali, poiché la tempistica avrebbe sollevato sospetti nell’opinione pubblica sulla sua legittimità.

    In teoria, come ultima disperata mossa, Netanyahu potrebbe ancora riprendere la guerra prima delle prossime elezioni israeliane per influenzarne l’esito. Gli eserciti statunitense e israeliano hanno intensificato le esercitazioni, con aerei che sorvolano l’Iraq per simulare manovre di attacco. Israele ha condotto un’esercitazione di volo con caccia diretti verso l’Iran, attraverso la Siria e l’Iraq.

    Il suo piano di guerra post-elezioni per boicottare il governo dell’opposizione

    In alternativa, Netanyahu  potrebbe scatenare una guerra subito dopo le elezioni con l’obbiettivo di formare un governo di unità nazionale che lo includa, anche se il suo partito Likud dovesse ottenere un risultato elettorale deludente, complicando così artificialmente la formazione di una coalizione guidata da Gadi Eisenkot, attualmente il suo avversario più popolare nei sondaggi, o da chiunque altro a capo del blocco rivale del “cambiamento” che probabilmente emergerà prima del blocco di Netanyahu.

    Dopo l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023, Netanyahu formò un governo di unità nazionale includendo membri dell’opposizione in un gabinetto di guerra per contribuire alle decisioni sulla sicurezza nazionale.

    Date queste circostanze, l’obiettivo principale di Netanyahu è fin troppo chiaro: creare una paralisi politica che gli permetta di continuare a guidare un governo di transizione fino alle successive elezioni. Netanyahu non ha nulla da perdere. Dal suo punto di vista, la sconfitta elettorale e la perdita del potere sarebbero un disastro.

    Distruzione della Torre della Palestina a Gaza, bombardata dagli israeliani (Foto Wikipedia)

    È convinto che una sconfitta elettorale lo porterebbe alla condanna nel processo penale. E questo potrebbe significare finire in prigione, nonostante l’età avanzata, e contrariamente alle previsioni di molti analisti legali che si aspettano che in tali circostanze accetti rapidamente un patteggiamento. Non c’è stratagemma, manipolazione o menzogna che non userebbe, pur di evitare la prigione di Ma’asiyahu.

    La maggior parte dei media israeliani prevede, nella migliore delle ipotesi (per Netanyahu), un pareggio tra i due blocchi, ma anche un risultato così risicato sarebbe dovuto solo alla campagna di delegittimazione di Netanyahu contro i partiti arabi. Di conseguenza, questi ultimi non vengono considerati parte del blocco di opposizione.

    Il primo ministro israeliano, di orientamento glocalista, potrebbe giocare la carta della sicurezza iraniana proprio mentre i blocchi politici tentano di formare una coalizione. Netanyahu ha ripetutamente parlato di un complotto ordito da Teheran, o dai suoi alleati Hezbollah e Hamas, per attaccare Israele, alludendo a una ripresa dei programmi nucleari e missilistici iraniani.

    La prospettiva elettorale di Netanyahu, tuttavia, ignora completamente il fatto che, secondo le informazioni pubblicamente disponibili e gli stessi funzionari della difesa israeliana, non vi è alcuna prova di un simile sviluppo nei programmi nucleari o missilistici iraniani che giustifichi un attacco israeliano immediato.

    Il costo di una simile guerra suicida sarebbe per i cittadini israeliani pari a quello delle due guerre precedenti: danni al fronte interno, tra cui decine di morti civili e centinaia di feriti, compresi bambini (durante la precedente Operazione Leone Ruggente 30 civili israeliani furono uccisi da attacchi missilistici iraniani diretti), l’interruzione dell’attività economica in Israele, un’ampia mobilitazione di riservisti e danni alle infrastrutture, senza alcuna garanzia su quando e come una simile nuova guerra potrebbe finire.

    Inoltre, la prima fase degli intensi attacchi israelo-americani tra febbraio e aprile 2026 ha fatto impennare i prezzi dell’energia e l’inflazione in tutto il mondo, ha minato la sicurezza in Medio Oriente e ha messo a dura prova le scorte del Pentagono di intercettori missilistici.

    Infine, i funzionari iraniani hanno promesso di reagire questa volta ampliando i loro obiettivi, che ora si estendono dalle navi mercantili e dalle infrastrutture energetiche della regione ai data center e ai cavi internet sottomarini, in modo che la prevista ripresa dei combattimenti non sia né rapida né limitata.

    L’ondata di rabbia vestfaliana in Israele contro il glocalista Netanyahu

    In tutti i recenti sondaggi la maggioranza degli intervistati israeliani concorda con l’affermazione che le motivazioni del loro primo ministro, dall’Iran a Gaza, siano innanzitutto politiche e non sostanziali. Yair Golan ha esortato i vertici della sicurezza a bloccare qualsiasi azione militare volta a servire interessi personali con il pretesto di esigenze di sicurezza.

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    La tensione in corso in Cisgiordania e a Gerusalemme Est non si placherà prima delle elezioni. Al contrario, Netanyahu potrebbe innescare una conflagrazione più ampia per influenzare la scena politica. Il primo ministro ha dichiarato che l’esercito israeliano è pronto per un’operazione su vasta scala, e che imporrà un blocco totale in Cisgiordania, dopo che le forze israeliane, il 23 ottobre, hanno ucciso due palestinesi in uno scontro a fuoco a Hebron, con due soldati sono rimasti uccisi e tre feriti durante la sparatoria.

    Gli israeliani vestfaliani sentono un’ondata enorme di rabbia, lutto, dolore, repulsione, protesta e vendetta, che si muove tra il mare e il fiume, procedendo a travolgere e, con un ruggito, annegare la coalizione di sangue, renitenza alla leva, abbandono e sottrazione di responsabilità. Un’ondata di persone di sinistra e di destra, religiose e laiche, conservatrici e liberali, ebrei e arabi che realizzano il loro diritto democratico, civile e morale di sbarazzarsi di questo governo che ha inflitto loro una rovina senza precedenti.

    Autore

    • Enrico Molinaro
      Enrico Molinaro
    7 ottobre 2023 Benjamin Netanyahu campagna elettorale israeliana Cisgiordania conflitto Israele Hamas conflitto israelo-palestinese critica a Israele Donal Trump eyal zamir Flydubai Gaza guerra isrtaele-iran guerra usa-iran Hamas Hebron Hezbollah IDF isr Israel Katz Israele Knesset Pete Hegseth Quatar
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