Author: Domenico Maceri

PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

“È semplicemente scurrile. Veramente brutto”. Questa la reazione del Cardinale Timothy Dolan di New York mentre reagiva a una dichiarazione di JD Vance. Il vice di Donald Trump aveva concesso un’intervista alla Cbs in cui accusava i vescovi di “ricevere 100 milioni di dollari per assistere i migranti” chiedendosi se le loro accuse al governo miravano a proteggere “i loro affari” e non riflettevano la dichiarata preoccupazione per la loro deportazione. La reazione del Cardinale Dolan, che ha offerto preghiere in ambedue gli insediamenti di Trump nel 2017 e 2025, riflette i valori tradizionali della Chiesa verso i poveri che…

Leggi

“Fate marcia indietro e andate AFF…LO….. Io farò una guerra su questo argomento che nessuno potrà immaginare”. Questo il tweet pieno di rabbia e volgarità di Elon Musk per reagire agli attacchi al programma H1-B che permette alle aziende americane di assumere dipendenti specializzati da paesi stranieri. Il programma era stato attaccato da alcuni sostenitori di Donald Trump contrari a ogni tipo di immigrazione. Difatti durante la campagna elettorale tutta la retorica sull’immigrazione di Trump, sostenuta e amplificata da Musk, si è concentrata sugli aspetti negativi, senza nessuna distinzione. Bisognava chiudere le frontiere per bloccare “l’invasione” dei migranti. Che esistessero…

Leggi

“Vorrei dire che sono stato trattato molto male”. Così Donald Trump al giudice Juan Merchan a conclusione del processo sugli illeciti della campagna elettorale del 2016 quando l’allora candidato repubblicano cercò di comprare il silenzio della pornostar Stormy Daniels pagandole 130 mila dollari. Merchan ha formulato una sentenza di “unconditional discharge” (rilascio incondizionale) per la condanna della giuria che aveva giudicato Trump colpevole di 34 capi di accusa. Il processo era finito nel mese di maggio dell’anno scorso ma la sentenza era stata rimandata per riconsiderare l’effetto dell’immunità parziale concessa dalla Corte Suprema a Trump. Il tycoon, che fra breve…

Leggi

“Farò il mio lavoro senza essere spaventato da una minaccia”. Così George Stephanopoulos della Abc in un’intervista concessa a Stephen Colbert della Cbs nel mese di maggio del corrente anno. Il giornalista, già consigliere dell’amministrazione di Bill Clinton negli anni 90, era stato denunciato da Donald Trump per diffamazione. Nel suo programma alla Abc Stephanopoulos aveva dichiarato che l’ex presidente era stato condannato di “stupro” nel caso di E. Jean Carroll. La lingua usata alla conclusione del processo però specificò la condanna come “aggressione sessuale” perché la situazione non entrava tecnicamente nel linguaggio espresso da Stephanopoulos. Stephanopoulos e la Abc…

Leggi

Robert Mueller, il procuratore dello scandalo denominato Russiagate, non incriminò Donald Trump nel 2019. Mueller però non esonerò il presidente da 11 episodi di possibile ostruzione alla giustizia. Non lo incriminò perché una normativa del Dipartimento di Giustizia vieta l’imputazione di un presidente in carica. Il procuratore Jack Smith invece incriminò Trump nel 2023 quando questi era fuori dalla Casa Bianca per avere incitato gli assalti al Campidoglio il 6 gennaio del 2021 e per avere mantenuto in suo possesso documenti top secret che appartenevano al governo. Adesso, con la rielezione di Trump, Smith ha dovuto seguire la strada di…

Leggi

“Non c’è dubbio che entri nella definizione generale di fascista”. Così il generale John Kelly, in un’intervista concessa a Michael S. Schmidt del New York Times, mentre conferma che Donald Trump merita l’epiteto di fascista. Prima di queste frasi Kelly aveva dato una definizione esaustiva del fascismo, confermando ciò che avevano detto in precedenza altri generali che avevano servito nell’amministrazione Trump. Questi includono anche Mark Milley, ex capo di stato maggiore il quale è citato nel libro “War” (Guerra) del celebre giornalista Bob Woodward. Milley, secondo Woodward, ha definito Trump un “fascista totale”. Altri ex militari che hanno fatto parte…

Leggi

“Qualcuno ha detto che c’era un comico che ha fatto battute su Porto Rico o qualcosa e io non ho nessun’idea di chi sia. Mai visto, mai sentito parlare di lui e non lo voglio sentire”. Con queste parole Donald Trump, in un’intervista con Sean Hannity della Fox News, ha cercato di prendere le distanze da Tony Hinchcliffe che al comizio-evento al Madison Square Garden ha fatto battute razziste su Porto Rico. Anche Danielle Alvarez, consigliera della campagna di Trump, ha preso le distanze da Hinchcliffe, spiegando che “la battuta non riflette le posizioni del Presidente Trump né quelle della…

Leggi

“È l’ora di mettere le divisioni degli ultimi quattro anni da parte. È arrivata l’ora di unirci”. Così Donald Trump la sera della recente vittoria al suo secondo mandato. Parole pacate che ricordano quelle espresse subito dopo la prima elezione del 2016. Poi però il suo discorso di insediamento il 20 gennaio del 2017 fu descritto dall’ex presidente George W. Bush come “some weird sh…t” (strana m…da) per i toni oscurantisti e minacciosi delle parole uscite dalla bocca di Trump. Quale Trump governerà nel suo secondo mandato? Quello dell’unione del Paese oppure quello della campagna elettorale? Quante delle promesse minacciose…

Leggi

JD Vance, il candidato vicepresidente di Donald Trump per le elezioni del 2024, si rifiuta di ammettere la sconfitta di Trump nelle elezioni del 2020, alimentando la “big lie” dell’elezione rubata, nonostante la mancanza di prove. Durante un’intervista su ABC e in altre occasioni, Vance ha evitato di rispondere direttamente alle domande sul tema, sostenendo così la narrativa di Trump che il 32% degli americani, e il 63% degli elettori repubblicani, continuano a credere.

Questa posizione di Vance riflette la fedeltà a Trump, contrastando con l’ex vicepresidente Mike Pence, che nel 2020 aveva riconosciuto la sconfitta e presieduto alla certificazione di Joe Biden, rischiando la vita durante l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Vance, invece, minimizza gli eventi di quel giorno, ignorando le vittime e i processi contro i responsabili.

La preoccupazione è che, in caso di sconfitta, Trump e Vance potrebbero ripetere la stessa strategia di contestare i risultati elettorali, con il sostegno di figure influenti come Elon Musk, che amplifica accuse infondate di frode. Tuttavia, la situazione differisce dal 2020, con Biden che questa volta dispone delle risorse governative per affrontare eventuali disordini, ma l’incertezza resta, soprattutto se i repubblicani otterranno una maggiore influenza dopo il 5 novembre.

Leggi

Margaret, le regole erano che non ci sarebbe stato fact-checking e tu lo stai facendo davanti a me”. Così JD Vance mentre ammoniva Margaret Brennan, una delle due conduttrici della Cbs, durante il dibattito con Tim Walz, il candidato di vice presidente nel ticket di Kamala Harris. Vance aveva ragione ma ciò che ha colpito ovviamente è il fatto che il candidato repubblicano non poteva mentire in completa libertà. La Brennan aveva chiarito che l’asserzione di Vance sui migranti haitiani a Springfield, Ohio, era falsa, correggendo giustamente che si trattava di residenti con permessi legali.

La questione dei migranti di Springfield era stata sollevata da Donald Trump nel suo dibattito con Kamala Harris il mese scorso. Anche in quel caso il conduttore David Muir della Abc aveva corretto dal vivo la falsa asserzione di Trump che i migranti haitiani a Springfield andavano in giro rubando animali domestici per mangiarli.

Il fact-checking non piace ovviamente a Trump né al suo vice per buonissime ragioni. Ambedue usano falsità per ottenere consensi dal loro elettorato che consiste di individui poco informati. La Fox News è una delle fonti principali per i loro elettori anche se una piccola minoranza usa anche altre reti come la Abc e Cnn. La rete di Rupert Murdoch, come abbiamo scritto in queste pagine, non ha grande credibilità, considerando in particolar modo il patteggiamento con la Dominion Software company. Va ricordato che l’anno scorso la Fox è stata costretta a pagare Dominion quasi 800 milioni di dollari per diffamazione. Da aggiungere anche le trentamila falsità e asserzioni fuorvianti uscite dalla bocca di Trump, catalogate dal Washington Post fra il 2016 e il 2020.

Il fact-checking dunque non conviene ai candidati repubblicani. Nel primo e unico dibattito presidenziale fra Trump e Biden il 27 giugno, i due conduttori, Jake Tapper e Dana Bash della Cnn, seguendo le regole, non hanno usato il fact-checking dal vivo. Il giorno dopo, però, la Cnn ha chiarito col fact-checking che Trump aveva detto una trentina di falsità. Trump uscì “vincitore” dal dibattito nonostante le falsità perché apparve nello schermo sicuro ed energico. Biden, invece, non esibì l’energia per contrastare le asserzioni false del suo avversario e poche settimane dopo decise di gettare la spugna, passando la torcia a Kamala Harris.

Nel primo e unico dibattito fra Trump e la Harris i due conduttori della Abc David Muir e Linsey Davis hanno usato il fact-checking, mettendo a nudo alcune falsità uscite dalla bocca di Trump. Spiccano fra queste due grossissime balle. La prima fake-news riportata da Trump sugli animali domestici mangiati dai migranti haitiani. Muir ha ribattuto che era falsa, citando il sindaco di Springfield, Ohio. Un’altra sull’aborto che secondo Trump i democratici permettono persino anche dopo la nascita del bambino fu corretta dal vivo dalla Davis. Il dibattito non andò bene per il candidato repubblicano in parte per il fact-checking ma anche per l’ottima performance della Harris. 

Nel dibattito tra candidati a vicepresidente la Cbs aveva annunciato che non ci sarebbe stato fact-checking ma poi è stato usato almeno in parte. Vance, come abbiamo citato, non era contento perché gli legava le mani. Non troppo, evidentemente, poiché oltre alla conduttrice Margaret Brennan anche Walz è stato costretto a correggere il suo avversario. Vance asserì che Trump aveva salvato l’Obamacare, la riforma sulla sanità approvata dal presidente Barack Obama nel 2010. Walz glielo smentì giustamente asserendo che Trump durante la sua presidenza fece di tutto per smantellare l’Obamacare. Nonostante tutto, però, la performance di Vance apparve molto pulita e riuscì a prevalere, secondo i sondaggi, anche se leggermente, sul suo avversario.

Il fact-checking è esistito per almeno due secoli nella storia del giornalismo americano. Va ricordato che verso la metà dell’ottocento la Associated Press fu costretta a imporre una norma ai suoi cronisti. Per contrastare fake-news prevalenti a quei tempi la direzione dell’agenzia diresse i giornalisti a scrivere solo “i fatti su qualunque evento”. Poi nel 1927 la nota rivista The New Yorker impose un rigido fact-checking ai suoi giornalisti dopo uno scandalo sulla poetessa americana Edna St. Vincent Millay. La famiglia minacciò una denuncia contro la rivista per diffamazione.

Con la scesa in campo di Trump in politica nel 2015 il fact-checking è divenuto indispensabile anche per il fatto che spargere fake-news è aumentato in maniera spropositata con la crescita dei social. Il ruolo dei giornalisti è divenuto dunque molto più complesso a tal punto che la valanga di falsità con Trump rende il fact-checking dal vivo indispensabile. Diventa anche un obbligo professionale. Lo ha scritto Robin Abcarian del Los Angeles Times recentemente. Lodando Muir per avere usato il fact-checking nel caso dei migranti di Springfield, la Abcarian ha scritto che il conduttore della Abc aveva “l’obbligo morale” di mettere a nudo le falsità. Per la Abcarian, le parole incendiarie usate da Trump e Vance avevano causato danni notevoli ai migranti della cittadina dell’Ohio.

Il fact-checking sta diventando sempre più indispensabile e gli americani lo considerano importante. Un sondaggio della Boston University ci informa che il fact-checking dal vivo è supportato da ambedue democratici e repubblicani (81% vs. 67%). Vance e Trump lo temono. L’ex presidente ha recentemente rifiutato un’intervista del notissimo programma 60 Minutes della Cbs proprio perché gli intervistatori avrebbero usato il fact-checking. Kamala Harris, candidata democratica, non ha avuto paura e ha completato l’intervista.

Leggi