Introduzione
Una delle questioni che oggi appaiono con maggiore frequenza nel dibattito pubblico, economico e politico è sicuramente quella della sostenibilità. Questo concetto mostra dei contorni piuttosto fluidi ed in continua evoluzione tanto da rendere altrettanto fluida e poco chiara la stessa idea di “sviluppo sostenibile”. In teoria lo sviluppo sostenibile dovrebbe essere un modello capace di armonizzare obiettivi ecologici, sociali ed economici con il fine di ridurre il più possibile gli impatti dello sviluppo stesso mirando a soddisfare “i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni” (https://www.iisd.org/).
La prima cosa che emerge da questa definizione è la stretta dipendenza reciproca delle dimensioni ecologica, sociale ed economica ma quello che appare fin troppo evidente è che questo sistema di sviluppo tridimensionale è tutt’altro che equilibrato, essendo decisamente focalizzato sulla dimensione economica (figura 1).

Figura 1: le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile (immagine realizzata dall’autore)
Questo significa che lo sviluppo sostenibile si delinea come un concetto prevalentemente economico cosa che non è priva di conseguenze. Non bisogna infatti dimenticare che il modello di sviluppo economico prevalente è quello che si fonda sull’dea di consumo. Attribuire maggiore rilevanza ed enfasi all’economia vuole dire comunque definire un modello di sviluppo sostenibile che in qualche modo non può prescindere dal principio di consumo e da tutto ciò che da questo principio discende: dai rendimenti finanziari all’obsolescenza programmata, dalla sovrapproduzione alla crescita continua, il tutto per placare una società vorace che accumula ricchezza fondamentalmente orientata proprio al consumo.
I limiti dello sviluppo sostenibile
L’idea di sostenibilità e quella di sviluppo sostenibile indubbiamente hanno generato alcuni aspetti positivi in primo luogo il riconoscimento degli aspetti etici dell’impatto delle attività umane sugli ecosistemi e sull’ambiente naturale con un marcato riferimento ai diritti delle generazioni future (equità intergenerazionale), alla distribuzione della ricchezza all’interno della generazione attuale (equità intragenerazionale) e, in misura molto minore, ai diritti di altre specie (equità interspecie). Tutto questo però non può prescindere dai caratteri negativi dell’attuale modello di sviluppo economico che, come detto, si basa essenzialmente sul principio di “consumo”.
Gli attuali ritmi di consumo però sono diventati eccessivi a fronte di una popolazione che deve essere in continua espansione per consentire la crescita economica costante per alimentare, all’interno di un circolo perverso, ulteriori consumi. A questo si deve aggiungere inoltre lo spinoso problema della povertà dilagante che si connette direttamente alla distruzione e alla devastazione ecologica.
Insomma ci troviamo di fronte ad una evidente contraddizione: da una parte si colloca la necessità di definire delle traiettorie di sviluppo economico che non saccheggino le risorse naturali e che non compromettano l’ambiente per le generazioni future (cosa che ha prodotto comunque qualche beneficio sporadico), ma dall’altro si colloca il paradigma di questo stesso modello di sviluppo economico vorace che si basa sulla produzione massiva di beni per soddisfare le esigenze di una popolazione globale in espansione e garantire il benessere delle società più sviluppate. Il tutto non può fare altro che accelerare la distruzione dell’ambiente naturale.
Politiche inadeguate
Le politiche governative a sostegno della sostenibilità non appaiono quindi capaci di fermare la devastazione ambientale in corso, con le gravi conseguenze in termini di accelerazione e aggravamento del cambiamento climatico ormai definitivamente innescato.
Da ciò deriva anche l’inadeguatezza di queste politiche, anche a livello internazionale, di controllare i mali sociali della catastrofe ambientale globale e del cambiamento climatico come la povertà sempre più diffusa e l’emigrazione “ecologica” dovuta all’impossibilità di fasce sempre più ampie delle popolazioni del sud del mondo di vivere in ambienti sempre più sfavorevoli alla sopravvivenza umana. Per questo motivo oggi assistiamo al fallimento diffuso del paradigma dello sviluppo sostenibile nel cambiare l’impatto dell’umanità sull’ambiente naturale.
Inoltre emerge sempre più chiaramente, anche all’interno del dibattito politico e nell’opinione pubblica, che il conseguimento di qualsiasi obiettivo ecologicamente sostenibile può essere conseguito solo a fronte di una contrazione delle prestazioni economiche con pesanti ripercussioni in termini di diminuzione dell’occupazione e di mantenimento degli attuali livelli di benessere.
Il conflitto fra obiettivi
Uno degli aspetti più controversi dello sviluppo sostenibile emerge in modo piuttosto evidente nel caso dell’industria cui si chiede sempre più spesso di passare rapidamente al ricorso a fonti di energia rinnovabili e non inquinanti, dato il livello di inquinamento atmosferico causato dalla combustione di combustibili fossili. L’industria, tuttavia, resiste al passaggio verso fonti di energia rinnovabili perché ha sempre come obiettivo la generazione di un profitto: quindi si continua a consumare risorse energetiche fossili non rinnovabili a basso costo economico (sebbene ad alto costo ambientale e sociale). Nella migliore delle ipotesi il ricorso alle rinnovabili rimane sempre un fenomeno sostanzialmente parziale, limitato e circoscritto: per questa ragione le modalità di generazione di energia in modo rinnovabile non hanno sostituito ma si sono semplicemente affiancate a quelle convenzionali.
Allo stesso modo il tentativo di perseguire degli obiettivi ambientali e sociali “sostenibili” finisce sempre per entrare in conflitto con interessi e considerazioni di tipo economico. La tutela della biodiversità ad esempio richiede che percentuali notevoli di territorio possano essere dedicate allo sviluppo della natura in modo praticamente selvatico, cosa che crea evidenti problemi di limitazione delle attività e degli insediamenti umani.
Di fronte all’emergere di questi conflitti fra le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile, il decisore politico tende a privilegiare gli obiettivi di tipo economico (spesso di breve periodo), con la considerazione che gli obiettivi e gli impatti sociali e/o ambientali avversi (spesso di lungo periodo) vengano compensati da risultati economici positivi. Si comprende agilmente quindi che, in presenza di simili contrasti fra interessi e obiettivi diversi (anche in termini temporali dei relativi impatti) lo sviluppo sostenibile e la transizione verso la sostenibilità sono necessariamente processi politici che implicano un dibattito e una mediazione continui tra gruppi di stakeholder in competizione, richiedendo un compromesso sia tra obiettivi che tra valori.
Non bisogna poi dimenticare che l’orizzonte temporale degli obiettivi economici, come già detto, è decisamente breve (il cosiddetto “uovo oggi”) così come tradizionalmente breve è l’orizzonte temporale delle classi politiche e dirigenti soprattutto dei paesi occidentali (sottoposte alla valutazione elettorale ricorrente): anche questo spiega la minore priorità dedicata ad obiettivi ambientali che invece sono di lungo-lunghissimo periodo (la cosiddetta “gallina domani”)
Il loop dello sviluppo sostenibile
Fermo restando il paradigma di sviluppo economico fondato sul consumo, in quanto perno etico dominante, e ferme restando le conseguenti esternalità ambientali e sociali negative che sono ormai considerate pressoché inevitabili, diventa piuttosto evidente che l’umanità si trova intrappolata in una sorta di loop.
La massimizzazione del profitto a qualunque costo, della crescita economica e dell’accumulo di beni sono principi che sono ormai del tutto incompatibili con la difesa dei sistemi ecologici e sociali che sostengono l’umanità. La sostenibilità è concretamente realizzabile solo se la tipica prospettiva economica tradizionale, che domina le concezioni moderne di sviluppo sostenibile, viene sostituita con una versione totalmente alternativa dell’economia. Questa alternativa oggi può essere perseguita attraverso la costruzione di un’economia realmente non distruttiva.
Ormai è fin troppo evidente che le attuali forme di crescita economica hanno dei palesi limiti ecologici e pensare che l’economia globale possa crescere per sempre, perché la tecnologia ci aiuterà a produrre e consumare in modo più efficiente, è bello in teoria (forse), ma è “bio-fisicamente” ingenuo. In questo ambito il cambiamento climatico e il picco del petrolio non sono i problemi principali dell’intera questione perché essi sono fondamentalmente i sintomi macroscopici del collasso della cultura e dei sistemi dell’economia dei consumi.
Ovviamente è indispensabile lavorare per rispondere quanto prima al cambiamento climatico e al picco del petrolio nel modo più efficace possibile, ma non dovremmo mai dimenticare che il problema principale è trovare una via d’uscita da questo loop. Questa è diventata la sfida fondamentale: sostituire le culture e i sistemi che producono quei problemi.
Questo tipo di economia del futuro non può quindi prescindere in primo luogo da un paradigm shift nell’architettura dei valori che ispirano anche lo stesso concetto di sviluppo sostenibile nonché i processi politici e tecnico-tecnologici che derivano dall’attuale architettura etica dello sviluppo e che ispirano ed orientano le decisioni.
Una visione alternativa di sostenibilità può essere identificata nella sufficienza sostenibile (https://wupperinst.org/en/topics/well-being/sufficiency/).
La sufficienza sostenibile
La sufficienza sostenibile può essere definita come un percorso che si prefigge il raggiungimento di obiettivi economici coerenti con il principio di sussistenza giusta, garantendo la preservazione dell’ambiente naturale e il benessere di ogni individuo e della società in generale. Mentre quindi il concetto di sostenibilità si lega ad un livello massimo che si può ottenere da una risorsa naturale senza compromettere la capacità di questa risorsa di rigenerarsi, la sufficienza prevede invece di prendere dalla natura solo quello che serve realmente, ovvero solo il necessario(https://www.cde.unibe.ch/research/topics/sufficiency/index_eng.html).
La sostenibilità implica in qualche modo una gerarchia di obiettivi sulla base della priorità della dimensione economica lungo un orizzonte temporale di breve periodo. La sufficienza invece si fonda sulla interconnessione degli obiettivi e compatibilità tra le dimensioni ecologica, sociale ed economica: il raggiungimento degli obiettivi economici deve essere coerente con quelli sociali e ambientali lungo un orizzonte temporale “naturale” ovvero di medio-lungo periodo.
Il principio di base è quello di adottare un notevole salto di traiettoria culturale all’interno del quale sia possibile iniziare a vedere il mondo non solo dal punto di vista dell’umanità ma anche dalla prospettiva degli esseri “non umani”.
Dialogo con la Natura
Basta pensare al caso degli alberi. Gli alberi sono sempre stati considerati solo sotto la lente della botanica o delle scienze della terra per finire nel computo quantitativo dei processi della gestione delle risorse, della sostenibilità ambientale e dello sviluppo sostenibile. Gli alberi sono ampiamente visti come materia biomeccanica insensata da controllare e utilizzare per il consumo umano e il guadagno economico. Lo stesso si potrebbe dire per moltissime specie animali. La visione antropocentrica che alimenta l’economia fondata sul consumo dovrebbe essere rimpiazzata da una visione secondo la quale l’umanità può viaggiare nella storia solo attraverso un dialogo e una negoziazione con tutta la Natura rimuovendo progressivamente tutte le barriere che hanno separato gli umani dai mondi della vita che condividono con i non umani.
È evidente che si tratta di un percorso culturale molto arduo perché è chiaramente più difficile prendere in considerazione gli interessi dell’ambiente quando tali interessi e gli effetti su di essi non sono noti o non sono immediatamente visibili. L’etica e la ricerca scientifica sono essenziali per conoscere e (ri)presentare in modo profondo e appropriato la dimensione esistenziale dei non umani. Se tutte le persone tornassero a questo modo di comprendere e relazionarsi con i non umani, le nostre esperienze personali e sociali si potrebbero basare maggiormente sulla consapevolezza di essere infinitamente legati in reti molto vive di relazioni, connessioni e reciprocità.
Questo spostamento di prospettiva implica che dobbiamo sfidare noi stessi a vivere in modo più sobrio iniziando a costruire nuovi sistemi e strutture che supportino e incoraggino “modi di vivere più semplici”: la visione incentrata sull’uomo dominante nel mondo occidentale, secondo cui gli esseri umani sono al di sopra della natura, si sta palesemente disintegrando.
Conclusioni
Lo sviluppo sostenibile è ancor oggi interpretato come sviluppo economico in cui gli obiettivi economici sono prioritari rispetto alle problematiche sociali e ambientali. Il concetto di sufficienza sostenibile si pone come una critica ai modelli di consumo insostenibili all’interno di una società ossessionata dalla massimizzazione della crescita economica a breve termine, ignorando la realtà dei limiti derivanti da uno sfruttamento finito di risorse naturali. L’inevitabile conclusione è la necessità per il mondo (economicamente) sviluppato di ridurre i livelli di consumo come prerequisito per la transizione verso una società realmente sostenibile.
Gli obiettivi ecologici, sociali ed economici contenuti nel concetto di sufficienza sostenibile sono interconnessi e si supportano a vicenda: gli obiettivi economici non sono prioritari o in conflitto con l’obiettivo sociale di garantire il benessere a tutti i membri della società, o con l’obiettivo ecologico di preservare l’ambiente naturale.

Figura 2: Orto dei semplici del CNR-ISB (Foto di Alessandro Tozzi)
Si tratta pertanto di raccogliere una sfida in primo luogo per i nostri stili di vita e per la mentalità che si colloca alla loro base. Tutto questo ha sullo sfondo un conflitto fra due visioni: da un lato l’idea di “emissioni zero” e di crescita verde indolore, che appare sempre più irrealistica, dall’altro la visione distopica dell’estinzione apocalittica del genera umano. Di certo dobbiamo trovare una terza via e non continuare a rimanere indifferenti a ciò che ci circonda. Non abbiamo molto tempo.
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