Voglio cominciare con una battuta. Il mio nipotino di sei anni mi dice che ha difficoltà a utilizzare lo spazzolino elettrico. Gli rispondo che è un problema geopolitico. Poi naturalmente gli spiego che è uno scherzo. Giornalisti, ‘analisti’ e commentatori di ogni genere continuano ad affannarsi a discutere l’ultima dichiarazione di Trump, di Elon Musk, dei politici del governo italiano o di quelli europei, qualsiasi cosa dicano, senza mai o raramente prendere loro l’iniziativa.
L’esempio più stratosferico è quello delle notizie attinenti alle guerre. Non voglio più parlare di geopolitica, perché tutto oggi è geopolitica, che serve ad alimentare giornali e talk show. Non posso invece non parlare della Siria, che ho frequentato a lungo, perché amo profondamente questo straordinario popolo, perseguitato da una famiglia di tiranni che, per fortuna, sono da poco caduti. A differenza dei geostrateghi, a me interessa il fattore umano. Quando si parla di un paese, di una comunità, di una nazione, bisognerebbe conoscerla davvero, non soltanto parlando con capi, capetti, politici ed altri esperti locali, che ovviamente dicono ai giornalisti quello che vogliono che essi ripetano.
Ecco alcune brevissime storie che presentano i siriani.

Sono entrato molte volte nella bellissima moschea degli Omayyadi di Damasco che considero affascinante. Non mi ero accorto che era l’ora della preghiera e mi sono subito girato per andarmene. Una delle persone inginocchiate si è alzato e mi ha detto “Perché non ti fermi a pregare con noi?” “Perché io sono cristiano…” “Allora lo sai, che abbiamo un solo Dio”. E mi sono sentito in dovere di pregare con loro da quel cattivo cristiano che sono. Un’altra volta un mio amico siriano mi ha chiesto se volevo visitare la Moschea sciita di Damasco. “E’ un monumento antico e importante?” “No, è una specie di garage” “Non sarà pericoloso? Queste persone molto credenti non saranno contente di vedere uno straniero!” “Vieni a vedere”. Mi sono trovato in uno stanzone spoglio e disadorno, dove donne urlanti e piangenti correvano intorno a un falso sarcofago, che avrebbe dovuto rappresentare la tomba di Hussein, che, secondo gli Sciiti, doveva succedere a Maometto, invece che i discendenti di Abu Bakr, che era succeduto a Maometto come suo suocero. Mi sentivo in imbarazzo perché ero davvero un estraneo in quella scena. Poi la cerimonia è finita, e le donne hanno cominciato a uscire dalla porta vicino alla quale era rimasto. Il mio amico mi ha presentato come un italiano che lavorava in Siria. Mi si sono fatte tutte intorno per domandarmi se mi piacevano le loro scarpe, le stoffe dei loro vestiti, e se i colori erano azzeccati. Credo che questo incontro parli da solo.
Il mio trainer di ginnastica è un donatore di sangue. Si è trovato a parlare con un medico afghano, oggi dirigente del servizio trasfusioni del Policlinico di Roma, e non ha potuto trattenersi dal chiedergli se pregava ogni giorno come prescrive l’islam. La risposta è stata “Io prego quando mi pare, ma tu dovresti saperlo, perché abbiamo un solo Dio”. All’ora del vespro a Damasco, prima suonavano le campane per chiamare i cristiani alla preghiera, e subito dopo il Muezzin faceva lo stesso per i mussulmani. In quella città, come a Homs e Hama, c’erano molti matrimoni misti, e nessuno ci badava. Ad Homs sono grandi produttori di formaggio. Quando dissi che volevo comprare il più tradizionale, perché ero italiano e il formaggio mi piace molto, uscirono fuori dalle botteghe tutti i venditori. E fui costretto ad assaggiare tutti i loro formaggi, senza pagare un soldo. Potrei raccontare molto di più, ma il presidente della Camera di Commercio di Damasco, mentre mi regalava una tovaglia – di damasco naturalmente – mi disse “Ma tu devi sapere che tutti noi mediterranei, noi europei, siamo tutti siriani”. Naturalmente voleva vantare la Siria come culla del millenario incontro fra le diverse culture.
Oggi c’è stata una rivoluzione, la famiglia dei tiranni Assad è stata finalmente cacciata da un gruppo che però ha un passato e una tradizione Jihadista. Il nuovo leader, Aḥmad Ḥusayn al-Shara, precedentemente noto con il suo nome di battaglia, di integralista islamico Abū Muḥammad al-Jawlānī (o al-Jūlānī), si è subito sforzato di moderare i toni, dicendo che vuole costruire una Siria libera e democratica. Però, giustamente, tutti gli ‘analisti’ ci dicono prudentemente che non si può prevedere cosa succederà. Non hanno la palla di vetro, e fanno bene a essere prudenti, anche se lo fanno perché nessuno possa dire dopo che avevano sbagliato. Mentre alcuni giornalisti ci fanno soltanto notare che molti dei rivoluzionari suggerivano alle donne scoperte di mettere il foulard. Il pericolo dell’estremismo certamente esiste, ma bisognerebbe conoscere meglio la Siria per sapere cosa si può fare in un paese così variegato.
A me non piacciono i numeri, perché ognuno se li gioca come vuole, ma so bene che in Siria esistono moltissime minoranze (cristiani, curdi, turcomanni, armeni, circassi, assiri e alawiti), quella cristiana è importantissima, benchè rappresenti soltanto il 2%, perché comprende professionisti, intellettuali e imprenditori, che hanno sempre contato molto in questo paese. Gli alawiti, che appartenevano al gruppo dei dittatori Assad, pur rappresentando il 12% della popolazione, hanno approfittato in ogni modo del potere nel paese per cinquant’anni. Anzi le donne alawite hanno fatto talvolta spese proletarie, senza pagare, nei negozi degli altri gruppi sociali. In una comunità, che ha subito orrori per più di cinquant’anni, è difficile immaginare che tanti perseguitati non sognino la vendetta, come i neri contro i razzisti bianchi dopo la rivoluzione di Mandela. Ovviamente neanche io so come andrà a finire, perché in Iraq, dove ho lavorato tanto, la guerra americana ha finito soltanto per portare al potere gli Sciiti integralisti, perseguitati da Saddam Hussein. Così, lavorando con i miei amici iracheni, quando passava un imam tutto vestito di nero, mi dicevano “ma voi, cristiani, questi uccellacci neri li avete sempre avuti: come si fa a prenderli a calci nel c…?”.

Nonostante la tirannide, l’Iraq era un paese profondamente laico, e quando io e Antonella – che ha lavorato insieme a me per quarant’anni – fummo invitati a Baghdad a cena nella sede della Confindustria, sedevano insieme, intorno a noi, imprenditori musulmani e cristiani. Al Ministero dell’Industria poi, dove stavamo discutendo al più alto livello del progetto che stavamo conducendo, il direttore generale a un certo punto tirò fuori un profumo e lo passò a una delle funzionarie, coperta dal foulard, ma vestita con un attillatissimo vestito leopardato, per sapere se le piaceva. Se lo passarono tutti i presenti, noi compresi, e non ci sembrò che allora in Iraq, le donne fossero poi così discriminate.
Significa che sappiamo come andrà a finire in Siria? No, non lo sappiamo, ma dovremmo sapere bene, soprattutto noi europei, cosa dovremmo fare in un paese sempre caratterizzato da una vita di convivenza pacifica tra le varie comunità e minoranze. Dovremmo supportare la classe dirigente siriana che si sta formando, e soprattutto le minoranze del paese, a prendere un percorso di riconciliazione per avere una voce forte, una partecipazione reale nella creazione di un paese multiculturale, come la Siria è stata per secoli.
Chi ha lavorato per proporre uguaglianza e diritti nelle comunità più difficili del mondo, sa, che l’unica cosa che funziona è il dialogo fra le persone e fra le comunità. Occorrerebbe far parlare intellettuali, artisti, registi e musicisti, ma anche imprenditori e commercianti, di tutte le minoranze e di tutte le comunità, metterli intorno ai tavoli, per mostrare quanto insieme farebbero una Siria forte della sua millenaria storia. Non sarebbe comunque un percorso facile, non lo è mai, ma produrrebbe risultati, invece che disquisire sulla geopolitica parlando soprattutto dell’influenza di Putin ed Erdogan.
Lavorare dal basso, percorrendo le strade, parlando con le persone, è un lavoro lungo mentre i nostri politici e i nostri diplomatici vogliono risultati immediati e spettacolari, da scrivere sui social media. In Siria, un po’ come nella mia adorata Napoli, si può parlare in strada con chiunque: ho chiesto a una signora davanti a un panettiere, che pane dovevo comprare, perché mi piace molto quello della loro tradizione araba. Mi ha parlato in un inglese stentato per quasi venti minuti, e ha chiesto lei al fornaio quale pane mi doveva dare, facendomelo assaggiare prima. Questa è la Siria che conosco io, la geopolitica degli esseri umani, ma viviamo in epoche dove questo non sembra contare nulla o comunque ben poco.


